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Anita B.

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    Anita, un’adolescente di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz, è accolta dall’unica parente rimasta viva: Monika, sorella di suo padre, che non vuole essere chiamata zia e vive l’arrivo della nipote come un peso.
    A Zvikovez, tra le montagne della Cecoslovacchia non lontane da Praga, Monika vive con il marito Aron, il figlioletto Roby e il fratello di Aron, il giovane e attraente Eli, la cui filosofia è spiccia: “gli uomini tirano giù i calzoni, mentre le donne pensano all’amore”. In quel villaggio dei Sudeti, territori in precedenza occupati dai tedeschi, i nazisti vengono rimpatriati a forza e gli scampati trasferiti nelle loro abitazioni, in una situazione di crescente tensione con l’avvento del comunismo.
    Attorno ad Anita, uomini e donne vogliono dare un calcio al passato, ballare, divertirsi, ascoltare di nascosto le canzoni americane trasmesse oltre cortina dalla Voice of America. Anita sogna come tutti, ma a differenza degli altri non nasconde l’anima.
    La ragazza è combattiva e piena di entusiasmo. La sua forza viene dal ricordo dei genitori persi nel lager. Ma nella nuova casa si trova ad affrontare una realtà inaspettata: nessuno, neppure Eli, con cui scoprirà l’amore, vuole ricordare il passato. E il più grande tabù è proprio l’esperienza del campo, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi.
    Quando Anita tenta di smontare quella difesa collettiva si trova davanti un muro di silenzi. Così, se vuole parlare di ciò che ha passato, può farlo solo con il piccolo Roby, che ha appena un anno e non può capire.
    Nella mescolanza di popoli e lingue che confluiscono attorno a Praga, Anita si confronta con personaggi indimenticabili: il vulcanico zio Jacob, coscienza critica della comunità ebraica ed estroso musicista nella festa del Purim; Sarah, la dinamica “traghettatrice” armata di pistola, che organizza l’esodo verso la Palestina; il giovane David, rimasto orfano per la tragica scelta dei genitori, con cui inizia una toccante amicizia.
    Improvvisamente, Anita si trova catapultata in una situazione imprevista, che la pone di fronte a una decisione che richiede coraggio. E il film si chiude con un inatteso colpo di scena.
  • Genere: drammatico
  • Regia: Roberto Faenza
  • Titolo Originale: Anita B.
  • Distribuzione: Good Films
  • Produzione: Jean Vigo - Cinema Undici - Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 16 gennaio 2014
  • Durata: 88'
  • Sceneggiatura: Edith Bruck, Roberto Faenza, Nelo Risi, con la collaborazione di Iole Masucci
  • Direttore della Fotografia: Arnaldo Catinari
  • Montaggio: Massimo Fiocchi
  • Scenografia: Cosimo Gomez
  • Costumi: Anna Lombardi
  • Attori: Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Moni Ovadia, Nico Mirallegro, Jane Alexander, Clive Riche, Guenda Goria
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    NOTE DI REGIA di Roberto Faenza

    Quanti film sono stati realizzati sulla Shoah? Tanti. Qualcuno dice forse addirittura troppi. Io stesso ne ho realizzato uno. Ma pochissimi sono stati prodotti sul dopo, cioè affrontando la vita dopo la morte. 

    Anita B. si sforza di coprire questo dopo e lo fa con l’intenzione di colmare un vuoto dovuto a molte cause. Tra queste, in primo luogo il bisogno di dimenticare. Quando il trauma è troppo forte, ecco giungere in soccorso il placebo della rimozione.

    Anita è una ragazza tenera e sensibile. E’ appena adolescente quando esce da Auschwitz e ha conservato la voglia di lottare, nonostante l’esperienza dei campi. Va incontro al nuovo mondo e alle peripezie che la attendono carica di energia, ma anche di ingenuità.

    Nel dopoguerra di allora, tutti vogliono vivere con frenesia. Per molti però vivere significa oblio: senza rendersi conto di seppellire se stessi insieme alla memoria. Ed è così che Anita si trova a poter parlare del suo passato solo con un bambino di un anno. Il piccolo Roby ascolta i suoi racconti, ma non può capirla. Tutti gli altri la invitano a “cambiare argomento”, oppure le dicono “è passato, dimentica”. 
    Anita desidera andare avanti senza rimorsi. E non vuole limitarsi a sopravvivere. 
    Nella lotta per affermare la propria identità c’è la ricerca dell’amore, in cui darà tutta se stessa, affrontandone costi e rischi.

    “Ma a ben pensarci, cos'è l'amore?”, si chiede quando pensa a Eli, di cui si è perdutamente innamorata. E si arrovella per trovare una definizione, salvo convincersi che è “una cosa tanto meravigliosa che se provi a definirla, si arrabbia e perde tutta la sua meraviglia”.

    La burrascosa passione in cui si trova coinvolta sembra volgere al peggio, quando miracolosamente riesce a imporre una sterzata e trasformare il salto nel buio in una occasione di ribellione e rinascita.

    Considero Anita B. il mio film più controcorrente, persino in maggiore misura del pluri-censurato Forza Italia! In un periodo in cui il cinema sempre più si affida a un mondo irreale fatto di universi inesistenti e roboanti effetti speciali, questa storia guarda ai suoi protagonisti con pudore e discrezione, quasi in punta di piedi.

    Il racconto di Edith Bruck, al quale il film è liberamente ispirato, descrive la quotidianità di Anita in un ambiente fortemente ostile, quasi fosse una colpa essere stata deportata. Non ho mai chiesto a Edith quanto ci sia di autobiografico in quelle pagine, ma ho voluto aggiungere B. ad Anita, in omaggio al suo cognome. Quando ho finito di leggere il libro durante un viaggio aereo dal Giappone dove ero stato a presentare un mio lavoro, ho avuto una crisi di pianto e ho dovuto nascondermi in bagno, sconvolto. Spesso mi chiedo come possiamo lamentarci delle nostre pene, quando ci sono persone che hanno davvero vissuto nell’ inferno. 

    Un altro grande scrittore scampato ai campi, il premio Nobel Elie Wiesel, che ho avuto la fortuna di conoscere, ha dato a un suo libro recente il titolo “a cuore aperto”. Nel momento in cui entri in rapporto con l’Olocausto, dice Wiesel, diventi a tua volta un testimone. 
    E’ una grande responsabilità quella che ci assumiamo, pur essendo semplici spettatori. Ma a ben pensarci è una bellissima responsabilità, perché se siamo vigili la nostra testimonianza diventa un fiammifero che una volta acceso non si spegne più. 

    Ho cercato di girare “a cuore aperto” la storia di Anita, lasciandomi trascinare dal suo entusiasmo, dal suo candore e anche dalla sua soggettività. Un po’ come ho fatto con Jona che visse nella balena, anche in questo caso ho piazzato la macchina da presa all’altezza degli occhi della protagonista, per cui tutto ciò che ho visto non ha pretese di essere oggettivo. 
    Mentre lavoravo tra le montagne dell’Alto Adige e Praga, ho pensato che questa fatica (due anni per trovare i finanziamenti necessari e uno per arrivare alla copia campione) per me rappresenta il seguito di Prendimi l’anima, convinto che Sabina Spielrein avrebbe potuto amarlo. Da qui lo spunto per una conclusione ideale, comune al tragitto di due donne coraggiose e indomite: “un viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro”. Che è la frase con cui si chiudono gli ultimi fotogrammi.

    Da Auschwitz a Terezin

    Dalla metà del XX secolo con il termine Olocausto (con l'adozione della maiuscola) si indica, per antonomasia, il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d'Europa. Esso consistette nello sterminio di un numero compreso tra i 5 e i 6 milioni di ebrei, di ogni sesso ed età. L'Olocausto in quanto genocidio degli ebrei è chiamato, più correttamente, con il nome di Shoah ("catastrofe", "distruzione").

    La distruzione di circa i due terzi degli ebrei d'Europa venne organizzata e portata a termine dalla Germania nazista mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare che coinvolse gran parte delle strutture di potere burocratiche del regime, con uno sviluppo progressivo che ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi, proseguì, estendendosi a tutta l'Europa occupata dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale, con il concentramento e la deportazione e quindi culminò dal 1941 con lo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa sul territorio da parte di reparti speciali e soprattutto in strutture di annientamento appositamente predisposte (campi di sterminio). Questo evento non trova nella storia altri esempi a cui possa essere paragonato per le sue dimensioni e per le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista.

    La parola "Olocausto" deriva dal greco ὁλόκαυστος (olokaustos, "bruciato interamente"), a sua volta composta da ὁλος (olos, "tutto intero") e καίω (kaio, "brucio") ed era inizialmente utilizzata ad indicare la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo. 

    L'uso del termine Olocausto viene anche esteso a tutte le persone, gruppi etnici e religiosi ritenuti "indesiderabili" dalla dottrina nazista, e di cui il Terzo Reich aveva previsto e perseguito il totale annientamento nel medesimo evento storico: essi potevano comprendere, secondo i progetti del Generalplan Ost, popolazioni delle regioni orientali europee occupate ritenute "inferiori", e includere quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, nazioni e gruppi etnici quali Rom, Sinti, Jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap. 

    Il termine Shoah è stato adottato più recentemente per descrivere la tragedia ebraica di quel periodo storico, anche allo scopo di sottolinearne la specificità rispetto ad altri casi di genocidio. "Shoah" (in lingua ebraica שואה), significa "desolazione, catastrofe, disastro". Questo termine venne usato per la prima volta nel 1940 dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla distruzione degli ebrei polacchi. Da allora definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d'Europa.
    Nella storiografia tedesca si è imposta una suddivisione che considera da una parte i campi di concentramento adibiti a campi di lavoro, campi per donne, campi per giovani e campi di transito, e dall'altra i campi di sterminio ("campi di distruzione"), il cui scopo principale - se non unico - era quello di sterminare gli internati.
    Oltre al campo di Auschwitz-Birkenau, attualmente sono considerati campi di sterminio o campi di concentramento e sterminio i campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka, Chełmno, Majdanek. Questi centri senza precedenti nella storia dell'umanità erano costituiti da due elementi distinti: il campo propriamente detto e le installazioni per lo sterminio all'interno del campo; i "campi di distruzione" funzionavano con efficienza nel loro compito di uccidere individui; i risultati vennero raggiunti mediante un'accurata pianificazione, con il concorso di numerosi specialisti e con metodi simili a quelli di un moderna fabbrica.

    Le deportazioni sistematiche ad Auschwitz degli ebrei europei ebbero inizio nel luglio 1942; sulla banchina ferroviaria di Birkenau, in un'atmosfera di smarrimento, violenza e disperazione, le squadre SS procedevano alla selezione degli internati, circa il 25% delle persone di ogni convoglio (quelli ritenuti fisicamente "adatti al lavoro") veniva temporaneamente trasferito, in media per un periodo di circa tre mesi, nei campi di lavoro del lager per essere sfruttati come manodopera schiava in condizioni di vita estreme. Gli altri venivano immediatamente uccisi nelle camere a gas. I sopravvissuti venivano periodicamente selezionati e poi inviati nelle camere di sterminio mentre alcuni venivano utilizzati dai medici e biologi presenti ad Auschwitz (tra cui i dottori Josef Mengele, Schumann, Weber, Munch, Wirths, Clausberg e Delmotte) per un'ampia varietà di orribili esperimenti medici. Sonderkommandos (squadre speciali) dirette dalle SS e costituite da ebrei ai quali veniva imposto il compito, si occupava del funzionamento delle camere a gas e dei crematori: taglio dei capelli, estrazione dei cadaveri, recupero dei beni delle vittime, incenerimento dei corpi.

    Entro il 1942 vennero deportati e quindi sterminati ad Auschwitz oltre 175.000 ebrei, provenienti principalmente dalla Slovacchia (56.691), dalla Francia (41.911) e dai Paesi Bassi (38.571); fin dal 17 luglio Himmler aveva detto al comandante del lager Rudolf Höss che il campo sarebbe stato la destinazione di tutti gli ebrei d'Europa e lo aveva esortato a potenziare gli impianti e intensificare "inflessibilmente" l'attività. Himmler e Hitler vennero costantemente informati sui progressi del sistema di annientamento degli ebrei d'Europa: il 29 dicembre 1942 Himmler presentò un rapporto al Führer con il consuntivo delle uccisioni di ebrei in Ucraina e Russia meridionale; mentre il 23 marzo 1943 il responsabile statistico delle SS Richard Korherr consegnò a Himmler un documento dettagliato con il calcolo aggiornato delle persone sterminate al 31 dicembre 1942 (1.873.539) che venne evidentemente mostrato a Hitler visto che Himmler lo restituì con la postilla: "Il Führer ha preso nota. Distruggete. H.H.".

    Il 4 e il 6 ottobre 1943, nel corso di due discorsi tenuti a Posen ai generali SS e ai Gauleiter, Heinrich Himmler parlò in modo esplicito dello "sterminio del popolo ebraico", usando toni pacati e confidenziali, offrendo incoraggiamenti e giustificazioni per il "compito che è diventato il più difficile della mia vita". Il Reichsführer motivò la decisione di uccidere anche donne e bambini parlando di "soluzione chiara" e di "non avere il diritto di uccidere gli uomini e lasciare che i loro figli crescano per poi vendicarsi"; espresse apertamente che si era dovuta prendere la "difficile decisione" di far scomparire dalla terra il popolo ebraico. Con i generali il 4 ottobre presentò lo sterminio come un impegno duro, difficile ma "glorioso" e fondamentale per la sopravvivenza del popolo tedesco, "una pagina di gloria della nostra storia che non è mai stata scritta e mai lo sarà", infine sottolineò la "moralità" degli uomini impegnati nella missione con la frase: "aver superato tutto questo ed essere rimasti persone per bene (a parte le eccezioni dovute alla debolezza umana), questo è ciò che ci ha reso forti". Con queste parole Himmler voleva esaltare l'importanza storica della "missione", da condurre fino alla fine e, non essendo il popolo tedesco ancora maturo per questa, da mantenere segreta.

    Dopo la quasi completa distruzione delle comunità ebraiche ceca slovacca polacca e dei territori orientali e l'inizio delle deportazioni dall'Europa occidentale, a partire dalla metà del 1942 Adolf Eichmann, responsabile dell'Ufficio centrale dell'emigrazione ebraica, si impegnò costantemente per ottenere la consegna degli ebrei presenti nell'Europa sud-orientale. Impegnato in colloqui con i dirigenti locali e supportato dai rappresentanti del ministero degli Esteri e dallo stesso Hitler durante i suoi incontri con i capi di stato stranieri, Eichmann si concentrò soprattutto sulle numerose comunità ebraiche presenti in Romania, Ungheria e Bulgaria. Inizialmente sembrò che Eichmann fosse riuscito a convincere i dirigenti rumeni a consegnare i circa 300.000 ebrei che vivevano nel paese, ma poi l'11 ottobre 1942 il dittatore rumeno Ion Antonescu, sottoposto a pressioni dal nunzio papale, da personalità ebraiche, dal ministro svizzero, rifiutò di collaborare e ordinò il rinvio delle deportazioni. Anche in Bulgaria le autorità locali fecero opposizione e vennero consegnati solo 11.000 ebrei, provenienti dai territori recentemente annessi, che vennero uccisi a Treblinka.

    La popolazione ebraica ungherese e cecoslovacca era molto numerosa (800.000 persone) e nel 1942 i diplomatici tedeschi fecero pressione a favore dell'introduzione di leggi antiebraiche e della deportazione all'est. Nonostante alcuni progetti antiebraici dei militari ungheresi, l'ammiraglio Miklós Horthy e il capo del governo Miklós Kállay si opposero a queste iniziative e anche un intervento diretto di Hitler durante un incontro con Horthy nell'aprile 1943 non ottenne risultati decisivi. Il 19 marzo 1944 la Wehrmacht occupò l'Ungheria e la dirigenza nazista poté quindi imporre un radicale cambiamento della politica ebraica ungherese; Eichmann arrivò subito a Budapest dove diede inizio al rastrellamento degli ebrei; il 14 maggio 1944 ebbero inizio deportazioni ad Auschwitz. Le notizie dei trasporti all'est si diffusero a livello internazionale e la dirigenza ungherese fu sottoposta a pressioni da parte americana, svedese e vaticana per fermare le deportazioni; l'8 luglio Horthy decise la sospensione, risparmiando quindi i 250.000 ebrei di Budapest, ma altri 438.000 ebrei ungheresi erano già stati trasferiti dall'organizzazione di Eichmann ad Auschwitz dove circa 394.000 vennero subiti sterminati.

    Tra maggio e giugno 1944 con l'annientamento degli ebrei ungheresi il campo di Auschwitz, diretto prima da Arthur Liebehenschel e poi da Richard Baer con la supervisione di Rudolf Höss, raggiunse l'apogeo della sua attività di sterminio, le vittime mensili quadruplicarono e la capacità dei nuovi inceneritori venne portata a 132.000 cadaveri al mese. Nel campo di sterminio di Auschwitz vennero deportati come minimo 1.100.000 ebrei, provenienti da Ungheria (438.000), Polonia (300.000), Francia (69.000), Paesi Bassi (60.000), Grecia (55.000), Boemia e Moravia (46.000), Germania e Austria (23.000), Slovacchia (27.000), Belgio (25.000), Jugoslavia (10.000), Italia (7.500), Norvegia (690), zone non precisate (34.000); circa 900.000 morirono nelle camere a gas e altri 95.000 per le condizioni di vita tra i deportati registrati come lavoratori. Altri 400.207 persone vennero inoltre deportate nel campo come internati-lavoratori registrati. Considerando altri internati passati per Auschwitz e poi tradotti in altri campi (oltre 210.000) e gli 8.000 sopravvissuti, si raggiunge una cifra complessiva di vittime del campo di sterminio di 1.417.595 su un totale di internati di 1.613.455, tra cui 220.000 adolescenti e bambini.

    L'interruzione delle deportazioni dai paesi dell'est e il catastrofico peggioramento della situazione bellica tedesca sui fronti di guerra provocarono un ultimo cambiamento dei piani tedeschi riguardo al problema ebraico: si decise quindi di abbandonare i campi dell'est esposti all'avanzata dell'Armata Rossa e il trasferimento forzato dei detenuti superstiti di nuovo in Germania; i prigionieri malati o non in grado di affrontare il viaggio in carri bestiame o a piedi sarebbero stati uccisi.
    Fin dal 1943 Himmler aveva incaricato il colonnello SS Paul Blobel di procedere alla sistematica riesumazione dei cadaveri dei deportati per poi bruciare i resti umani; inoltre si procedette alla Sonderaktion 1005 per occultare i segni del genocidio e distruggere i campi di sterminio. Blobel effettuò le esumazioni e gli incenerimenti in Russia, Bielorussia, Slovacchia, Ucraina e nei Paesi Baltici poco prima dell'arrivo delle truppe sovietiche; i campi del operazione Reinhard vennero rasi al suolo in tempo mentre non si riuscì a impedire che il campo di Majdanek (Lublino) cadesse il 23 luglio 1944 ancora intatto in mano dei soldati russi della 2ª Armata corazzata del generale Semën Bogdanov (1º Fronte bielorusso del maresciallo Konstantin Rokossovskij) che quindi poterono trovare le spaventose tracce delle uccisioni. Alla fine del 1944 Himmler ordinò di accelerare la distruzione di Auschwitz ma il programma era ancora in corso quando le truppe dell'Armata Rossa (reparti della 60ª Armata del 1º Fronte ucraino del maresciallo Ivan Konev) liberarono il campo il 27 gennaio 1945, trovando ancora prigionieri malati, edifici, documenti ed enormi quantità di effetti personali delle vittime. Dai documenti dell'Armata Rossa risulta che vennero liberati 2.819 prigionieri e furono trovati 348.820 abiti maschili e 836.255 cappotti e abiti femminili.


    Terezin

    Terezin: il lager-ghetto della Cecoslovacchia.  Terezin è l’altra faccia della Shoah. E’ esattamente l’opposto di quanto accadeva in luoghi come Birkenau,  Treblinka,  Sobibor. Ciò rende Terezin l’arma più potente e pericolosa nelle mani dei Nazisti che cercano di nascondere la realtà di Auschwitz. Terezin è il lager dove vengono internati da tutta l’Europa:  musicisti, medici, professori, intellettuali , attori, cantanti ebrei di fama internazionale, la cui sparizione improvvisa causata da una deportazione verso Est, in uno dei ghetti o dei campi di sterminio della Polonia come accadeva per tutti gli altri ebrei, avrebbe potuto destare sospetti nell’opinione pubblica circa la sorte degli ebrei.  Si pensava che a Terezin si sopravvivesse di più: gravissimo errore. Ecco perché ci si offriva volontari per andare a Terezin.  Alle stesse vittime, dall’esterno, la copertura di Terezin appariva rassicurante.  Il 23 giugno 1944, in seguito alle proteste del governo danese che dall'ottobre 1943 chiede notizie sul destino degli ebrei catturati a Copenaghen, Adolf Eichmann accorda una visita al campo ai rappresentanti della Croce Rossa internazionale al fine di dissipare le voci relative ai campi di sterminio. 
    L'amministrazione del campo si occupò  di costruire falsi negozi e locali al fine di dimostrare la situazione di benessere degli ebrei di Theresienstadt. La mistificazione  non si fermò:  i tedeschi girarono un film di propaganda a Theresienstadt le cui riprese iniziarono il 26 febbraio 1944. Diretto da Kurt Gerron (un regista, cabarettista e attore ebreo apparso con Marlene Dietrich nel film “L'angelo azzurro”), esso era destinato a mostrare il benessere degli ebrei sotto la "benevolente" protezione del Terzo Reich. Sotto minaccia nazista, in cambio del film, il regista ebbe la promessa d'aver salva la vita. Dopo le riprese la maggior parte del cast, e lo stesso regista, vennero deportati ad Auschwitz dove Gerron e sua moglie vennero uccisi nelle camere a gas il 28 ottobre 1944. Il film completo non venne mai proiettato ma alcuni spezzoni vennero utilizzati dalla propaganda tedesca ed oggi ne rimangono solo alcuni frammenti.

  • Spunti di Riflessione:

    di Elena Mascioli

    1. Anita B. è il titolo del film, e generalmente quando il titolo corrisponde al nome di un personaggio, questi è il protagonista della pellicola. Ma nel caso specifico di questa opera di Roberto Faenza, la scelta del nome proprio ha una ulteriore valenza, legata ad un discorso d’identità, e a quello che la protagonista ha vissuto prima che la vicenda narrata nel film cominci. Di cosa si tratta? Nella prima scena la troviamo che è appena uscita da dove? Come venivano indicate, se non con il nome,  le persone nel luogo in cui Anita ha vissuto prima dell’inizio del film? 
    2. La giovane Anita è al centro della vicenda, ma attorno a lei c’è una folla di personaggi, giovani, adulti e anziani. Cosa accomuna la maggior parte di loro? 
    3. Le reazioni all’orrore dei campi e al modo in cui vivere la vita dopo di essi sono le più diverse, anche tra le persone giovani come Anita. Provate a fare un parallelo tra l’atteggiamento di Anita, quello di Eli, quello di David e della cugina Monica. Quale invece il ruolo dei più anziani nel confronti della ragazza, zio Jacob per primo? 
    4. Chi è l’unico interlocutore di Anita, nel raccontare non solo la vicenda dei campi, ma anche ciò che le succede di nuovo, come nella bella scena della vasca da bagno? 
    5. Il luogo da cui parte il film è un immenso campo innevato, su cui spicca prima la scritta rossa del titolo del film e poi la croce rossa del mezzo su cui viaggia Anita. Oltre a rappresentare il punto di incontro di Anita con il suo accompagnatore e a dirci che siamo in inverno, la scelta di questo campo bianco, in cui Anita si ferma a raccogliere un fiore, ha un significato ulteriore, rispetto al passato da cui Anita viene e il futuro verso cui viaggia? 
    6. C’è un luogo che viene solo evocato, nel film, che aleggia però su tutta la vicenda, nel suo rappresentare l’orrore, un luogo il cui nome che molti non vogliono, neanche, sentir pronunciare. Di quale luogo stiamo parlando? 
    7. Nel film sentiamo frasi quali: “Ognuno parla lingue diverse. Non sappiamo più chi siamo”. Ed Anita risponde: “ Io so chi sono”. Oppure: “Dovrò aspettare di avere i documenti sennò non sono nessuno....No! Sono Anita. Anche senza documenti”. Questa affermazione di Anita quanto è legata alle sofferenze passate?
    8. È molto forte il tema dell’identità, nel film, e soprattutto nel momento storico in cui la vicenda è ambientata. Cosa è accaduto per creare un tale smarrimento nelle persone, al punto che hanno bisogno di un documento per affermare la propria esistenza ed identità? Cosa significa poter affermare sé stessi? Cosa significa avere un’identità, un’appartenenza, una lingua, una religione, una tradizione in cui riconoscersi? Vi siete mai posti il problema della vostra identità, in senso profondo? Il gesto di Monica di voler fare l’albero di Natale per non dare nell’occhio con i vicini, è un tradimento della sua identità? Perchè lei la rifiuta o la nasconde? 
    9. Monica: “Impara a mordere la vita. Lascia Auchwitz fuori da questa casa.....questo (il numero sul braccio) è meglio che lo copri. I comunisti non sono teneri con gli ebrei.” Monica ha perso i suoi cari nel campo ma la sua reazione a quanto accaduto è di negazione, un non voler affrontare il dolore e l’orrore e un rifiuto del racconto di quanto accaduto. Quale il vostro giudizio su un simile atteggiamento, che non era poco diffuso, subito dopo la guerra? Pur se comprensibile a livello umano, quali le conseguenze a lungo termine?
    10. Dal film: “Sopravvivere è una cosa. Vivere è un’altra." Commentate. 
    11. Eli dice ad Anita: “Anita,  è passato. Dimentica.” In un altro momento Anita afferma: “Ieri ho detto a David che senza memoria non siamo nulla.” Quanto sia importante la memoria, sul tema dell’Olocausto,  lo conferma il nome stesso della Giornata che si celebra tutti gli anni il 27 Gennaio. Ma perchè è così fondamentale, secondo voi? Cosa significa, ricordare? È possibile costruire il futuro senza aver consapevolezza del passato? Su quali basi? Il discorso sulla memoria non è valido solo per momenti storici, per l’olocausto, ma anche nelle vite delle singole persone, nella costruzione della propria identità e del proprio presente. Cosa rappresenta o ha rappresentato per voi, nella vostra vita, la memoria custodita dai vostri nonni, ad esempio, dai vostri genitori, o dai grandi testimoni che vi è capitato di leggere, ascoltare, vedere nelle immagini di repertorio? 
    12. La speranza è un filo rosso che corre lungo tutto il film e che si manifesta, poi, concretamente, nel gesto compiuto dal dottore, che non si limita a fare il suo lavoro, anche ben compensato, ma va oltre il suo ruolo, prendendo a cuore la vicenda di Anita, e non facendo l’aborto che gli era stato chiesto da Eli, ma lasciando che la speranza di una nuova vita si concretizzi nella maternità di Anita. Fate un raffronto tra l’atteggiamento del  dottore e quello di Eli, non tanto nei confronti dell’aborto, ma di Anita. Cosa cambia, nelle loro prospettive? Qual è la domanda,  rivoluzionaria per l’epoca, che il dottore fa ad Eli nei riguardi di Anita?  Il tema dell’aborto è stato a lungo al centro del dibattito femminista, soprattutto in merito alla possibilità di scelta della donna. Cosa ne sapete, dal punto di vista storico, in merito? Quale la vostra opinione riguardo questo tema così delicato? Quale la legge vigente in Italia che regola l’aborto?
    13. "Ma a ben pensarci, cos'è l'amore?”, si chiede Anita. E si arrovella per definirlo: “E' come quando muori di freddo e trovi un bel fuoco acceso”. Ci ripensa: “o forse è come una piuma tanto forte da toglierti il respiro”. E alla fine si convince che: “è una cosa tanto meravigliosa che se provi a definirla si arrabbia e perde tutta la sua meraviglia!”. Anita vive la sua prima esperienza di innamoramento e di sesso con Eli, e vi porta tutto il bagaglio della sua inesperienza e fragilità. Cosa pensate del suo rapporto con Eli? Vi sono delle premesse sbagliate? Anita scopre di essere incinta in una delle scene più belle del film: come? Qual è la reazione di Eli di fronte alla gravidanza? Anita è costretta a fare i conti con la realtà, a maturare sentimentalmente in maniera un po’ brusca. Cosa pensate della sua vicenda sentimentale? Che sia legata alla sua storia e alla sua epoca o che una simile fragilità possa riproporsi anche oggi? Pensate che Anita ed Eli rappresentino, in qualche modo, i due pianeti, quello maschile e quello femminile, in generale, come astrazione? La giovane età, rispetto ai sentimenti, ha i suoi pro e i suoi contro. Raccontateci quali sono gli uni e gli altri, secondo la vostra esperienza di giovani. 
    14. Uno dei tratti distintivi del film è la scelta dei primi e primissimi piani. Quale l’effetto che cercano, secondo voi, e quale effetto hanno raggiunto, ai vostri occhi? 
    15. C’è sempre un forte legame tra i film di Faenza e la letteratura, anche in questo caso si parte da un romanzo. Conoscete la filmografia del regista e i romanzi da cui sono tratti i suoi film? Pensate che un libro alla base possa essere un vantaggio o uno svantaggio, per un regista? Quali le sfide che una trasposizione pone a chi la realizza? Sicuramente avete in mente esempi di film che hanno deluso le aspettative rispetto al libro che avevate letto. Perché? 
    16. Il cinema al cinema..Eli ed Anita vanno al cinema a vedere un film. Avete riconosciuto di quale famosissimo film si tratta? Chi ne è il protagonista, nella parte di Hitler? Ad un certo punto Anita si spaventa durante una scena, ed Eli le dice: “È  tutto finto nei film, non lo sapevi?”. Esprimete le vostre riflessioni in merito al rapporto tra cinema e realtà, cinema e finzione, anche alla luce della recente tendenza del cinema italiano a spostarsi sul reale, sul documentario, come dimostrano i film vincitori della Mostra di Venezia e del Festival di Roma 2013.
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