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Vento di Primavera

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    “Joseph ha 11 anni. E’ una mattina di giugno, deve andare a scuola, porta cucita sul petto una stella gialla… Viene incoraggiato da un rigattiere ed insultato da una fornaia.

    Tra benevolenza e disprezzo, Joseph, i suoi compagni ebrei e le loro famiglie imparano a vivere in una Parigi occupata, sulla collina di Montmartre, dove hanno trovato rifugio.

    Almeo così credono, fino alla mattina del 16 Luglio del 1942, quando la loro fragile felicità vacilla…

    Dal Vèlodrome d’Hiver, dove vengono ammassati 13.000 ebrei, al campo di Beaune-La-Rolande, da Vichy alla terrazza del Berghof, Vento di primavera segue i destini incrociati di vittime e carnefici.

    Di coloro che hanno orchestrato.

    Di coloro che hanno avuto fiducia. Di coloro che si sono opposti. Tutti i personaggi sono realmente esistiti e tutti gli avvenimenti, anche i più drammatici, sono realmente accaduti in quell’estate del 1942.”

  • Genere: drammatico, guerra
  • Regia: Rose Bosch
  • Titolo Originale: La Rafle
  • Distribuzione: Videa CDE
  • Produzione: Légende Film
  • Data di uscita al cinema: 27 gennaio 2010
  • Durata: 125’
  • Sceneggiatura: Rose Bosch
  • Direttore della Fotografia: David Ungaro
  • Montaggio: Yann Maicor
  • Scenografia: Olivier Raoux
  • Costumi: Pierre-Jean Larroque
  • Attori: JEAN RENO MÉLANIE LAURENT GAD ELMALEH RAPHAËLLE AGOGUÉ
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    INTERVISTA CON ROSE BOSCH

    Qual è stata la sua reazione quando le hanno parlato di un film sulla retata del Vélodrome d’Hiver?

    Da anni Ilan mi parlava di questa retata, ne era ossessionato. Per quanto mi riguarda, il fatto che non esistessero delle immagini – soltanto una foto dei camion vuoti davanti al Vel’ d’Hiv – mi sconvolgeva. Io non sono ebrea, ma abbiamo molte cose in comune, e soprattutto … i bambini! Bambini che appartengono a entrambe le culture che avrebbero potuto essere perseguitati. Io credo che sia stata la loro esistenza a farmi considerare la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto da un punto di vista radicalmente diverso…

    In che senso?

    Ciò che ha reso la Seconda Guerra Mondiale un conflitto completamente diverso è stato l’Olocausto. Ma all’interno di questa atroce eccezione, è la prima volta che degli adulti si sono interessati espressamente ai bambini, allo scopo di annientarli. E’ un fatto unico nella storia del mondo in simili proporzioni: un milione e mezzo di bambini sono stati sterminati. Infatti è una delle ragioni che mi hanno spinta a realizzare questo film e a girarlo dal punto di vista dei bambini. Ma per molto tempo ho creduto che un film simile fosse impossibile.

    Perché?

    Mi chiedevo anzitutto se avrei avuto la forza morale. Io sono un’ex giornalista. So come ci si immerge in un argomento, come questo turbi il tuo sonno, la tua vita. Così indugiavo, non mi decidevo… e poi c’erano le centinaia, le migliaia di domande… Come rappresentare una simile barbarie restando il più possibile vicina al senso di umanità? Come far recitare centinaia di bambini, quando il personaggio principale ha appena cinque anni? Come girare «frontalmente», senza abbassare lo sguardo, ma senza rendere la vista delle scene «intollerabile»? Come ritrovare dei superstiti, quando appena 25 persone su 13.000 rastrellate sono ritornate vive, e nemmeno uno dei 4.051 bambini? Come mostrare la violenza senza mascherarla, ma senza nemmeno sublimarla… Come rendere giustizia ai «Giusti» di Francia, coloro che hanno aiutato quei bambini ebrei, senza dare l’impressione di voler unicamente fornire ai francesi una coscienza pulita?

    E lei ha trovato queste risposte?

    Sì, grazie alla sincerità. La mia, quella degli attori e della troupe che hanno condiviso con me questa avventura. E’ la risposta «morale». Per quanto riguarda la risposta artistica, per girare le scene con un bambino di 5 anni che soffre, ho utilizzato «il gioco», tutto quello che permette agli attori più piccoli di instaurare un approccio leggero con la macchina da presa e soprattutto con totale innocenza. Non ho dovuto spiegare ai gemellini che interpretano il ruolo «unico» di Nono che cosa è stata la Shoah, o i treni di deportazione. Loro sapevano che cosa è un «prigioniero» e recitavano nella lingua madre. Tutti noi abbiamo «giocato», me compresa. Abbiamo gridato, pianto insieme per interpretare il personaggio. I gemelli dicevano: «Nono fa così o cosà». Ne è prova il fatto che non si sono mai identificati col personaggio. E poi ho fatto in modo che la mia regia mettesse il pubblico al «centro» dell’azione. Affinché si sentisse umiliato, ingannato, maltrattato. Ho fatto in modo che fosse in costante «empatia».

    In che modo?

    La macchina da presa è un essere vivente. Respira. Ho chiesto ai miei tre operatori di girare come se fosse un reportage. Eppure l’azione non è narrata come «in diretta», al contrario. Ho creato due coreografie : quella degli attori di fronte alla macchina da presa e quella delle tre macchine, che a loro volta «danzavano» intorno agli attori.

    E per quanto riguarda la narrazione?

    Ho cercato di mostrare la quotidianità delle famiglie ebree, affinché fosse ben chiaro che erano… come le altre! A tavola si raccontavano le barzellette… si gioiva per un bel voto… ci si teneva al caldo… ho mostrato questa comunità come era: persone molto modeste che non minacciavano nessuno. Che lavoravano duramente senza lamentarsi, senza creare disordine sociale, che veneravano la Francia. Ho deciso che la mia rappresentazione non sarebbe mai stata «passiva». Troppo spesso al cinema si sono mostrati i deportati come esseri passivi, sottomessi. Io volevo che si capisse che nessuno ha il diritto di puntare delle armi contro i figli altrui.

    E’ un film «di parte»?

    Io non sono ebrea, quindi non lo è. Credo di aver mantenuto la «giusta distanza». Io vivo una condizione «mista», ma non ho mai rinunciato a me stessa, alle mie origini mediterranee. Anche mio padre fu internato, come anarchico catalano nei campi di Franco. Anche lui evase, come Joseph, ma aveva 20 anni! La nostra famiglia le persecuzioni le aveva già conosciute…. Per me l’Olocausto ha una risonanza universale. Un giorno di quattro anni fa ho detto a Ilan : «Voglio fare questo film, ma a condizione di incontrare dei superstiti, perché io voglio raccontare la vita, non la morte. Voglio parlare del futuro, non del passato».

    Lei parla di un film «per il futuro», in che senso?

    «Chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla». Non ricordo chi l’ha detto. Quando viaggiavo come inviata, ho potuto constatare quanto sia vero questo aforisma. E per questo ho fatto un film «per il futuro». Si insegna ai bambini l’obbedienza, ma bisognerebbe insegnare loro anche «il dovere della disobbedienza» quando l’ordine è «immorale». Bisogna saper dire «no». In questo film faccio dire al personaggio di Annette Monod, interpretato da Mélanie Laurent : «Ribellatevi. Ammutinatevi». E lei si rivolge a un gendarme. Ciò che dicono gli storici è che se tutte le forze armate francesi si fossero rifiutate in blocco di eseguire quella retata, questa non avrebbe mai avuto luogo.

    Ma incontrare dei superstiti ormai non è una cosa complicata?

    Volevo che i personaggi principali fossero veri. Ma ovviamente la maggior parte di coloro che erano adulti all’epoca dei fatti ormai sono scomparsi. Restano coloro che erano bambini, però un bambino che aveva 10 anni nel 1942, oggi ne ha quasi ottanta!

    E allora come ha fatto?

    Mi sono rivolta a Serge Klarsfeld che da 25 anni, senza sosta, rintraccia le vittime dell’Olocausto. Egli è in grado di dire chi è partito, con quale convoglio, con chi e in che data… Ma Klarsfeld si occupava dei morti, mentre io cercavo dei superstiti. E poi ciò che interessa uno storico non necessariamente interessa il cineasta. Tuttavia Serge Klarsfeld è stato un consulente storico formidabile quando ho iniziato a interessarmi dell’estrema complessità dei rapporti tra Vichy e le autorità tedesche. Si può parlare addirittura di «commercio» di esseri umani. Le ferrovie francesi emettevano delle fatture a Berlino, caricando un tanto a testa per ciascun ebreo trasportato fino alla frontiera tedesca.

    Ma non ha mai incontrato dei bambini?

    Diciamo che chiedevo l’impossibile. Immaginavo una banda di piccoli personaggi alla «Pulbots»1 ebrei. Avendo vissuto a Montmartre nel 1942, volevo ambientare la vicenda sulla collina di Montmartre. Però tutti i superstiti che ho rintracciato erano degli evasi della prima ora, quindi nessuno poteva raccontarmi la vita nei campi del Loiret.

    Però a lei interessava mostrarli?

    Sì, più di tutto il resto. Questo a mio parere sarà uno dei grandi shock provocati dal film, soprattutto sui più giovani. Chi sa che anche in Francia c’erano delle baracche di legno identiche a quelle di Auschwitz, con tanto di torrette d’osservazione, cani e chilometri di filo spinato? Le pochissime foto esistenti sono state accuratamente ritagliate per eliminare i gendarmi francesi. Di questo fu responsabile il governo di Vichy, e sicuramente in seguito lo stesso De Gaulle… in nome della riconciliazione nazionale… ho raccolto delle testimonianze, delle lettere. Ho visionato centinaia di ore di materiale video, di trasmissioni radiofoniche e letto tonnellate di libri e archivi della propaganda…

    Quanto è durato questo periodo di documentazione?

    Praticamente tre anni, mi ci dedicavo tra le 7 e le 9 ore al giorno, cinque giorni a settimana. Durante le riprese non ho mai avuto un momento di scoraggiamento, ma il periodo dell’inchiesta mi ha provato. Soprattutto leggere le lettere indirizzate ai campi di concentramento scritte dai bambini che erano stati deportati senza i genitori o da quelli che erano stati gettati dai treni. Erano richieste d’aiuto… parole così pudiche e al tempo stesso dignitose… quelle piccolo parole erano intollerabili. Mi immergevo in quelle letture. Quando ci si butta a capofitto in un simile vortice, si tenta di capire, ma in questa tragedia c’è qualcosa che rientra nella sfera dell’inesplicabile. E’ come una linea dell’orizzonte che si allontana davanti a noi, man mano che avanziamo.

    Che cosa cercava nella sua inchiesta?

    Ho ripercorso giorno per giorno, ora per ora, lo svolgersi degli eventi accaduti. So tutto dei presenti, persino quail liquori hanno bevuto durante quella riunione al civico 31, dell’Avenue Foch, il quartier generale della Gestapo. Presto mi sono resa conto che non avrei rispettato la cronologia storica per una ragione molto semplice : sarei dovuta entrare in un «tunnel» di trattative politiche di circa 20 minuti, seguite dalla retata. Ma al momento di scrivere, l’altra parte del cervello, l’emisfero sinistro, quello della sensibilità, dell’immaginazione, ha preso il sopravvento. La cronologia è saltata. Nel film coesistono parallelamente eventi accaduti a mesi di distanza. E’ tipico dell’arte affrancarsi dalle costrizioni.

    Qual è stato il primo personaggio reale che ha identificato?

    Quello dell’infermiera, interpretata da Mélanie in modo straordinario. Annette era una donna eccezionale. Mi sono imbattuta in alcune interviste radiofoniche e televisive di un’infermiera che in punto di morte – è scomparsa nel 1995 – aveva accettato di raccontare quello che aveva visto. Annette Monod, inviata al Vel’ d’Hiv, si rese conto della catastrofe sanitaria in atto, della profonda ingiustizia. Organizzò l’arrivo degli internati nei campi del Loiret. Rimase con loro, accettando di partire con i deportati senza sapere che erano destinati ai campi di sterminio. Quando l’ha saputo, è stata ricoverata in ospedale quattro mesi. Ma non ha mai abbandonato la sua missione. Alla fine della Guerra era al Lutetia per assistere i sopravvissuti. Oggi è considerata una dei «Giusti delle nazioni», i non ebrei che Israele onora per aver salvato degli ebrei durante la guerra. Una donna incredibile : dopo la guerra ha fatto visita nelle carceri ai condannati a morte fino all’abolizione della pena capitale nel 1981. Dopo la pensione ha militato per Amnesty International contro la tortura. Avrei voluto sapere di più su di lei, ma è morta senza figli. Devo a lei anche l’invenzione del personaggio del piccolo «Nono», che non vuole salire sul treno… era il suo protetto. Si chiamava Jacquot, aveva 3 anni, Annette non ne conobbe mai il cognome. Quando lo mise sul treno, Jacquot gridava : «Voglio scendere, non voglio restare al buio!» Tutte frasi che nel film faccio pronunciare al mio «Nono».

    Il vero «Nono» è tornato veramente, come racconta il film?

    1 F. Poulbot, grande disegnatore di fumetti per bambini ambientati nella Grande Guerra. No, ma molti bambini piccoli furono ritrovati lungo la ferrovia. Abbastanza piccoli da poter essere lanciati dai finestrini dei vagoni dai genitori disperati, ma troppo piccoli per poter ricordare la propria identità. E vennero soprannominati «I bambini zavorra».

    Dove ha rintracciato il personaggio del bambino, Jo Weismann, il sopravvissuto, protagonista del suo film?

    In un documentario di 15 anni fa. Ero scoraggiata, ma mi forzai a visionare quell’ennesimo documento. Poi, all’improvviso sentii un uomo, Joseph Weismann, dire : «Vivevamo a Montmartre… eravamo in Rue des Abbesses, vennero a prenderci… e dopo tre o quattro giorni ci portarono alla Gare d’Austerlitz… e poi arrivammo al campo di Beaune-La-Rolande». Non era possibile! L’unico bambino sopravvissuto ai campi di cui ero a conoscenza era un neonato di sei mesi che avevano nascosto dentro una zuppiera per farlo scappare. Joseph Weismann poi proseguiva: «Incontrai un amichetto che si chiamava Joseph Kogan e decidemmo di evadere, passammo sotto 5 metri di filo spinato». Ero sopraffatta dall’emozione, quando lo sentii dire : «Se un giorno qualcuno farà un film su quello che ci è accaduto…» e poi riprendeva: «No, credo che nessuno oserà mai, perché è disumano». Era lui! Immediatamente chiamai Klarsfeld che mi disse che non ne aveva mai sentito parlare.

    Pensava di ritrovarlo ancora vivo?

    Non necessariamente. Soprattutto perché le mie prime ricerche non mi avevano dato risultati su di lui. Poi, poco prima di partire per le vacanze, era l’estate del 2007, Klarsfeld mi inviò le copie delle lettere inviate a Jacques Chirac nel 1995 per ringraziarlo di aver riconosciuto la responsabilità della Francia in quella retata. Improvvisamente lessi «…Rue des Abbesses… Vel’d’Hiv…. Campo del Loiret», lessi il nome… era lui! Era una lettera di Joseph Weismann. La lettera risaliva a oltre 15 anni prima, era stata spedita da Le Mans. Cercai su Internet… non risultava nessun Weismann a Le Mans. Decisi di affidarmi alle poste e gli spedii una lettera. Scrissi: «Lei ha detto che nessuno avrebbe osato girare un film, questo film io lo sto facendo. E se vuole, lei ne sarà uno dei personaggi principali, mi richiami a questo numero. Se i suoi figli, parenti, vicini… qualcuno della sua famiglia trovasse questa lettera, per favore, richiamatemi in qualsiasi caso». E lanciai il mio «messaggio nella bottiglia». Qualche giorno dopo, ero nella sala d’imbarco dell’aeroporto, pronta per partire per Los Angeles, quando mi chiamarono dal mio ufficio per dirmi: «Ha chiamato un certo Jo, ha detto che lei avrebbe capito». Ho ritrovato anche un’altra sopravvissuta che era evasa dal Vel’ d’Hiv, la piccola Anna Traube. L’ ho rintracciata a Nizza, ora ha 89 anni.

    Si è ispirata ai loro ricordi?

    Sì e no… ad esempio Joseph aveva enormi difficoltà a parlare dei suoi ricordi. Era troppo doloroso. Ho soltanto mantenuto qualche informazione che lui ha voluto darmi. Sua madre era religiosa, suo padre era comunista e io l’ho trasformato in un trotzkista. Faceva il sarto, ma sarebbe stato troppo scontato, così l’ho fatto diventare un artista che dipingeva riproduzioni del Sacro Cuore in gesso. La sua era la sola famiglia di ebrei che abitava in quello stabile. Per questo vennero rastrellati. Nessuno era venuto ad avvertirli. Ho chiesto a Jo il permesso di collocarlo nel contesto di una piccola comunità. Sapevo che all’epoca a Montmartre esistevano comunità del genere. Alcuni mi hanno raccontato che quella strada nel 1940 era ebrea al 90%. Ho ricreato una comunità a partire da persone reali, ma che vivevano sparse in tutta Parigi. Altrimenti avrei avuto soltanto alcuni frammenti di vita. Il dottore David Scheinbaum, interpretato da Jean Reno, è una sintesi di vari medici di cui ho trovato traccia. Sapevo che aveva una moglie che era morta di parto nel Vel’ d’Hiv. C’erano stati diversi casi di suicidio, madri che si erano gettate dai tetti con i loro bambini. Seppi di un portiere che usava la frase in codice «richiamare il gatto» per avvertire le famiglie ebree, ho rintracciato un pompiere che aveva 20 anni all’epoca dei fatti e ora ne ha 90, che raccontava come il suo capitano, nonostante gli ordini, avesse fatto distribuire da bere a tutte le persone ammassate nel Vel’ d’Hiv. Tutti questi dettagli sono assolutamente veri.

    Qual è stata la fase più dura durante la scrittura?

    E’ stata difficile l’inchiesta, non la scrittura. Io ho scritto questa sceneggiatura in cinque settimane, senza interruzione, tutta d’un fiato. E’ stato come un fiume in piena… Il compito più difficile era di intrecciare in modo logico e fluido le tre storie che si snodano: quella dei deportati, quella di Pétain, Laval e gli altri e quella di Hitler sulla terrazza del Berghof. In questo sono stata agevolata dal desiderio di fare questo film. Il mio morale non è mai stato tanto positive come durante le riprese. Una volta che ci sei dentro, che sei sul set, sai perché stai girando quel film, perché ti svegli al mattino… Hai la sensazione che stai per realizzare qualcosa di cui non ti pentirai mai, a prescindere dal successo che avrà il film. Certo, fisicamente è stato duro, e non sempre facile con centinaia di bambini e comparse. Ovviamente tutti noi abbiamo manifestato dei sintomi psicosomatici: lombalgie, herpes, cali di voce, emicranie… ma sul set siamo stati eroici.

    Che cosa l’ha sorpresa maggiormente in tutto questo lavoro di ricerca e di scrittura?

    Ero convinta che tutta la Francia fosse antisemita. E Klarsfeld stesso mi ha dimostrato che è falso. Il mattino della retata 12.000 persone si sono volatilizzate nel nulla. In un Paese occupato non avrebbero potuto trovare rifugio se non nelle case dei vicini, e questa per me è stata una rivelazione.

    In Vento di primavera (La Rafle) lei ha deciso di privilegiare i destini dei singoli…

    Volevo che il pubblico si identificasse con quelle persone, che «diventasse» Sura e Schumel, a cui vengono strappati i propri figli… Sul set questo ho dovuto ripeterlo migliaia di volte : «Raccontiamo LA DIMENSIONE INTERIORE, questo è il punto di vista, non ce ne sono altri».

    Ma allo stesso tempo non ha esitato a collocare in controcampo delle scene con Hitler ed Eva Braun sulla terrazza del Berghof…

    Senza la presenza di Hitler si sarebbe potuto credere che fosse stata la Francia l’istigatrice di questi eventi. Il film mostra un’estate di «morte». Dalla più alta carica di potere, Hitler, alla vittima più fragile, Nono, un bambino piccolo che viene fatto salire su un treno…

    Il cast unisce attori famosi a debuttanti, addirittura sconosciuti. Lei ha affidato a Jean Reno e Gad Elmaleh ruoli costruiti su dei registri che finora erano rimasti poco esplorati…

    Li conosco e li apprezzo da molto tempo. Ma sapevo anche che non mi avrebbero detto di sì soltanto per il fatto che li conoscevo. Avevano già rifiutato altri miei progetti! Per me Jean Reno «era» il dottor Sheinbaum. Emana una grande calma, un’enorme umanità. E poi Jean ha delle mani enormi, come molti ostetrici o pediatri. Ha una sorta di nobiltà innata che si porta dietro in qualsiasi ruolo, compreso ne I Visitatori. E’ un cavaliere ebreo, per me non poteva che essere lui. Gad ha un figlio coetaneo dei miei e quando ho visto come si comportava come padre, come raccontava le barzellette a suo figlio che aveva paura dell’aereo, mi sono commossa enormemente. Schmuel è un ottimista, un uomo fiducioso, come del resto lo erano la maggior parte degli ebrei dell’epoca. Il ruolo era perfetto per Gad, anche se lui ne aveva un po’ paura, per il fatto che è un ebreo sefardita e non ashkenazita e temeva di non essere credibile come immigrato ebreo polacco… Allora gli ho detto : «Vedrai, con dei piccoli occhialetti tondi ti “benugionizzeremo”!» Al primo incontro non la smetteva di indignarsi, si alzava, si risedeva, camminava avanti e indietro… Tutta questa collera, questa emozione ha nutrito il suo lavoro durante le riprese. Gad è estremamente sensibile, ride molto, forse per soffocare le lacrime… Ho avuto la fortuna che Jean e Gad abbiano accettato. Come Sylvie Testud, Catherine Allégret, Anne Brochet, Thierry Frémont, Isabelle Gélinas, che hanno accettato pur interpretando dei ruoli minori.

     

    INTERVISTA CON JOSEPH WEISMANN

    Ricorda il momento in cui Rose Bosch le ha detto di voler realizzare un film sulla retata del Vel’ d’Hiv?

    Ricordo la sua telefonata. Mi chiamò da Los Angeles dicendomi : «Sono a 12.000 chilometri dalla Francia, ho visto la sua intervista ne «La Marche du Siècle», la trasmissione di Jean-Marie Cavada, ho sentito quello che ha detto, che nessuno avrebbe osato fare un film sulla retata del Vel’d’Hiv. Io questo film voglio farlo. Non le dico altro, rientrerò a Parigi la settimana prossima, la chiamerò, ci incontreremo». Io caddi dalle nuvole. Quell’intervista l’avevo rilasciata esattamente diciassette anni prima. Pensavo che fosse stata messa da parte da tempo. E’ stata una casualità incredibile che Rose vi ci sia imbattuta. Ricordo molto bene quello che avevo detto, perché per me è un’idea fissa. Volevo che la gente sapesse che quei bambini rastrellati il 16 luglio 1942 avevano sofferto. Volevo provare a trasmettere quello che avevo visto, quello che avevo subìto, perché io ero stato uno di loro. E’ vero, dissi nel corso di quell’intervista, che nessuno avrebbe mai osato girare un film, perché era stata fatta vivere a quei bambini un’esperienza disumana, fuori dall’umano…

    E come ha reagito alla volontà di Rose di fare questo film ?

    Con molto interesse, perché corrispondeva al mio desiderio di testimoniare. Dopo la guerra io sono rimasto per molto tempo senza voler raccontare nulla. Sono passato per tutte le fasi, anche per quella di non voler più essere ebreo e di voler cambiare il cognome! Poi sono diventato un ebreo aggressivo: stavo sempre sulla difensiva, pronto a impegnarmi in prima persona, a battermi addirittura fisicamente, pensando che qualcuno se la prendesse con gli ebrei. Devo ammettere che ho sofferto molto dopo che la guerra era finita, anche se non temevo più per la mia vita, cosa invece che era accaduta nei tre anni successivi all’evasione dal campo di Beaune-La-Rolande: avrei potuto essere arrestato da un giorno all’altro. Una volta cessato il pericolo, avevamo una sola ossessione: attendere il ritorno dei nostri genitori. Certo, non avevamo la minima idea, soprattutto noi bambini, di cosa fosse accaduto, della Soluzione Finale, dell’orrore dei Lager… Immagini il nostro stato quando lo venimmo a sapere! Eppure io ho continuato ad attendere ancora a lungo i miei genitori… E poi, dopo la guerra, l’antisemitismo non era morto, anzi. Tutto questo fece sì che io decidessi di non parlare più di niente, che volessi restare in silenzio.

    Allora che cosa la spinse a testimoniare ne La Marche du Siècle?

    Un giorno, circa 20 anni fa, fui invitato dal sindaco d’Orléans a un dibattito sui bambini in tempo di guerra. C’erano dei grandi storici, come l’americano Robert Paxton e c’era anche Simone Veil. Io ero seduto accanto a lei, la guardavo con ammirazione, ma non dicevo niente, non intervenivo, l’ascoltavo. E poi finimmo per metterci a chiacchierare tra di noi. Le dissi : «Non voglio più sentire parlare di nulla, ho sofferto abbastanza, e poi non sarei in grado di prendere la parola…» E Simone Veil mi rispose : «Lei ha torto, signor Weismann. Nei riguardi di coloro che ha perduto, di tutti coloro che non sono sopravvissuti, lei deve compiere il dovere della memoria». Aveva seminato un granellino che alla fine è germogliato. Uno o due anni dopo decisi di cominciare a testimoniare. Prima iniziai nelle scuole della regione, compreso il più grande collegio cattolico della Sarthe perché quello che mi interessa, oggi che non mi considero più un ebreo, ma un «francese degiudeizzato», per citare la formula di Raymond Aron, è parlare ai bambini, che siano ebrei, cattolici o musulmani, neri o bianchi, raccontare quello che io ho vissuto alla loro età, quando avevo 11 anni. Sono bambini, e quando i bambini soffrono, non contano la religione, la razza, le origini. E così, poco a poco, sono uscito dal mio silenzio e mi sono accorto che avevo qualcosa da dire ai bambini di oggi. Anche se non è sempre facile per me, perché in un certo senso, ogni volta, mostro le mie cicatrici, riapro le mie ferite, anche dopo tanti anni… Da quando ho iniziato a lavorare al film con Rose, da più di due anni, sto vivendo un periodo difficile. Non tutti i giorni, ma molto spesso…

    Che cosa l’ha colpita la prima volta che ha incontrato Rose Bosch?

    Ho capito subito che si era gettata anima e corpo come se fosse la sua storia. E questo non lo ha mai smentito. Forse doveva incontrare qualcuno come me e forse io dovevo incontrare qualcuno come lei… Mi ha fatto parlare, parlare, parlare… scriveva, ma mi anticipò che non avrebbe raccontato la mia vita, ma una storia di finzione ispirata alla mia vita e piena di altri elementi che aveva scoperto nelle sue ricerche. Questo film in effetti non è una biografia di Joseph Weismann, ma una storia corale. Mi inviò il copione e in effetti anche se ci si avvicina molto, non è tutta la mia vita. Ma questo non ha impedito ai miei figli a cui l’ho fatto leggere di dire: «Papà, ci sei tu dietro ogni frase».

    E sul set che impressione ha avuto vedendola lavorare?

    Ho capito quanto fosse faticoso girare un film. Un lavoro massacrante! Rose è una professionista straordinaria! E poi, ancora una volta, ho avuto la sensazione che fosse la sua storia, che il film fosse «suo» tanto quanto «mio». Lei ci ha messo tutta se stessa, la testa, il cuore, le viscere, ha sofferto… credo che addirittura degli attori si siano ammalati… si sentiva che al di là del film in sé, Rose ne stava facendo una questione personale. E’ per amore di suo marito? Per amore dei suoi figli? Ha delle motivazioni a me sconosciute? In ogni caso, la sua determinazione e il suo coinvolgimento mi hanno colpito molto.

    Lei non ha esitato ad andare sul set?

    No, affatto. Questo film l’ho desiderato e detto ciò, dovevo assumerne la responsabilità. Sono andato sul set con mia figlia e i miei nipotini, che hanno anche fatto da comparse nella scena della retata e nel Velodromo. …

    e lei è stato accanto a loro?

    Sì, Rose mi aveva proposto di interpretare un ruolo, ma io non volevo. Dato che lei insisteva, ho accettato… ma è un cameo, alla Hitchcock, soltanto un’apparizione. Mi si vede nel Vel’ d’Hiv insieme ai miei nipoti. Anche mio figlio recita un piccolo ruolo : è il gendarme che avverte la portiera, interpretata da Catherine Allégret, che la retata è imminente.

    Qual è stata la sua sensazione quando è arrivato la prima volta sul set?

    La prima reazione l’ho avuta nel laboratorio dei costumi. Ho avuto l’impressione che un carico da 20 tonnellate mi piombasse sulla testa! La retata doveva essere girata nel 18mo Arrondissement, come dire a casa mia. Io sono nato in Rue des Abbesses e andavo a scuola in Rue Lepic. Bisognava salire una scala per entrare nel teatro di posa. Arrivato ai piedi della scala, comincio a salire e che cosa vedo? Una folla immensa di persone vestite come negli anni ’40, la maggior parte di loro portava la stella di David. Non me l’aspettavo. Di colpo mi sono ritrovato nella bagarre dell’arresto, nella confusione di quei giorni… bambini, vecchi, giovani, uomini, donne, gendarmi, miliziani… era come se il tempo fosse tornato indietro… sono rimasto… non so come dire… sono rimasto KO. Ero perplesso, non sapevo più dov’ero. E credo che le persone che mi erano intorno se ne siano accorte, perché sono entrato di corsa nel teatro, avevo bisogno di piangere. Dovevo respirare. Uno shock incredibile, che non mi sarei assolutamente mai aspettato. Stavo vacillando, letteralmente. Lavorando con Rose, anticipando il film, non avrei mai immaginato tutto questo. Certo, ho avuto anche altri shock sul set, ma nessuno forte come il primo.

    E quando ha conosciuto il piccolo Hugo, che interpreta il suo personaggio?

    Anche questo è stato un momento molto forte. Stavano per girare la scena in cui i deportati vengono fatti salire sui pullman, dopo la retata. Mi sono presentato, gli ho detto : «Come va? Come te la stai cavando?» E ho visto quel piccolo ometto di 11 anni, l’età che avevo io, che mi ha detto guardandomi negli occhi : «Spero di non deluderla». Non può immaginare, ancora oggi mi vengono le lacrime agli occhi… ed è bravissimo nel film !

    E quando ha conosciuto Gad Elmaleh e Raphaëlle Agogué che interpretano i suoi genitori?

    E’ stato diverso. Anzitutto, sono molto diversi fisicamente da mio padre e da mia madre, e poi li ho visti molto poco durante le riprese. Eppure è stato strano e commovente sentirli pronunciare delle frasi dette dai miei genitori. Come nel momento in cui mio padre chiede a un ufficiale: «Al ritorno dalla guerra (in effetti mio padre aveva fatto la Grande Guerra) dove andremo?» E l’ufficiale gli risponde: «Ascolti, non posso dirglielo con certezza, ma le do la mia parola di ufficiale che lei non lascerà la Francia». E’ per questo che dietro a tutte queste scene i miei figli mi riconoscono, e anche io… E’ successo un episodio curioso quando sono arrivato a Budapest, dove, grazie a una persona geniale, Olivier Raoux, lo scenografo, è stata ricostruita una parte del Vel’ d’Hiv. Anche se è soltanto uno scorcio, è reso molto bene, al punto che ho detto a Olivier: «Ma là dentro è disgustoso! Puzza di piscio». Un odore insopportabile di orina mi ha preso alla gola. Rose, mia figlia e gli altri mi hanno detto: «No, affatto». Era la memoria olfattiva che mi aveva assalito improvvisamente! E quando ho visto il film l’altro giorno per la prima volta, mi è tornato immediatamente alla gola quell’odore.

    Aveva paura di vedere il film ?

    Sì e no. No, perché come le ho già detto, a partire dal momento in cui ho accettato, anzi desiderato questo film, dovevo assumermene la responsabilità. Ma diciamo che prima della proiezione ero in uno stato di curiosità angosciata. Sapevo che sarebbe stata una prova molto dura. Ma poi, appena è iniziato il film, ho attraversato lo schermo, ero dall’altra parte, ho rivissuto il mio passato. Devo dire che il Vel’d’Hiv è stato reso in maniera impressionante! Il rumore assordante, quel baccano, tutta quella gente… Il film non insiste molto sul momento in cui viene svuotato il Velodromo, né sul tragitto in treno che non finiva mai… ma non poteva mostrare tutto! Beaune-La-Rolande dista meno di 100 km da Parigi, ma salimmo sul treno al mattino e arrivammo la sera! Era interminabile e faceva un caldo asfissiante. Il campo è stato ricostruito alla perfezione e la vita nel campo è stata rappresentata con grande fedeltà. Certo, siamo al cinema, e l’episodio del piccolo Hugo che si innamora della figlia di Madame Traube, non è vero, e nemmeno la bella foresta che si attraversa prima di arrivare al campo, eppure anche questo mi ha riportato immediatamente là. La differenza principale tra ciò che ho vissuto io e quello che vive il piccolo Hugo è la mia evasione. Viene appena evocata nel film. Ciò che Rose voleva raccontare, che «doveva» raccontare, era l’orrore della retata, quello che accadde al Vel’d’Hiv e a Beaune-La-Rolande, culminante nella scena della separazione, che è incredibile. Pare che tutti abbiano sofferto durante questa scena e che qualcuno sia addirittura svenuto. Di tutta la mia storia, questa è la parte più dolorosa. L’evasione è un’altra cosa, è stata una fatica fisica. Il giorno della deportazione, invece, ha un’atmosfera apocalittica, quasi dantesca. E’ terribile da guardare, ma doveva essere terribile, perché è stato realmente un momento tragico, preceduto poco prima dalla perquisizione, ugualmente molto dura. Per fortuna mia madre non aveva nascosto niente e non fu picchiata come la donna che la precedeva. L’ho raccontato io a Rose… e anche la deportazione… Bisognava vedere lo spavento di quel giorno, la lacerazione… donne che urlavano come ossesse… i bambini che restavano e vedevano partire fratelli e sorelle, che gridavano e piangevano… Ricordo di aver pensato quando lo raccontavo a Rose: « Come potrò uscire da me stesso e trasmetterlo a Rose, come riuscirà a farlo venire fuori di fronte alla cinepresa?» Beh, lo ha reso al massimo. Io dovevo essere deportato, dovevo partire con i miei genitori e le mie due sorelle, poi ci hanno separato brutalmente. Al momento in cui il convoglio dei genitori è partito per lasciare il piazzale, si sono messi a urlare i genitori e anche i bambini che restavano. E’ stato orribile! Allora arrivarono dei tedeschi, me lo ricordo come se fosse ieri. Rivedo i pantaloni dell’ufficiale con le bande rosse. Era con sei soldati armati. I bambini non erano ancora stati autorizzati a partire con i genitori. Quanti ne rimasero di noi? Non lo so… 50? 100? 200? L’ufficiale tedesco diceva additando alcuni bambini: «Tu… tu… e tu!» e io ero uno dei «tu». E fu così che io non fui deportato. Mi riaccompagnarono dentro il campo. Poi, quando ci dissero che saremmo stati riuniti ai nostri genitori 10-15 giorni dopo, decisi di evadere. Che cosa mi ha spinto a evadere dopo che ero stato destinato a raggiungere presto i miei genitori? Sono giunto alla sola conclusione valida: l’istinto del toro che fiuta l’odore del mattatoio. Su 1.000 che vanno al macello, 999 avanzano a testa bassa e uno si rivolta, si gira di schiena e pianta le corna in avanti… non vedo altra spiegazione. Gli attori parlano del loro incontro con lei come di un momento particolarmente commovente, ma c’è un’attrice con cui lei ha stretto un legame molto forte: Mélanie Laurent… La adoro, ne sono follemente innamorato! E’ bellissima, ho di lei dei ricordi molto calorosi e toccanti. Ci siamo subito dati del «tu» , è stato amore a prima vista, conservo una foto in cui mi tiene tra le braccia a cui tengo molto. Ho un grande desiderio di rivederla. E poi, che attrice! Ora che ho visto il film, voglio esprimerle tutta la mia ammirazione e il mio affetto, trasmette una tale emozione, un calore e una umanità in un contesto dove non ce n’era affatto…

    Si ricorda di infermiere come Annette Monod ?

    Al campo, no. Io non sono stato malato. E poi ero con i miei genitori e le mie sorelle… Ma ho ritrovato Annette Monod, se non sbaglio a Orléans, nel dibattito di cui le ho parlato. Allora era una anziana signora, dal volto rigato di rughe. Trasmetteva una grande commozione e umanità. Abbiamo chiacchierato un po’ e ovviamente abbiamo parlato di Beaune-La-Rolande, lei ne era ancora sconvolta. Era una donna dalla grande purezza.

    In che cosa secondo lei è importante che un film simile venga fatto oggi ?

    E’ importante mostrare quello che l’umanità è capace di fare a dei bambini e la difficoltà di quei bambini che una volta separati dai genitori, non avevano altra speranza, pur non avendo ancora vissuto, che attendere la morte come una liberazione… I Nazisti e Vichy hanno condotto una guerra inumana contro i bambini. A pensarci, è inimmaginabile… Nel 1942 io sono stato condannato a morte, non avrei pensato che nel 2010 sarei ancora stato vivo! E’ questo che mi ha salvato, il mio istinto di sopravvivenza, dei geni resistenti e il fatto che sono un tipo ottimista e gioioso. Detesto la negatività. Quando vengo assalito dalla tristezza e sento di toccare il fondo, do un colpo di piede per risalire. Non voglio restarci, mi appoggio sui miei figli e sui miei nipoti. E’ ovvio che quando evoco tutto questo, allora mi prende l’angoscia, mi sento soffocare… Come quando sento che un battello carico di immigrati clandestini naufraga in mare e I suoi occupanti annegano, o che vengono rimpatriate delle persone – e immaginate le difficoltà e gli ostacoli incontrati – che avevano percorso migliaia di chilometri per fuggire dal loro paese dove erano perseguitati e morivano di fame… Io mi sento profondamente solidale con loro, nel profondo di me stesso. E’ anche per questo che credo che sia importante raccontare questa storia ai giovani d’oggi. Perché sono loro che scriveranno la storia di domani. Se il film ha una ragion d’essere, è questa!

  • Spunti di Riflessione:

    di L.D.F.

    1) Joseph Arthur de Gobineau nel secolo XIX con il suo “Saggio sulla differenza delle razze” teorizzò che esistessero uomini di razza superiore e uomini di razza inferiore. Questa teoria venne ripresa da Hitler nel suo Mein Kampf (1923). Approfondite l’argomento.

    2) Hitler non scrisse ma dettò il Mein Kampf a Rudoflph Hess, nel 1923, quando entrambi erano in prigione a Monaco per … Effettuate ricerche in merito alla loro prigionia e anche alla anomala personalità di Hess che divenne un importante gerarca nazista.

    3) Hitler salì al potere nel 1933 e subito proclamò la razza ariana (dolicocefala, bionda con occhi azzurri) come superiore rispetto alle altre. Ancora oggi ci si chiede come i tedeschi abbiano potuto seguire un dittatore che, pur proclamando la superiorità degli ariani, di ariano fisicamente non aveva alcun elemento. Commentate, esprimendo la vostra opinione in merito.

    4) Hitler, appena giunto al cancellierato, iniziò subito una politica defatigatoria nei riguardi degli ebrei tedeschi. Ma la situazione latente scoppiò, in tutta la sua virulenza, nel 1938 durante la cosiddetta “la notte dei cristalli”. Cosa accadde? Approfondite l’argomento.

    5) Nel 1938, vennero promulgate dal nazismo, a Norimberga, le leggi razziali. Quali obblighi venivano stabiliti in tali leggi nei riguardi del popolo ebraico?

    6) Anche l’Italia, nel 1938, nonostante Mussolini non ne fosse pienamente convinto, promulgò le leggi razziali che impedivano agli ebrei, tra l’altro, di insegnare e di frequentare scuole con ragazzi cattolici. Ma oltre queste limitazioni gli ebrei italiani, al contrario di quelli di altri paesi europei continuarono a vivere. Perché secondo voi la dura applicazione delle suddette leggi in Italia avvenne dopo l’8 settembre 1943?

    7) Di tutte le retate avvenute in Italia, dopo l’8 settembre 1943, la più conosciuta è quella di Roma del 16 ottobre 1943. E tale retata (da cui da Auschwitz tornarono solo 15 uomini, una donna e nessun bambino) fu fatta dalle SS del colonnello Edwin Kappler, nonostante che …. Effettuate ricerche in merito.

    8) Nella primissima parte della II Guerra Mondiale, Hitler si impadronì di quasi tutta l’Europa, estendendo la validità delle leggi di Norimberga a tutte le popolazioni conquistate. Questa fu la causa della tragedia al Vélodrome d’Hiver a Parigi nel 1942?

    9) Quando i tedeschi conquistarono la Francia, costituirono un governo fantoccio, il governo di Vichy con a capo il maresciallo Petain. Petain e i suoi erano al corrente delle retate degli ebrei francesi. Tentarono mai di impedirle? E quando dopo, la guerra, il Presidente Charles De Gaulle, parlando di riconciliazione nazionale, perdonò molti che in modo diverso erano stati legati a Petain non compì un’ingiustizia, nei riguardi di tutti gli ebrei francesi che, grazie al governo del maresciallo fantoccio, avevano trovato la morte? Commentate.

    10) La soluzione finale nazista nei riguardi dei “diversi” ha portato oltre alla decimazione di altre popolazioni, come i rom, all’eccidio di sei milioni di ebrei, molti dei quali bambini. Purtroppo l’uccisione dei più giovani avviene ancora, soprattutto in Africa. Ma i nazisti furono i primi a razionalizzare l’omicidio di massa di tutti gli appartenenti alla religione ebraica allo scopo di … Effettuate ricerche in merito.

    11) E’ giusto, secondo voi, affermare, come dice la regista Rose Bosch che “ciò che ha reso la Seconda Guerra Mondiale un conflitto completamente diverso dagli altri che lo hanno preceduto è stato l’olocausto?

    12) Rose Bosch, prima della tragedia, tiene a descrivere nel film la quotidianità delle famiglie ebree parigine. Quanto questa descrizione, così dolce e così umana, aumenta lo sdegno e il dolore per quello che poi successe?

    13) Di tutti coloro che, dopo la retata, vennero rinchiusi al Vélodrome d’Hiver di Parigi in quel tragico giorno del 1942 non esistono immagini; soltanto foto di camion vuoti. Perché? Forse perché i nazisti, qualora la notizia si fosse diffusa, temevano una reazione da parte del popolo parigino?

    14) Secondo voi, come appare nel film, è vero che se i gendarmi francesi si fossero rifiutati di eseguire l’ordine dei nazisti la retata non avrebbe mai potuto avere luogo?

    15) Su 13.000 persone, rastrellate e rinchiuse al Vélodrome d’Hiver, solo 25 sono tornate vive e dei 4051 bambini due soli che sono riusciti a non partire si sono salvati. La tragedia del Vélodrome parigino non vi fa pensare a ciò che successe al ghetto di Roma il 16 ottobre 1943?

    16) Tutte le persone, rinchiuse nel Vélodrome d’Hiver vennero poi portate, in attesa della loro sorte, nel campo del Loiret dove avvenne una vera e propria distruzione dei nuclei familiari. Quanti francesi erano e sono al corrente che, nel 1942, esistevano in Francia campi di smistamento in cui i mariti perdevano le mogli, i genitori i figli e i figli divenivano gli ultimi condannati in un’atrocità senza fine?

    17) Al dolore si aggiunse il dolore al Loiret (riferimento alla domanda precedente). Prima vennero mandati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau gli uomini, poi partirono le donne, lasciando i loro figli e poi, ultimi, i bambini. Quale strazio accompagnò l’ultimo viaggio verso la morte delle madri e dei padri che furono costretti a lasciare i propri figli? Commentate.

    18) Dei 4045 bambini che, per ultimi partirono per il campo di sterminio riuscirono a salvarsi Rose di tre anni e Joseph un poco più grande. Rose si salvò perché aveva in mano un mazzo di fiori che voleva portare alla sua mamma e… finite di raccontare la storia.

    19) Joseph invece riuscì a fuggire, dopo l’esortazione della mamma che aveva capito quale sorte ci fosse per loro, con l’aiuto dell’”angelo” del Loiret, l’infermiera Annette Monod. Come si salvò Joseph?

    20) Chi è Nono? E perché la regista decide che nel film egli si salvi? Nono è Joseph o un altro bambino?

    21) Quanto Joseph Weismann, una dei due bambini sopravvissuti, ha contribuito, con i suoi dolorosi ricordi, alla realizzazione del film?

    22) Perché Annette Monod, la coraggiosa infermiera di religione cattolica che accompagnò gli israeliti catturati al Loiret li spinse, anche se inutilmente, a reagire e a combattere?

    23) In effetti nella storia della II guerra mondiale, ci furono solo due sollevazioni ebraiche contro i nazisti: in Bielorussia e in Polonia, a Varsavia. Approfondite l’argomento.

    24) Annette Monod, l’inermiera che seguì i prigionieri fino ai campi del Loiret è ora per Israele “Un giusto delle nazioni”. Ci sono italiani tra i giusti per il popolo israeliano?

    25) Il dott. Sheinbaum è un medico ebreo che, a causa della sua religione ha perso tutto ma non il coraggio e il desiderio di dedicarsi agli altri. Vi siete mai chiesti cosa abbia voluto dire per tutti gli ebrei, durante il nazismo, dimenticare chi fossero stati, perdere ogni diritto e non sapere più nulla della propria famiglia?

    26) Jean Reno ha definito il dott. David Sheinbaum, il suo personaggio nel film, “l’incarnazione del giuramento d’Ippocrate”. Secondo voi è giusta questa definizione? Riferite a Sheinbaum?

    27) “Chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla”. E’ una frase di Emile Durkheim. Siete d’accordo? Commentate, ricordando gli eccidi negli anni ’90 delle guerre balcaniche, in Africa, i massacri tra tribù “hutu” e “tutsi” e la lotta, ancora oggi, per l’indipendenza del sud del Sudan che ha visto ben due milioni di morti.

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