Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 63

Quasi Amici

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

    Il film ispirato alla storia vera di Philippe Pozzo di Borgo, erede di un’importante famiglia aristocratica francese, collezionista d’arte, con una vita perfetta: una bellissima moglie, due meravigliosi figli, un incarico da manager in un’importante società che produce champagne … fino a quando un incidente di parapendio ha fatto di lui un invalido…. prima che sua moglie morisse di setticemia tre anni dopo. Queste due tragedie consecutive e ravvicinate avrebbero distrutto qualunque altro uomo ma nel caso di Philippe Pozzo di Borgo, un incontro – a dir poco inaspettato – ha cambiato tutto: è arrivato Abdel (ribattezzato Driss nel nostro film) un giovane proveniente da una periferia disagiata, superficiale, fiero, brutale, volatile insopportabile…. ma soprattutto umano che è stato in grado di far rinascere in Philippe la voglia di vivere. 
    L’improbabile connubio genera altrettanto improbabili incontri tra Vivaldi e gli Earth, Wind, dizione perfetta e slang di strada, completi eleganti e tute da ginnastica …
    Due universi opposti entrano in rotta di collisione ma per quanto strano possa sembrare prima dello scontro finale troveranno un punto d’incontro che sfocerà in un’amicizia folle, comica, profonda quanto inaspettata che li renderà….. Intoccabili.

  • Genere: drammatico
  • Regia: Eric Toledano e Oliver Nakache
  • Titolo Originale: Intouchables
  • Distribuzione: Medusa
  • Produzione: Nicolas Duval Adassovsky, Yann Zenou, Laurent Zeitoun
  • Data di uscita al cinema: 24 febbraio 2012
  • Durata: 111’
  • Sceneggiatura: Eric Toledano, Oliver Nakache
  • Direttore della Fotografia: Mathieu Vadapied
  • Montaggio: Dorian Rigal-Ansous
  • Scenografia: François Emmanuelli
  • Costumi: Isabelle Pannetier
  • Attori: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    NOTE DI REGIA 
    “Se non fossi caduto, non avrei incontrato Abdel e non sarei qui a parlare con voi adesso …” Sono state queste parole, pronunciate da Philippe Pozzo di Borgo nel corso nel nostro primo incontro a convincerci a fare di questa storia vera anche se improbabile il soggetto del nostro quarto film.
    Il nostro dichiarato desiderio è sempre stato mettere insieme umorismo ed emozioni utilizzando nella fattispecie le discrepanze che scaturiscono inevitabilmente da alcune situazione della nostra vita quotidiana. Dopo “Tellement Proches”, volevamo continuare sulla stessa strada e andare oltre raccontando una storia ancor più potente visto che “QUASI AMICI” descrive l’improbabile incontro tra un ricco aristocratico reso disabile da un incidente di parapendio e un badante che viene dalla povera e complicata periferia parigina che lo porterà piano piano ad apprezzare nuovamente la vita.
    L’originalità del film è che tratta in maniera umoristica e divertente un argomento alquanto delicato e serio e sarà proprio attraverso le risate che tra i due uomini - dotati entrambi di una forte personalità e che sulla carta non hanno niente in comune - nascerà una complicità totalmente inaspettata. Ma al di là di questa straordinaria storia di amicizia, speriamo anche di abbozzare un ritratto della Francia contemporanea concentrandoci sul concetto stesso di solidarietà che viene dolorosamente messo alla prova dal divario sociale e psicologico apparentemente incolmabile che separa i quartieri eleganti e le periferie misere di Parigi, l’incontro insolito ed esplosivo tra due mondi apparentemente all’opposto che vuole simboleggiare l’incontro/scontro tra i disabili fisici e quelli sociali. “QUASI AMICI” assume la forma di una commedia tenera e comica che ricorda le “strane coppie” dei celebri “Profumo di Donna” di Dino Risi e “L’ottavo giorno” di Jaco Van Dormael. 
    Descrivendo il difficile rapporto tra due mondi così diversi, desideravamo realizzare un film che parlasse dei pregiudizi in generale e abbiamo pensato di raggiungere il nostro scopo con un cast di attori di grande talento e fama.  Ed è per questo che ci è sembrato logico dirigere per la terza volta Omar Sy che interpreta Abdel (Driss). Omar viene dalla periferia di Parigi e in questo film è riuscito a mostrare alcune sfaccettature della sua personalità che nessuno aveva ancora mai visto.
    E François Cluzet, famoso per la passione e l’intensità con le quali interpreta tutti i suoi ruoli,  si è calato a meraviglia nei panni di Philippe Pozzo di Borgo (Philippe). Vista la complessità del ruolo, che ha richiesto un’autentica trasformazione fisica, un controllo perfetto del corpo e una rinuncia totale alla sua personalità di attore,  eravamo certi che la sensibilità profonda e il rigore assoluto di François Cluzet sarebbero stati utilissimi per interpretare magistralmente Philippe Pozzo di Borgo. 
    La regia del film è sobria, elegante e ritmata ed è stata l’energia dei due protagonisti a fornire la vera spinta narrativa. Il nostro obiettivo è stato non farsi imprigionare da preconcetti e cliché ma cercare di portare alla ribalta attraverso tutta una serie di sfaccettature e sfumature, la ricchezza spirituale prodotta da un magico incontro che ha letteralmente cambiato il destino di due uomini.

    Eric Toledano e Olivier Nakache
     
    INTERVISTA AI REGISTI
    Come vi è venuta l’idea di realizzare INTOUCHABLES?
    Olivier Nakache: Tutto è iniziato nel 2003 mentre stavano guardando un documentario che ci ha colpiti parecchio, intitolato: A LA VIE, A LA MORT. Il documentario raccontava la storia dell’improbabile e incontro tra Philippe Pozzo di Borgo, rimasto paraplegico in seguito ad un incidente di parapendio,  e Abdel, un ragazzo della periferia parigina da lui ingaggiato come badante. All’epoca avevamo appena terminato le riprese di JE PREFERE QU’ON RESTE AMIS (a.k.a. JUST FRIENDS) e probabilmente non eravamo abbastanza maturi per affrontare un argomento di questo tipo; ciononostante quel documentario ci è rimasto nel cuore al punto che ogni tanto lo riguardavamo…. E poi alla fine dopo aver realizzato TELLEMENT PROCHES (a.k.a SO CLOSE), abbiamo capito che era giunto il momento di affrontare quella storia.
    Eric Toledano: Diciamo che anche le circostanze che si erano venute a creare dopo quel film erano un po’ speciali visto che Omar  aveva lavorato con noi per la seconda volta interpretando il ruolo di un medico. Era stata una tale gioia vederlo di nuovo sul set dopo la felice esperienza di I NOSTRI GIORNI FELICI:PRIMI AMORI, PRIMI VIZI, PRIMI BACI  (a.k.a THOSE HAPPY DAYS) che volevamo a tutti i costi continuare questa avventura con lui.  Sentivamo che Omar non aveva ancora espresso tutte le sue potenzialità sul grande schermo e in quel momento abbiamo pensato al rapporto speciale tra Philippe e Abdel. Abbiamo fatto vedere a Omar il documentario per sondare il terreno e dopo aver avuto una risposta più che positiva da lui abbiamo capito che la storia conteneva tutti gli ingredienti che cercavamo: una trama incredibile, un argomento potente, tantissimo umorismo…. E soprattutto tutto ciò che Olivier ed io ammiriamo: individui che in situazioni difficili ed estreme riescono a conservare il senso dell’umorismo e a restare positivi. E’ così che lavoriamo nella vita di tutti i giorni ed è per questo che sapevamo di avere qualcosa da dire al riguardo.

    Dopo aver avuto l’approvazione di Omar, come avete proseguito?
    O.N.: Prima di iniziare a lavorare alla sceneggiatura, abbiamo voluto incontrare Philippe Pozzo di Borgo che vive a Essaouira, in Marocco, dove si è risposato. Per capire se il nostro desiderio di realizzare un film sulla sua storia sarebbe uscito rafforzato da un incontro con lui. 
    E.T.: Siamo riusciti a  contattarlo piuttosto facilmente perché alla fine del libro che ha scritto, LE SECOND SOUFFLE, ha inserito il suo indirizzo di posta elettronica e ci ha risposto immediatamente dicendo che non eravamo i primi registi cinematografici che avevano espresso il desiderio di adattare la sua storia per il grande schermo e che aveva già letto diverse sceneggiature al riguardo. In ogni caso ci ha detto che sarebbe stato un piacere per lui incontrarci.
    O.N.: E quell’incontro è stato veramente decisivo!
    E.T.: Perché ci ha raccontato tutto quello che nel documentario mancava e molte delle cose che ci ha rivelato hanno lasciato il segno. Philippe non è una persona molto loquace, ma le sue parole sono molto potenti…. E ci ha detto: “Se volete veramente fare questo film, fate che sia divertente perché questa è una storia che va trattata con umorismo.” E noi lo abbiamo tranquillizzato svelando le nostre intenzioni. Infine ha aggiunto: “Se non avessi incontrato Abdel, sarei già morto.” E questa conversazione ci ha permesso di porci tanti altri quesiti e di sviluppare nuovi sotto temi, nella fattispecie come è possibile che due diversi strati della società francese contemporanea, rappresentati da Philippe e Abdel, riescano ad entrare in contatto e a sviluppare una relazione potente dopo essere entrati per così dire “in rotta di collisione” per motivi casuali. Questi due uomini, uno vittima di un handicap fisico e l’altro vittima di un handicap sociale, hanno una sorta di bizzarra e inaspettata complementarietà,  che li ha portati a sviluppare questo improbabile rapporto.

    Philippe Pozzo di Borgo vi ha dato subito la sua approvazione per INTOUCHABLES?
    O.N.: L’incontro è stata per lui l’occasione di conoscerci e di capire che persone fossimo e in quell’occasione gli abbiamo anche fatto vedere i nostri film precedenti. C’è stato tra noi uno scambio sincero e lui ci ha spinti a intraprendere questa avventura.
    E.T.: Ha capito subito che gli avremmo fatto leggere ogni singola riga della sceneggiatura  e possiamo affermare che è stato contento di questo nostro desiderio e che ha avuto subito voglia di discuterne con noi…. E’ stato generoso ed estremamente gentile in tutte le email che da quel giorni ci siamo scambiati.
    O.N.: Si è fidato di noi e quando incontri una persona del genere, non resti certamente indifferente.
    E.T.: Per ogni nuova versione della sceneggiatura che gli facevamo leggere, ci mandava pagine e pagine di appunti. Per esempio, sottolineava sempre le situazioni impossibili per una persona nelle sue condizioni fisiche. In breve, ha reso la nostra sceneggiatura ancora più realistica e credibile raccontando i dettagli di una realtà che è al tempo stesso più folle e più divertente  di quella che noi stavamo descrivendo nella nostra sceneggiatura.  Ogni volta ha fatto emergere il lato normale di situazioni assolutamente anomale e la sua capacità di farci dimenticare il suo handicap fisico, ci ha guidati per tutto il film. Ed è anche per questo che quando Omar e François Cluzet hanno detto di si, abbiamo organizzato un “corso di integrazione”. Siamo tornati a Essaouira per far conoscere Philippe anche a loro e anche in questa occasione ci ha fornito tanto altro materiale prezioso …
    O.N.: Ed è stato allora che François ha iniziato a ispirarsi a lui, osservando come vive, come si muove, come parla prima di provare a ricreare tutto questo sul set. Alla fine delle tre giornate marocchine, François ci ha detto: “Sono pronto.” E’ un attore così intenso e pronto a calarsi totalmente nei ruoli che interpreta, e quell’incontro lo ha certamente toccato profondamente.

    Perché avete scelto François Cluzet per interpretare Philippe?
    O.N.: Inizialmente il criterio di scelta era una netta differenza di età tra i due personaggi. E questo implicava necessariamente la scelta di attori di un certo calibro.  Poi abbiamo saputo che François aveva letto la sceneggiatura a nostra insaputa, grazie al suo agente e che aveva chiesto di incontrarci. Ed è così che è iniziato tutto!
    E.T.: Il suo entusiasmo è stato contagioso e ci è bastato per farci prendere una decisione. Una delle cose che ci hanno letteralmente conquistati è stata quando ci ha detto che voleva vivere le situazioni e non semplicemente interpretarle. Poi con il passare dei giorni abbiamo iniziato a pensare alle scintille che sarebbero scoppiate quando avrebbe incontrato Omar il quale, come lui, vive a fondo le situazioni e non si limita ad interpretarle. E le cose sono andate ben al di là delle nostre aspettative.
    O.N.: François è un attore molto intenso e questo ruolo implicava una grande preparazione. Non bastava presentarsi sul set il giorno prima dell’inizio delle riprese, provare a star seduto su una sedia a rotelle e interpretare il ruolo di un uomo sofferente … senza un’intensa e meticolosa preparazione. E come aveva promesso, è stato più che all’altezza della sfida.

    Sullo schermo non si ha mai la sensazione di vedere due “attori” che recitano, ognuno concentrato su se stesso. Si sente invece che recitano veramente e sinceramente insieme dando vita ad una sorte di personaggio bi-fronte. Era una cosa così evidente anche durante le riprese?
    O.N: Ad essere onesti non ce ne siamo resi conto subito perché François è un attore che all’inizio tende a mantenere le distanze. Ha un approccio molto intellettuale al suo lavoro soprattutto prima di iniziare le riprese. Per lui, la parte più importante del lavoro viene prima e finisce nel momento in cui arriva sul set quando tutto quello che fatto fino a quel momento deve essere tarato alla perfezione.  Di conseguenza, non siamo riusciti a percepire immediatamente la straordinarietà di quello che succedeva! Ma poi abbiamo capito che erano entrambi riusciti a fare esattamente quello che desideravamo e da quel momento per noi guardarli recitare è stata una pura gioia. Omar e François, ognuno a suo modo, hanno cercato di sfruttare i propri ruoli per rendere i rispettivi personaggi il può reali e credibili9 possibile, evitando però qualunque forma di competizione tra di loro.

    In questo film, rispetto ai film precedenti che avevate fatto con lui, in che modo Omar vi ha sorpresi?
    E.T.: Non ci saremmo mai imbarcati nella realizzazione di un film come INTOUCHABLES se non avessimo avuto le idee ben chiare sugli attori che avremmo voluto con noi. E come è stato per il personaggio di Philippe, anche l’attore che doveva interpretare Driss doveva essere credibile sin dalla prima apparizione. Omar ci ha sorpresi in continuazione. Ha preso da solo l’iniziativa di dimagrire di 10 chili e di sviluppare un po’ di muscoli senza che noi glielo chiedessimo,  semplicemente perché a suo avviso un uomo che viene dalla periferia sarebbe stato sicuramente più magro di come è lui nella vita reale. E quando lo abbiamo visto arrivare con la testa rasata, vestito semplicemente con una felpa con il cappuccio e un giubbotto di pelle, io sono rimasto letteralmente senza fiato per gli importanti passi che aveva già compiuto verso il suo personaggio, di sua spontanea iniziativa e senza alcuna indicazione da parte nostra.
    O.N.: E una volta sul set la sua recitazione è stata a dir poco magnetica! Avevamo sempre saputo che dentro di lui si nascondeva un grandissimo attore ma questa volta, ci ha veramente messi KO!.
    E.T: Omar ha portato sul set buon umore e amicizia, ingredienti preziosi durante la lavorazione.  Possiede una strana e rara forma di umiltà. A volte, la gente lo aspettava vicino al set, soprattutto quando abbiamo girato vicino ad una scuola media a Bondy e lui si lasciava fotografare con tutti i ragazzini, senza mai perdere il buon umore. Non si prende mai troppo sul serio e il suo rapporto con la fama è assolutamente naturale. 

    Come avete lavorato con François e con Omar prima dell’inizio delle riprese?
    O.N.: Abbiamo organizzato diverse letture della sceneggiatura che sono state utilissime perché ci piace “carpire” i segreti agli attori approfittando di questi momenti quando riusciamo a cogliere sfumature che altrimenti ci sfuggirebbero. Il nostro “metodo” di lavoro preveder diverse fasi.  Innanzitutto, scriviamo la sceneggiatura e poi la riscriviamo durante le riprese. Ad essere sinceri, non sapevamo come avrebbe reagito François sul set perché noi parliamo in continuazione, anche durante i ciak!
    E.T.: Così facendo, tentiamo di “disturbare” le performance degli attori per far emergere cose inaspettate,  improvvisazioni e piccolo incidenti di percorso.
    O.N.: Facciamo una lunga e meticolosa preparazione ma quando cominciamo a girare, proviamo tutte le idee che ci vengono in mente e questa è sicuramente una cosa destabilizzante al punto che spesso i nostri collaboratori ci chiedono di fare almeno una volta quello che è previsto dalla sceneggiatura!
    E.T.: Ma possiamo permetterci queste digressioni perché partiamo da una base molto solida, da una lunga preparazione alla quale hanno partecipato tutti. E poi giunge la fase di “demolizione” di quello che abbiamo fatto perché temiamo che gli attori si annoino. Noi vogliamo che sul set ci sia sempre concitazione, trepidazione; è una cosa che ci unisce molto.

    Dopo due film corali, I NOSTRI GIORNI FELICI:PRIMI AMORI, PRIMI VIZI, PRIMI BACI  (Those Happy Days) e TELLEMENT PROCHES (So Close), questo film invece si concentra su due personaggi, e in questo ricorda un po’ il vostro primo lungometraggio, JE PREFERE QU’ON RESTE AMIS (Just Friends). Quale tra i due stili, preferite?
    E.T.: TELLEMENT PROCHE è stato inconsapevolmente influenzato dal successo di I NOSTRI GIORNI FELICI:PRIMI AMORI, PRIMI VIZI, PRIMI BACI, ed è per questo che abbiamo deciso di continuare sullo stesso registro, lavorando con il gruppo ma anche con ogni singolo personaggio. Inoltre, adoriamo le storie in cui diverse vicende si intrecciamo, i film italiani in cui i personaggi parlano in continuazione …
    O.N.: Siamo terrorizzati all’idea di annoiare il pubblico! Avere tanti personaggi e tante storie sicuramente ci aiuta ad evitare questo rischio.
    E.T.: E’ anche per questo che INTOUCHABLES è stata un’autentica e paurosa sfida per noi.  Ma per fortuna avevamo al nostro fianco dei grandissimi produttori che hanno vegliato su di noi e che hanno saputo stimolarci e metterci sulla strada giusta sin dalla prima versione della sceneggiatura, aiutandoci a eliminare tutti i personaggi secondari e facendoci concentrare sui due protagonisti. E avevano ragione perché era stata propria la voglia di descrivere questo rapporto tra due persone ad averci  spinti a  scrivere e dirigere INTOUCHABLES. Ed è per questo che abbiamo deciso di fidarci ciecamente della storia e di affidarci ai due protagonisti senza prendere deviazioni.
    O.N.: In INTOUCHABLES, ci sono pochissimi personaggi secondari che rappresentano una sorta di “break” dalla storia principale senza però farci perdere di vista l’essenza del film.
    E.T.: Ma affinché possano svolgere il loro ruolo ed essere credibili, anche i personaggi secondari devono esistere e devono avere un certo peso. E sappiamo di dovere tantissimo agli splendidi attori che li hanno interpretati e che hanno accettato di fare un qualcosa che non era poi così scontato: solo qualche giorno di riprese,  piccolissimi e umili ruoli al servizio della trama principale.  E siamo stati più che fortunati ad avere con noi attori del calibro di Anne Le Ny, Clothilde Mollet, Audrey Fleurot, Grégoire Oesterman e tutti gli altri che hanno accettato di mettere il loro incredibile talento al servizio di questo film.

    La musica svolge sempre un ruolo importante nel vostri film, ma in questo è ancora più determinante. In quale fase del processo creativo lavorate alle musiche?
    O.N.: In tutti. Per esempio, appena abbiamo iniziato a scrivere abbiamo pensato alla canzone degli Earth, Wind and Fire sulla quale Driss balla alla festa di compleanno di Philippe. Mentre le canzoni che accompagnano le sequenze montate del film le abbiamo pensate durante le riprese e il montaggio. Ad essere onesti, siamo un po’ nevrotici sulle musiche! Gli dedichiamo molto tempo e poi arrivano i mal di testa per avere i diritti!
    E.T.: Per quanto riguarda il compositore e la colonna sonora, ci siamo imbattuti in Ludovico Einaudi mentre navigavamo sui siti musicali. I suoi brani al pianoforte –  simili alle impeccabili composizioni di Michael Nyman o Thomas Newman – hanno accompagnato la scrittura di tante sequenze che avevano bisogno di emozioni ma anche di un certo distacco. E poi un giorno lo abbiamo chiamato e gli abbiamo chiesto di comporre la colonna sonora del film e lui ha accettato.

    PARAPLEGIA ricerche a cura di L.D.F.
    Le lesioni al midollo osseo potrebbero essere curate rigenerando le fibre nervose cicatrizzate. La ricerca biomedica è in fermento in questo campo. 

    La paraplegia è generalmente conseguenza di una lesione del midollo conosciuta da millenni, come dimostra il ritrovamento di un papiro egizio rinvenuto da Edwin Smith che ne illustra esattamente le caratteristiche. Ma, fino agli inizi del ventesimo secolo, è sempre stata considerata incurabile e la mancanza di cure ha fatto della paraplegia un trauma, caratterizzato da un’alta mortalità legata alle frequenti complicazioni che si associano a questa paralisi, quali squilibri cardiorespiratori, neurologici, metabolici, genito-urinari. Il ventesimo secolo ha segnato però una svolta nella comprensione del funzionamento del sistema nervosa. In particolare si è scoperto che le cellule del sistema nervoso sono in grado, in particolari condizioni, di rigenerarsi e che, dunque, quella neuronale non è una rete fissa e immobile che può solo degenerarsi con l’età, come si è sempre pensato in passato. Importante in questo senso è stata la scoperta del Nerve Growth Factor (NGF), il fattore di crescita che stimola le cellule nervose, scoperto nel 1951 da Rita Levi Montalcini che a questa proteina deve la vittoria del premio Nobel per la medicina nel 1986. Questa scoperta iniziale ha aperto un filone di ricerca, quello sulla possibilità di rigenerazione delle cellule neuronali che è molto affascinante e, soprattutto, potrebbe essere, in prospettiva, una via da percorrere per curare i traumi midollari. Le lesioni del midollo sono, infatti, caratterizzate dalla cicatrizzazione e dalla progressiva perdita di funzionalità delle cellule gliali del midollo spinale e rigenerare queste cellule garantirebbe la riduzione, prima, e la guarigione poi dalla lesione. Nel 1988 è stata scoperta (dalla Yale School of Medicine, dall'Università di Zurigo e da un'équipe inglese) l’esistenza negli oligodendrociti del sistema nervoso centrale dei mammiferi, geni la cui espressione inibisce la crescita neuronale dopo un trauma. Grazie a questa sua caratteristica questo gene è stato chiamato “NOGO”. Il gene NOGO codifica una proteina che impedisce la connessione tra i nervi spinali e le cellule del midollo in seguito ad un trauma. L’azione della proteina, codificata da NOGO, può essere bloccata utilizzando un anticorpo monoclonale contro di essa: l’anticorpo si chiama IN-1 e, almeno in laboratorio, sembra funzionare. Se somministrato a topi che hanno subito una lesione, sin dalle ore immediatamente successive alla diagnosi, l’IN-1 permette la ricrescita delle cellule midollari e di quelle che costituiscono i nervi spinali permettendo la riduzione e, a volte, la scomparsa della lesione. Il trattamento con questo anticorpo potrebbe essere una possibilità terapeutica per la cura della paraplegia anche se, ad oggi, i risultati ottenuti sono ritenuti dai ricercatori ancora preliminari e si riferiscono soltanto ad animali da laboratorio, mentre non sono stati realizzati studi sugli esseri umani. Tuttavia la fiducia sulle possibilità di rigenerazione del midollo sono elevate. Vi sono anche altre proteine che, sempre nei roditori, sono in grado di avere un effetto rigenerante sul midollo: nel 1995 è stato scoperto che la combinazione di fattori neurotrofici (Brain Derived Neurotrophic Factor) stimola la rigenerazione assonale nel trapianto delle cellule di Schwann (le cellule che conferiscono il rivestimento mielinico agli assoni midollari) nel midollo spinale di ratti adulti. Una forte speranza è riposta nell’azione dei macrofagi, cellule del sistema immunitario, per la riparazione del sistema nervoso centrale. D'altra parte, la risposta immunitaria è il meccanismo naturale di riparazione dalla ferita del corpo. Quindi, il metodo migliore per l'attenuazione della neurodegenerazione e facilitare la cura e la riparazione nervosa è l'amplificazione controllata della funzione immunitaria piuttosto che la soppressione immunitaria. Di conseguenza, l'impianto dei monociti del sangue, incubati nel tessuto periferico danneggiato (pelle o nervo sciatico), ha portato a una certo grado di guarigione della ferita. Nel 2001 sono stati segnalati i primi tre casi di pazienti, con lesione midollare traumatica completa, trattati con trapianto autologo di macrofagi, attivati entro due settimane dalla lesione. Tutti e tre i pazienti hanno recuperato, in sei mesi, la sensibilità e parte della motilità.

  • Spunti di Riflessione:

    di L.D.F.
    1. La paraplegia, come grave disturbo fisico-motorio, era conosciuta già dai tempi degli antichi egizi e da allora era considerata un male incurabile. Ci sono oggi ricerche che aprono una speranza a coloro che ne sono affetti?
    2. La paraplegia e la tetraplegia possono essere determinate da lesioni infettive (più rare) o da lesioni traumatiche (più comuni) dovute a incidenti soprattutto motociclistici e automobilistici. Quando voi correte in auto o in moto pensate mai a qualcuno della vostra età che, correndo come voi, è finito sulla sedia a rotelle per tutta la vita?
    3. La paraplegia è provocata da una lesione del midollo spinale che coinvolge, paralizzandoli, agli arti inferiori del corpo. Se la paralisi è completa, si parla di tetraplegia. Perché, per distinguere una paraplegia da una tetraplegia, si deve effettuare un test sull’adduttore del dito mignolo?
    4. Nel 1988 è stato scoperto un gene che inibisce la crescita neuronale dopo un trauma. Praticamente l’arto traumatizzato non perde, almeno in parte, la sua capacità di movimento. L’esperimento è stato condotto sui topi ed è stato positivo. Ma non si è tentato lo stesso esperimento sull’uomo. Secondo voi, perché?
    5. Nel 1995 sono state scoperte proteine che hanno un effetto rigenerazionale sul midollo spinale. Ma una grande speranza si fonda oggi sui “macrofagi”. Cosa sono i macrofagi? E questa terapia è stata applicata, almeno in casi limitatissimi, sull’uomo?
    6. La paraplegia, si verifica, quando la parte inferiore del corpo di una persona è affetta da paralisi motoria e priva di sensibilità e si parla di tetraplegia, con il coinvolgimento dei 4 arti, quando si verifica una lesione della zona cervicale del midollo spinale, Nel caso di Philippe è più giusto parlare di paraplegia o sarebbe più corretto usare il termine tetraplegia?
    7. La storia del film è quella reale di Philippe, un uomo che aveva tutto e che, per un incidente con il parapendio, diventa tetraplegico. Per lui il corpo non esiste più, gli rimane solo il cervello per pensare, e gli occhi per vedere e può muovere appena la testa. Quante volte il vero Philippe, prima dell’incontro con Abdel (Driss nel films) avrà pensato di non essere più nemmeno capace di uccidersi?
    8. Philippe, ormai paraplegico, ha dovuto sopportare anche un altro enorme dolore: dopo tre anni dal suo incidente, la scomparsa di sua moglie. Egli avrebbe mai immaginato che l’incontro con Abdel, un giovane di colore proveniente da una banlieue disagiata, superficiale, fiero, brutale, talvolta insopportabile, gli avrebbe dato la forza di continuare a vivere? 
    9. Perché e come Philippe decide di prendere come “badante” Abdel, nonostante la sua ignoranza, temperata però del suo umorismo arrogante da bullo di periferia? Sono stati proprio questi barlumi di umorismo che hanno fatto decidere a Philippe di affidarsi ad Abdel?
    10. Philippe e Abdel hanno due visioni della vita e due culture, (basti pensare che il primo ama Vivaldi e il secondo gli Earth), diametralmente opposte che non possono non creare situazioni di contrasto propedeutiche a un’estrema comicità in cui lo stesso Philippe sembra rinascere. E’ giusto quest’osservazione? Commentate.
    11. Abdel è rude nell’aiutare Philippe nelle sue necessità e in ogni suo movimento però non trovate che, nel suo atteggiamento, traspare sempre molta tenerezza?
    12. Nel film si parla di diversità sociali che si incontrano, di uomini che, pur profondamente diversi, trovano insieme la forza di sopravvivere e di vivere. E’ giusta, secondo voi, questa osservazione, sia per Philippe che per Abdel?
    13. Nel film, proprio in relazione alla figura di Abdel, si sono affrontati temi estremamente importanti per i giovani nella società di oggi come l’integrazione sociale dei giovani disadattati e senza lavoro delle periferie e le differenze socioculturali sempre maggiori tra le classi più ricche e le più povere. Si può leggere tutto questo nella figura di Abdel e nel suo rapporto iniziale con Philippe?
    14. Si può affermare che l’incontro-scontro tra Philippe e Abdel voglia simboleggiare anche l’incontro-scontro tra disabili fisici e disabili sociali?
    15. Non siete dell’opinione che il film tratti anche un problema socio-individuale rilevante come quello della solidarietà? Esprimente la vostra opinione in merito.
    16. All’inizio del film, sembra impossibile l’incontro e poi il sorgere di un’amicizia tra un nobile, reso disabile da un incidente e un ragazzo di colore che si deve occupare di lui e che viene da una disastrata periferia parigina. Eppure accade. Ma la realtà supera la fantasia quando con il parapendio… Non trovate questa una delle scene più belle e commoventi del film? 
    17. Quando Philippe comprende di credere nell’amicizia di e con un uomo tanto diverso da lui?
    18. Perché si può affermare che, con la sua amicizia, Philippe abbia insegnato ad Abdel “a vivere”?
    19. Philippe ha pronunciato una frase nei riguardi di Abdel che è la più grande dichiarazione di affetto che egli potesse rivolgere all’amico: “Se non avessi incontrato Abdel sarei già morto!” E’ vero, secondo voi che, senza Abdel, Philippe avrebbe preferito morire?
    20. Si assiste, nel film, all’incontro-scontro tra due menti e due personalità completamente diverse che non possono non creare, nel loro condividere la vita, situazioni spesso umoristiche. E’ un modo di ridere per non piangere oppure, dall’incontro tra Philippe e Abdel, scaturisce una sorta di inno alla vita?
    21. E’ giusto dire che “Quasi amici” dia a tutti gli spettatori una lezione di speranza e di coraggio non solo perché Abdel ha salvato Philippe dalla depressione ma anche perché gli è diventato amico?
    22. E’ giusto dire che Philippe è tornato a godere delle piccole cose della vita perché Abdel non lo ha mai trattato da uomo completamente paralizzato?
    23. Oliver Nakache, uno dei registi del film, sostiene che “la storia di Philippe e Abdel contiene tutti gli elementi che cercavamo: una trama incredibile, un argomento potente e tantissimo umorismo”. Siete d’accordo con Nakache? Esprimete la vostra opinione in merito.
    24. “Quasi amici” è stato definito da Yann Zenou, uno dei produttori, come un film “che ha la capacità di combinare umorismo ed emozioni, due registri diversi ma complementari che, quando mischiati alle giuste dosi, producono opere che arrivano diritte al cuore”. Siete d’accordo? Commentate.

Letto 24973 volte

Video

Indice dei Film

I Più Visti negli ultimi 6 mesi