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La vera storia della ‘Bella e la bestia’

L’affascinante e famosa fiaba europea “La Bella e la Bestia” ha incantato e fatto sognare, in molteplici varianti, intere generazioni per secoli, ma non tutti sanno che è tratta in parte da una storia realmente accaduta e ambientata nel XVI secolo tra la Francia e l’Italia. Le prime tracce scritte di storie d’amore simili vengono fatte risalire alla letteratura greco-latina del II secolo d.C. con la favola di “Amore e Psiche” narrata nel celebre libro “Le Metamorfosi” (o L’asino d’oro) di “Lucio Apuleio”, scrittore e filosofo di formazione platonica, nato nella provincia romana della Numidia (situata in Nordafrica).
Nel 1550 lo scrittore italiano “Giovanni Francesco Straparola” realizzò la prima versione scritta de “La Bella e la Bestia” nel suo libro di racconti “Le piacevoli notti”, anche se la prima versione della fiaba, come la conosciamo oggi, è quella del 1740 a opera della scrittrice francese “Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve”. Straparola nello scrivere il suo racconto si ispirò quasi sicuramente all’incredibile storia vera del famoso nobile spagnolo “Petrus Gonsalvus” (nome originale “Pedro Gonzales”), appartenente alla corte di “Enrico II” di Francia.
Petrus Gonsalvus nacque nel 1537 a Tenerife, discendente dei “mencey”, i re degli aborigeni delle Canarie (guanchi), sopraffatti e resi schiavi dalla conquista spagnola a fine ‘400. Sembra che Pedro Gonzales, questo il suo nome, era un “muchacho muy hermoso”, la cui caratteristica era quella di avere il volto e il corpo coperti da una fine peluria rosso scuro, che tuttavia scopriva nel volto dei bei lineamenti regolari, come riportano le cronache dell’epoca.
Oggi definiremmo Pedro una persona affetta da ipertricosi, una malattia estremamente rara e che iniziò a essere studiata da un punto di vista scientifico, solo nella seconda metà dell’Ottocento. Il corpo della persona affetta da ipertricosi risulta essere completamente ricoperto di peli sin dalla nascita, tranne nel dorso delle mani, dei piedi, e sulle labbra.
La causa dell’ipertricosi è da riscontrare in un’alterazione genetica a carico di alcuni cromosomi, un capriccio del dna. Venne chiamata “sindrome del lupo mannaro” e anche “sindrome di Ambras” dal nome di un castello presso Innsbruck, capoluogo del Tirolo, dove furono scoperti i ritratti della famiglia Gonsalvus tutt’ora conservati nella “Camera dell’arte e delle curiosità”. Pare che Petrus Gonsalvus e la sua famiglia siano i più antichi casi di ipertricosi, documentati in Europa. Tale disturbo è poco riscontrato nelle etnie asiatiche e nere e poco comune nel nord Europa, più frequente invece nel bacino del mediterraneo.
Nel Cinquecento una persona con questa malattia era in realtà considerata un selvaggio. La pelosità, infatti, era il tratto distintivo dei selvaggi di cui aveva favoleggiato l’Ariosto nell’Orlando Furioso, molto letto nelle corti d’Europa e diffuso, in forma orale, anche presso le classi contadine.
All’età di dieci anni, Pedro Gonsalvus pare che sia stato inviato come “regalo” dalle Canarie al Re Carlo V nei Paesi Bassi, ma durante la traversata un’incursione di corsari francesi portò alla cattura di Pedro che fu condotto, invece (giochi del destino), in omaggio a Enrico II re di Francia.
All’epoca le corti si divertivano a competere tra loro anche nella collezione di animali esotici. Avere con sé addirittura selvaggi rappresentava elemento di vanto e prestigio.
La corte francese di quell’epoca era dominata dalla storica “Caterina de’Medici”, moglie del re e donna di forte e complessa personalità, a tratti crudele e amante di tutto ciò che era esotico che rimase subito colpita dal singolare e “selvaggio” ragazzo e fu estremamente orgogliosa di ospitare tra i cortigiani una testimonianza vivente di un caso così unico nel suo genere. Fu così che Petrus ricevette la più alta formazione culturale del tempo con lo studio della lingua latina e delle discipline umanistiche, crebbe come un vero gentiluomo e rimase a Corte per ben 44 anni con l’appellativo onorifico di “Don”, grazie alle sue origini reali.
Nel 1573, l’acculturato e solitario Petrus aveva ormai 36 anni e la regina pensò che era giunto il momento di dargli una moglie, così gli diede in sposa “Catherine Raffelin”, figlia di un cortigiano e la sua più bella damigella d’onore, per vedere cosa sarebbe nato da quel contrastante connubio. Si dice che la giovane fanciulla svenne al cospetto di Petrus, quando venne presentata, per la prima volta al nobile come sua futura moglie.
Petrus era dotato di una corporatura imponente, caratteristica dei guanchi di Tenerife, i quali avrebbero avuto, alle origini, infiltrazioni di popoli nordeuropei, di carnagione chiara e capelli biondi. Da qui è ragionevole desumere la peluria rossiccia di Petrus.
Qualunque donna al mondo sarebbe rimasta intimorita da tutta quella peluria che ricopriva il suo volto e, all’inizio del matrimonio forzato, la bellissima Catherine pensò, quasi sicuramente, che la loro sarebbe stata un’unione infelice, ma, pian piano, cercò di andare oltre le apparenze e di apprezzare altri aspetti di suo marito.
Col tempo la personalità, la sensibilità, la dolcezza e la cultura di Petrus Gonsalvus finirono per conquistare veramente il suo cuore e i due si innamorarono. Dal loro amore nacquero ben 6 figli, quattro dei quali affetti da ipertricosi.
I membri della famiglia Gonsalvus vennero studiati dall’italiano Ulisse Aldrovandi, un appassionato naturalista dell’epoca, che pubblicò le loro immagini su uno dei suoi volumetti dal titolo “De Monstris”, dove il termine “monstrum” aveva una connotazione positiva rispetto a oggi, perché veniva usato per intendere semplicemente qualcosa fuori dall’ordinario e di eccezionale, portentoso.
Iniziarono a circolare per l’Europa diversi quadri con raffigurato Pedro e i suoi figli pelosi.
Verso la fine del 1500 Gonsalvus, con la rovina della dinastia Valois, venne ceduto dalla corona francese ai principi di Parma. Il parmense Ranuccio Farnese riconobbe a Pedro dignità e rango di gentiluomo, chiedendo in cambio qualche esibizione pubblica. La famiglia “di mostri” finì quindi sulle sponde del lago di Bolsena, nella Capodimonte che, all’epoca, era sotto il dominio dei signori di Parma.
Nel 1618 Gonsalvus morì all’età di 81 anni lontano dai clamori delle Corti reali e lasciando vedova la sua Catherine dopo oltre 40 anni di vita insieme, felice nonostante il suo aspetto fuori dal normale, particolari della sua vita si trovano tra l'altro nell'Archivio Vaticano e in archivi di Roma e Napoli.
Don Petrus Gonsalvus fu una vera star nell’ambiente aristocratico europeo del XVI secolo, grazie anche alle sue spiccate doti intellettuali e si ritiene che Petrus e la sua famiglia siano i più antichi casi di ipertricosi, descritti in Europa.

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