Attenzione

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L'Ospite Inatteso

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    In una tranquilla cittadina del Connecticut, il professore universitario Walter Vale, rimasto vedovo, insegna svogliatamente Economia e trascorre la sua monotona vita di provincia, cercando (con scarsi risultati) di coltivare il suo amore per la musica, suonando il piano. Costretto a partecipare ad una conferenza a New York, scopre che nel suo appartamento, si è installata una giovane coppia di immigrati clandestini, la senegalese Zainab e il siriano Tarek.

    La decisione di farli rimanere, comunque, a casa sua è presto presa. Walter scopre così la vita di questi due giovani (Zainab produce gioielli e Tarek suona il djembe in locali jazz), diventandone subito amico. Henry Miller una volta definì New York come “la città in cui potevi perdere o ritrovare te stesso”; le storie, gli intrecci e gli incontri fortuiti che accadranno in questa magica città, porteranno Walter a ritrovare se stesso (ai discorsi dei relatori tenuti in conferenza si affiancherà il tamburellare del djembe). Con l’aiuto di Tarek, Walter impara a suonare il tamburo e ne viene totalmente catturato.

    Proprio come il ritmo crescente di un djembe, lo scorrere degli eventi si farà sempre più rapido. Tarek, per un malinteso, viene arrestato dalla polizia, finisce in un centro di detenzione dell’I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement) e, essendo un immigrato irregolare, rischia di essere bandito a vita dagli Stati Uniti. Walter cerca di aiutarlo a uscire di prigione e, in questo difficile compito, gli si affianca la madre di Tarek, Mouna. Se, da un lato, la condizione del giovane siriano si inasprisce, l’amicizia fra Walter e Mouna si fa sempre più profonda, sancita dall’impegno che Walter si è assunto nei confronti di Tarek.

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Tom McCarthy
  • Distribuzione: BOLERO FILM
  • Produzione: GROUNDSWELL PRODUCTIONS, PARTICIPANT PRODUCTIONS
  • Durata: 104 minuti
  • Sceneggiatura: Tom McCarthy
  • Direttore della Fotografia: Oliver Bokelberg
  • Montaggio: Tom McArdle
  • Costumi: MELISSA TOTH
  • Attori: RICHARD JENKINS, HIAM ABBASS, HAAZ SLEIMAN, DANAI GURIRA
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado
  • Approfondimenti:


    Il problema dell’immigrazione negli Stati Uniti Approfondimento di Matteo Primavera Casi come quelli di Tarek sono all’ordine del giorno in America: gli immigrati senza regolare visto o permesso di soggiorno sono immediatamente trasportati in un centro di detenzione (ovvero un carcere).
    Da questo centro possono essere trasferiti o direttamente espulsi dal paese senza nessun preavviso. I propri cari non possono andare a trovarli, perché rischierebbero anche loro di tornare nei propri paesi di origine se sprovvisti di un regolare permesso. John F. Kennedy disse che “le leggi sull’immigrazione dovrebbero essere generose; dovrebbero essere giuste; dovrebbero essere flessibili.
    Con le leggi di questo tipo potremmo guardare il mondo e il nostro passato, con la coscienza e le mani pulite”. Come può una nazione che trova nell’immigrazione le sue radici (e ha da poco eletto un presidente figlio di un immigrato keniano) arrivare a creare leggi così restrittive e ottuse contro l’immigrazione?
    Molti americani sottovalutano l’ingente peso che ha la manodopera immigrata sull’economia del loro paese: il 50% degli agricoltori, il 24% degli allevatori e il 21% di coloro che lavorano nelle cucine dei ristoranti sono immigrati. Inoltre, in un’economia già in crisi, la perdita del lavoro illegale (che costituisce il 5% della forza lavoro) e dei contributi fiscali degli immigrati illegali (i quali, però, non beneficiano dei servizi pubblici) non potrà certo migliorarne la situazione. Infine, credo che, per uno Stato, sia fondamentale e utile beneficiare dello spirito d’iniziativa degli immigrati; compagnie cinematografiche americane come la MGM, l’Intel, Google, eBay e la Paramount Pictures sono tate tutte fondate da immigrati.
    Dimenticavo la Bank of America: questo colosso bancario (dal fatturato di 177 miliardi di dollari) fu fondato da un italiano, Amedeo Giannini, nel 1904, con il nome Bank of Italy.

    Intervista con Tom McCarthy

     

    D: A che cosa si è ispirato nello scrivere la sceneggiatura e girare il film?

     

    R: Penso sia sempre difficile individuare l’esatto centro di ispirazione per un film. Io in genere raccolgo un sacco di idee diverse e le ordino in un grande file per poi vagliare quelle più in risonanza con me. Credo che in questo caso si sia trattato di un paio di cose. Ho trascorso un certo tempo in Medio Oriente (precisamente a Beirut) per l’ultimo film che ho diretto, e mi sono reso conto di aver letto tanto su quella parte del mondo senza aver capito molto della sua gente né della loro cultura. Vi sono perciò tornato un paio di volte, ho letto ancor più e ho persino cominciato a passare più tempo nella comunità araba qui a New York. Nel corso delle mie ricerche, ho trovato la storia di un giovane mediorientale arrestato e messo in uno di questi centri, forse a Queens. Cominciai perciò a leggere tutto il possibile sulle politiche per l’immigrazione e in particolare sul nostro sistema di detenzione. Il modo in cui dopo l’11 settembre trattiamo la gente, i cittadini non registrati in particolare, mi ha portato a questa storia. Dopo aver aderito all’organizzazione Sojourners, con sede a Riverside Church, a Manhattan, ho anche preso a far visita ai detenuti. A parte questo, avevo in mente il personaggio di un anziano professore universitario che ha perso la passione per la sua vocazione. A un certo punto le due storie si sono unite e i due personaggi si sono messi insieme.

     

    D: Nello sviluppare L’ospite inatteso, ha avuto molto interesse a ricavarne qualcosa, oppure voleva mandare un messaggio sulle leggi per l’immigrazione? Quanto di questo è stato parte del processo?

     

    R: La domanda è interessante. La mia prima preoccupazione è raccontare una buona storia. Se lungo la strada posso gettare un po’ di luce su qualche argomento di cui forse il grande pubblico è poco a conoscenza, tanto meglio. Credo che nello specifico cercavo di mettere volti umani sul problema dell’immigrazione. Il meglio che a volte possiamo fare è ricordare a noi stessi la nostra umanità, così che quando abbiamo a che fare con questi problemi, che si tratti di grandi argomenti tipo come affrontare le questioni del Medio Oriente, oppure come trattare problemi quali l’immigrazione, noi partiamo sempre dal tenere a mente che non stiamo trattando solo di un tema, ma parliamo di esseri umani. Credo che se tenessimo sempre a mente questo… chissà? Immagino che in qualche modo questo si riassuma nella compassione e nella comprensione. Credo che sia questo che mi sono proposto. Ogni volta che ho portato qualcuno in una struttura di detenzione, restava inorridito da questo nostro modo di trattare gente arrivata per la prima volta nel paese e che era lì per motivi differenti. Molti detenuti non avevano assistenza legale e molti non avevano commesso un crimine vero e proprio. È un problema complesso, l’immigrazione. Nel trattarlo dobbiamo però conservare il nostro senso di compassione.

     

    D: Nello sviluppare il tema della compassione e cercare di far passare il suo messaggio, perché e come ha scelto Walter come protagonista?

     

    È un personaggio che avevo in mente da un po’: un anziano professore alla deriva, senza passione né azione. L’attore poi, Richard Jenkins, è uno con cui realmente desideravo lavorare. Ha in sé la stupenda qualità di uomo comune; non risalta subito come una persona straordinaria, ma è proprio qui il suo talento. È un attore eccezionale, apparso in tanti film riuscendo sempre a creare personaggi originali, annullando se stesso nei ruoli. È semplicemente un attore incredibilmente versatile. In quanto sceneggiatore sono interessato a personaggi che passano inosservati e non emergono dalla folla, e Richard è perfetto in questo. A essere onesti, agli occhi di molti non è la classica figura dominante, ma è proprio questo che rende le sue interpretazioni tanto credibili e avvincenti.

     

    D: Vuole parlare anche degli altri?

     

    R: Ho pensato al personaggio di Zainab perché affascinato dalla figura della giovane africana venuta negli Stati Uniti semplicemente per trovare un mondo migliore, vivere meglio, e seguire la sua arte di disegnatrice di gioielli. Da qui entrano nella storia gli altri personaggi. Con Tarek stavo tentando di dare vita a un giovane che dopo la morte del padre viene qui con la madre alla ricerca di un paradiso sicuro. Così, quando ho avuto questi tre personaggi la storia ha preso a scriversi da sola. Tutto il resto deriva da questo, compresi gli elementi politici del film. Ne discende il modo in cui si relazionano queste differenti persone; come siano diverse l’una dall’altra; e come, alla fine di tutto, siano simili. Voglio dire, abbiamo Tarek, musicista che viene dalla Siria, e Walter, anziano professore di Economia del Connecticut, che trovano un terreno comune. È la bellezza del nostro paese, nello specifico di New York. Non puoi non riconoscere l’umanità intorno a te. Sei nei treni della metropolitana e sei circondato da persone! Credo che quello che ciò ti procura, a parte occasionali mal di testa, è l’opportunità, se sei disposto, di entrare in contatto con tante persone diverse. Credo che nel caso specifico è qualcosa in cui il nostro protagonista è inciampato. Non cercava questo. Era molto distaccato, ma, attraverso la musica, ha trovato immediatamente un legame con il giovane musicista. Penso che in molti sensi Tarek è diventato il cuore della storia. Ci conquista. La sua ambizione nella vita è semplice: vivere una buona vita e suonare la sua musica. Qualcosa che spereresti il nostro paese consentisse a un individuo onesto, da dovunque arrivi e comunque sia arrivato, ma temo che i tempi e la situazione del paese abbiano trasformato questa realtà.

     

    D: Ha sempre pensato di girare con attori internazionali, invece che con attori che, come si vede spesso, si trasformano in personaggi di nazionalità diverse?

     

    Sì. Ritengo che l’autenticità è sempre molto importante. Haaz, per esempio, è libanese, non siriano, ma sere fa mi ha raccontato la storia di come è dovuto andare all’ambasciata americana in Siria per ottenere i suoi documenti, che gli erano stati negati perché l’ambasciata in Libano era chiusa; è quindi andato a Dearborn, in Michigan, che è dove, nella storia, vanno lui e la madre, e poi a New York per diventare attore. Il suo viaggio è incredibilmente simile a quello del personaggio - e questo ha arricchito la sua interpretazione - ma nella storia era stato sviluppato molto prima che lo incontrassi. Per ciascuno dei personaggi c’è uno scenario differente. Ho avuto in mente Richard sin dall’inizio, e anche Hiam. L’ho vista a Beirut nel film Satin rouge, me ne sono innamorato, come attrice, e ho continuato a guardarla in tutti gli altri suoi film: La sposa siriana, Paradise Now e da ultimo Munich. Ho pensato “wow.” Non riuscivo a togliermela dalla testa. Quando ero Parigi per scrivere, ho fissato in incontro con lei per dirle che volevo includerla in questo progetto. Dopo l’incontro e vedendo il suo lavoro sul personaggio, mi divenne molto più chiaro. È un modo molto più facile di scrivere.

     

    D: Considera la musica un personaggio nel film?

     

    R: Sì, assolutamente. Vi sono molti elementi musicali vivi, anche aldilà del fatto che Tarek è un musicista e Walter si è fissato a imparare il piano. Basta camminare per New York, ci sono musicisti nella metropolitana, nei parchi, nelle strade. È qualcosa in cui abbiamo continuato a imbatterci nella fase di ricerche e scrittura, e ancora durante le riprese. Fuori da una stazione della metropolitana del West Side, abbiamo trovato un tizio che suona l’Er-hu, il violino cinese a due corde, e l’abbiamo portato giù con noi a suonare per tutta la sera. Un suono straordinario, un antico strumento cinese nella sotterranea. C’è in esso una qualità di suono unica, una sonorità ossessiva che mai sarai in grado di ricreare. Ci attraevano suoni come quelli dei ragazzi che suonano i bidoni per strada o i tamburi nei parchi. Tarek suona in un complesso, e lo abbiamo filmato dal vivo con altri magnifici musicisti. Il mio caro amico Mohammad Ali, meraviglioso scrittore e suonatore di djembe, mi è stato di grande aiuto; quando ero impegnato nelle ricerche ho letto il suo bel libro “Il profeta di Zongo street”. Nella quarta di copertina si diceva che Mohammad vive a Brooklyn con la moglie e due figli e suona il djembe con un gruppo jazz. Ho deciso che il mio personaggio principale, Tarek, avrebbe suonato il djembe e perciò chiamai Mohammad per prendere lezioni da lui, che divenne così una grande risorsa e un grande amico. Di nuovo, è il genere di cose che possono accadere solo a New York: due giorni dopo aver letto il suo libro ero in un caffè a parlare con lui e chiedergli delle lezioni di djembe. L’ho fatto perché il personaggio del professore prende lezioni di piano, e mi sono detto: “Cosa di meglio che fare l’esperienza?”

     

    D: Quindi è lei che ha preso lezioni? Non si riferiva ai suoi attori?

     

    R: Ho preso lezioni per fare esperienza come sceneggiatore. Quando Haaz è stato scelto per la parte, decise di andare in un campo di addestramento di djembe per otto settimane; Richard non ne aveva bisogno, era a suo agio nel film ed è stato ottimo in questo. Penso che da ragazzo abbia suonato percussioni e anche suo figlio suona la batteria.

     

    D: Quindi nel film noi vediamo i suoi progressi.

     

    R: Sì. Nel film c’è una qualche evoluzione musicale. Ma il più importante è che la musica trascende le frontiere e gli spartiacque culturali, è qualcosa che ci unisce tutti. C’è qualcosa di essenziale e potente nella liberazione che si può trovare nella musica. C’è una ragione se la musica ci può emozionare tanto: è pura. È una cosa che Walter va scoprendo nel corso del film.

     

    D: Pensa che questo film è una storia d’amore, o lo vede come storia di amicizia?

     

    R: In realtà entrambe. La storia evolve in modo molto semplice. Vi sono momenti divertenti, momenti tragici,e anche momenti banali. Penso che questo rifletta la vita come si dispiega, e credo mi ci vorrà molto tempo, ben dopo che il film sarà uscito, prima di capire di cosa tratti.

     

    D: La gente vede cose differenti.

     

    R: Sì, mi è già successa questa cosa con il dipanarsi organico del film in termini di relazioni e cambi di relazioni. Per The Station agent, la gente dice qual è il suo personaggio preferito. Qualcuno dice che era una commedia, altri che era drammatico. Ne L’ospite inatteso probabilmente vi sono più temi drammatici, ma penso che in definitiva la gente si relazionerà al film in modi diversi e tramite personaggi diversi.

     

    D: Considera L’ospite inatteso un film politico?

     

    R: Sì, in certa misura. Almeno in quel tanto che i personaggi sono invischiati in una situazione che proprio ora è viva nella coscienza nazionale: immigrazione e detenzione. Non ho teso a fare una dichiarazione aperta, ma piuttosto a dare facce umane a qualcosa che sta rapidamente diventando una “questione”. Questo mi ha sostenuto nella scrittura, nella regia e nel montaggio. Non mi son sentito come se tutta la mia energia e il lavoro fossero separati da ciò che accade realmente intorno a me. Il film non cambierà il mondo, ma almeno ci fa presente l’elemento umano e le conseguenze di una questione sulla quale c’è divisione. Immagino di alzare lo specchio e dire: “Questo è quel che succede. Ci piace? Non ci piace? C’è spazio per il dibattito?” Non penso sia compito della gente di cinema fornire sempre delle risposte, ma certo lo è sollevare questioni. Ritengo che il film lo faccia molto bene a livello personale/emotivo e a livello di politica, ma mai a spese di una buona storia. Se sai raccontare una buona storia, è la migliore occasione tu abbia per toccare la gente.

  • Spunti di Riflessione:


    1. Il film sembra non porre limiti sull’imprevedibilità della vita. E’ possibile, secondo voi, ricominciare a vivere a cinquant’anni, proprio come è successo a Walter?

    2. Quali sono state le cause che hanno portato Walter ad assumere un atteggiamento disincantato e quasi cinico riguardo alla vita?

    3. New York è, da sempre, la città in cui la gente si scontra e si incontra per caso. Come vi immaginate la vita in una città così vitale, dove pare ci siano occasioni sempre nuove ad aspettarvi in ogni angolo? Vi piacerebbe trasferirvi lì? Vi sentireste di abbandonare i luoghi dove siete cresciuti e le persone che vi vogliono bene?

    4. Cosa muove la coscienza di Walter a far restare i due giovani nel suo appartamento?

    5. Come mai Zainab è sempre così restia ad esporsi e ad aprirsi nei confronti di Walter, all’inizio della storia?

    6. Walter prova ad imparare a suonare il pianoforte senza successo ma il suo legame con la musica è molto forte. Sua moglie cantava e adorava la musica. Secondo voi, per Walter, suonare è un modo per stare ancora vicino alla donna che ha amato?

    7. Conoscevate il djembe, questo famoso tamburo africano, prima di vedere il film? Fate una ricerca su questo antico strumento musicale.

    8. La musica, ancora prima del linguaggio, è uno strumento essenziale e un modo per comunicare le proprie emozioni, davvero eccezionale (vi sarà capitato di provare una strana euforia o magari tristezza sentendo solo una melodia). Quanto è importante la musica nell’amicizia tra Tarek e Walter?

    9. In una scena del film, Tarek porta Walter al Central Park per suonare il djembe assieme ad un gruppo di giovani di etnie diverse. Walter esita ma poi si lancia anche lui, insieme agli altri. Cosa lo spinge a superare le sue idiosincrasie e a “buttarsi”?

    10. Sia Zambia e Tarek non hanno un vero e proprio lavoro ma sono stati molto bravi a sfruttare il proprio talento. Se doveste guadagnare dei soldi in un paese che non è il vostro, come vi ingegnereste per mettere a frutto le vostre capacità o anche il vostro talento?

    11. Perché, secondo voi, Tarek viene arrestato?

    12. Come considerate il comportamento della polizia di New York e la reazione di Walter? Commentate.

    13. Tarek viene tenuto momentaneamente in un centro di detenzione. Quando Walter lo va a trovare che effetto gli fa l’edificio del centro?

    14. Quali sono, oggi, le attuali leggi che regolano l’immigrazione negli Stati Uniti? Fate una ricerca.

    15. L’arrivo di Mouna a New York, per assistere il figlio Tarek, causa una strana eccitazione in Walter. Cosa comporta più specificatamente, secondo voi, il ritorno di una donna nella sua vita?

    16. Perché, secondo voi, il rapporta tra Mouna e Walter rimane solo platonico?

    17. Anche Zainab, la fidanzata di Tarek, è immigrata negli Stati Uniti illegalmente. Come reagisce alla notizia che, probabilmente, non potrà mai più vedere Tarek?

    18. Quando Walter la porta a conoscere Zainab, Mouna prova da subito a stringere un’amicizia con la fidanzata del figlio. Secondo voi perché?

    19. Walter si trova, per pura casualità, ad essere un ponte che collega fra loro i tre personaggi: fa incontrare Zainab e la madre di Tarek e porta le lettere delle due donne a Tarek al centro di detenzione. Come si trova Walter in questo ruolo?

    20. Quando Walter e Mouna chiedono notizie, riguardo allo spostamento di Tarek in un altro centro di detenzione, Walter ha uno sfogo con un poliziotto. Perché? Come giudicate la reazione di Walter?

    21. Mouna decide di abbandonare gli Stati Uniti alla fine del film per tornare in Siria, e rimanere così accanto al figlio Tarek. Come il ragazzo vive l’abbandono dell’America (un paese in cui non potrà mai più tornare)?

    22. E quali sono le emozioni che prova Walter quando vede gli amici partire?

    23. Dal film traspare una condizione miserevole per gli immigrati illegali, in una costante paura di essere scoperti e senza alcun diritto. Ma la situazione è stata sempre così ed è ancora così? Effettuate ricerche in merito.

    24. Gli Stati Uniti, dopo l’attacco alle torri gemelle (11 settembre 2001), sono diventati molto più rigidi, per quanto riguarda l’entrata degli stranieri nel paese anche in relazione a coloro che chiedono il visto per motivi turistici o per svolgere un lavoro garantito temporaneo. Eppure a sud, al confine con il Messico, migliaia e migliaia di clandestini hanno cercato e cercano di attraversare il Rio Grande del Norte per entrare negli Usa. E molti ci riescono. Quali effetti etnico-sociali e politici ha provocato questa continua nascosta emigrazione in alcuni stati americani, tra cui la California? Effettuate ricerche in merito.

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