I figli della Shoah In evidenza

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  • Sinossi:

     

    Cercare risposte che non si possono avere per anni... Spiegare il dolore infinito della SHOAH attraverso analisi personali, confronti con altre persone, scavare fino in fondo, giungendo nell'inconscio tormentoso, prendendo atto che si è figli della colpa.
    "Tu sei nato perché IO sono sopravvissuta, ma tu sei il frutto della colpa. In pratica, non saresti dovuto nascere". E allora devi partire per un viaggio attraverso l'animo dei figli della SHOAH, figli come te di un misfatto che vi porterete dentro per generazioni. Il confronto con la pena altrui non lenirà la tua pena, mapotrà aiutarti a capire che le molteplici anime dei figli dei sopravvissuti sono simili alla tua. La mia anima pulsa sempre sullo stesso battito. Devipartire.

    Tua madre.

    SINOSSI
    Israel Moscati, "figlio della Shoah", decide di partire per un viaggio alla ricerca di altri figli e nipoti di sopravvissuti per condividere la sua sofferenza con loro. E' un viaggio a cui non può più sottrarsi: Roma, Parigi e Israele per indagare nell'animo e nelle emozioni di uomini e donne che, come lui, si sono ritrovati per tutta la vita a convivere con il trauma e il silenzio dei propri genitori. Questo è il momento di condividere il suo dolore e di cercare dai suoi compagni di viaggio altre risposte, inseguite per tutta la vita. Perché benché se ne parli e si affronti il dolore, la ricerca di risposte non si esaurisce mai.

  • Genere: documentaristico
  • Regia: Beppe Tufarulo
  • Titolo Originale: I figli della Shoah
  • Distribuzione: Rai Cinema
  • Produzione: Global Vision Group con Rai Cinema
  • Durata: 57’
  • Direttore della Fotografia: Francesco Di Pierro
  • Montaggio: Alessandro Amori
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA di Beppe Tufarolo
    Il dramma della Shoah ha lasciato un'impronta indelebile non solo sui sopravvissuti ai campi di sterminio ma anche sulle generazioni successive. Il trauma subito ha portato ad un immenso vuoto fisico ed emotivo con cui i superstiti si sono trovati a convivere. Il loro senso di colpa per essersi salvati ha reso molto difficile la capacità di vivere una vita normale a guerra finita e ha, di conseguenza, reso complicata la costruzione di legami familiari. Ecco che il pesante fardello dell'olocausto oltre ad aver lacerato i genitori, ha colpito anche i figli di seconda generazione che sono cresciuti con la consapevolezza di un vuoto affettivo da dover colmare con le proprie forze.
    Israel Moscati, "figlio della Shoah", autore del documentario, decide di partire per un viaggio alla ricerca di altri figli e nipoti di
    sopravvissuti per condividere la sua sofferenza con loro.
    E' un viaggio a cui non può più sottrarsi: Roma, Parigi e Israele per indagare nell'animo e nelle emozioni di
    uomini e donne che, come lui, si sono ritrovati per tutta la vita a convivere con il trauma e il silenzio dei
    propri genitori. Questo è il momento di condividere il suo dolore e di cercare dai suoi compagni di viaggio
    altre risposte, inseguite per tutta la vita. Perché benché se ne parli e si affronti il dolore, la ricerca di risposte non si esaurisce mai.
    Da questa premessa nasce il documentario "I figli della Shoah", in cui vorrei riuscire ad indagare nell'animo e nelle emozioni di tutti i protagonisti coinvolti ed intervistati cercando di realizzare un prodotto filmico con diversi livelli di narrazione.
    Volevo che la macchina da presa riuscisse ad entrare là dove possibile nella vita vera di queste persone con naturalezza e senza enfasi. Per questo ho privilegiato campi stretti così da riuscire a cogliere ogni tipo di emozione e sfumatura dei visi, anche nei silenzi. A volte il corpo può comunicare più delle parole. Nei gesti involontari sono sedimentate tracce di esperienze passate, espressioni di dolore che si fa memoria, testimonianza e coraggio.
    Ho cercato di creare un'atmosfera di confidenza con i protagonisti per riuscire davvero a far emergere le tensioni, le difficoltà e il fardello delle paure con cui sono cresciuti e che si sono portati dietro per tutto questo tempo, così da poter coinvolgere lo spettatore in un percorso umano. Non saranno sedute psicanalitiche ma racconti commoventi in prima persona.
    In questo modo sarà molto forte il loro coinvolgimento nella costruzione di tutta la narrazione.
    La macchina da presa è sempre al servizio del racconto in un dipanarsi tra primi piani sulle persone e campi lunghi sui luoghi, il tutto con una particolare attenzione cinematografica all'estetica e alla fotografia.
    Insieme al flusso narrativo dato dagli intervistati c'è poi Israel, presente e assente. La sua non è mai una partecipazione invasiva ma al contrario accompagna la curva del racconto con una silenziosa discrezione. La sua presenza viene spesso a coincidere e a sovrapporsi a quella della telecamera. In questo modo l'accento si pone, anche visivamente, sulle espressività e sui caratteri degli intervistati, scorti dall'occhio e ascoltati dall'orecchio privilegiato del nostro accompagnatore.
    Esiste inoltre un terzo livello narrativo, dato dal ruolo dei bambini di quinta elementare della scuola ebraica Vittorio Polacco. Essere nella classe della nipote Shana è, per Israel, la fine di un viaggio, la chiusura di un cerchio, il momento per mettere insieme tutte le storie
    raccolte in questo suo percorso. Di ricerca oggi, di vita che calca il passato, taglia l'oggi e lo presenta al domani.
    Ecco che l'intera narrazione di questo documentario viene scandita proprio dall'incontro con i bambini.
    Questo diventa il modo per muoversi temporalmente tra Roma, Parigi e Israele. I flussi narrativi si possono così sovrapporre, bilanciati dalla spontaneità dei bambini con le loro domande crude e dirette ed, anche, dalla loro solarità. La forma narrativa varia proprio per mano dei bambini che entrano in contatto diretto con figli della Shoah con linguaggi diversi dalla parola, ovvero attraverso il disegno e la musica.
    Questo film si chiude proprio sui loro volti, colti di sorpresa e spiazzati, nel ricevere in dono dai bambini toccanti disegni e nell'ascoltare una canzone cantata in coro a scuola proprio per loro.

    Inizio del viaggio nella scuola ebraica Vittorio Polacco di Roma
    Sono rientrato dal primo viaggio in Israele e ho sentito il desiderio di parlarne in modo approfondito ed esplicito con mia nipote Shana, che frequenta la quinta elementare nella scuola Vittorio Polacco a Roma, la stessa scuola da cui, nel 1943, sono stati deportati 114 alunni e nessuno di loro ha più fatto ritorno. Mia nipote stessa ha richiesto alla sua insegnante di potermi invitare in classe, affinché raccontassi le storie del mio primo viaggio in Israele ed in Francia, e, sapendo che sarei dovuto tornarvi, si è prodigata per organizzare una serie di sorprese da portare ai miei compagni di viaggio.
    Sono stato quindi invitato a parlare nella classe di Shana. Tutta la scolaresca era attenta e molto impressionata nell'ascoltare le storie raccolte dai figli dei sopravvissuti alla SHOAH, residenti in Israele e in Francia. I bambini sanno donarci, col loro animo candido e ingenuo, le parole più profonde e semplici, poiché possiedono la chiave d'accesso per entrare nel nostro animo. La loro spontaneità mi ha spinto a raccontare in modo esplicito l'esperienza degli incontri, cercando di usare parole che normalmente si rivolgono agli adulti, per esprimere le sensazioni scaturite dalla conoscenza di uomini e donne con una sofferenza simile alla mia.
    Al termine della conversazione in classe, i bambini si sono messi a cantare in coro e mia nipote Shana si è fatta orgogliosamente portavoce del desiderio collettivo: "Nonno, tutti noi vogliamo essere d'aiuto a te e a tutte le persone che hai incontrato in Israele! Questo è il nostro progetto: ognuno di noi preparerà un disegno e faremo un disco con le canzoni che abbiamo cantato adesso. Tu porterai tutto alle persone che hai promesso di incontrare di nuovo in Israele e saremo felici di cantare in coro per loro! Poi tu tornerai qui da noi e ci racconterai altre storie!".
    Commosso, ho promesso loro di ritornare prima della partenza per rincontrare i miei compagni di viaggio e prendere i "regali" per loro.
    Nella comunità ebraica romana non vi è famiglia che non sia stata toccata direttamente dalla SHOAH.
    Io, testardamente e caparbiamente continuo a chiedermi PERCHE' ed è la stesa domanda rivoltami dai bambini della scuola ed è la stessa domanda che reciprocamente ci siamo posti con le persone incontrate nel mio primo viaggio.
    Ho scoperto chel'unico modo era quello di confrontarmi con le persone che appartengono alla generazione dei figli e dei nipoti della SHOAH. Ho vagato per anni in cerca di risposte da parte delle persone a me più vicine, ma il loro dolore per la colpa di essere sopravvissuti si era tramutato in una silenziosa assuefazione al divenire della vita, per dura che fosse...
    Sono partito per un viaggio alla ricerca dell'animo dei figli della SHOAH....In Israele e in Francia. Questo viaggio è un incontro dolente nel loro animo.
    Viaggiare nel loro animo è come toccare la devastazione del disegno nazista, lo stesso disegno che ha modificato il mio essere, prima ancora di nascere.
    Parto per Israele e incontro personalmente i miei compagni di viaggio.

    Incontro Gerusalemme Dina Wardipiscoterapeuta
    Sapevo, sentivo che conoscendo DINA WARDI, psicoanalista e scrittrice, avrei avuto la possibilità di conoscere una persona d'enorme spessore intellettuale ed umano. La dott.saWardi ha pubblicato un libro sul tema specifico del dolore nell'animo dei figli della SHOAH e dei sopravvissuti dei Ghetti "Le candele della memoria". Dina Wardi ci ha accolto nella sua casa a Gerusalemme con gran simpatia e disponibilità, nel giardino sottostante la casa e offrendoci un the. Inizia con lei un lungo dialogo, aprendomi la strada per accedere al dolore profondo condiviso dai tanti figli della SHOAH e sopravvissuti dei Ghetti che, nella sua lunga carriera di analista, ha avuto modo di avere come pazienti. Mentre parla delle dinamiche specifiche, le dico che sto rivivendo le esperienze legate alla SHOAH durante la mia lunga analisi. Con enorme disponibilità, mi fornisce i nomi di tre pazienti che ha avuto in analisi per molti anni e sui quali è certa che la disponibilità a parlarne, potrà essermi di grande aiuto per il mio viaggio.

    Incontro Gerusalemme Vivi Salomon architetto
    Incontro Vivi Salmonallo YadVashem. E' originaria di Trieste, svolge la sua attività di architetto a Gerusalemme. Vivi Salmon ha fatto l'alya nel dopoguerra, è separata con due figli. Presentandosi, mostra una diffidenza immediata, che si scioglie nel momento stesso in cui parla del suo dramma personale come figlia della SHOAH. Dice che il suo sogno è entrare nel Memoriale dei Bambini per ascoltarne tutti i nomi, sceglierne uno a caso e decidere di farsi chiamare col nome della bambina morta che ha scelto....per farla rivivere. A questo punto tutto il dolore di Vivi Salmon si scioglie. Siamo seduti fuori del Memoriale dei Bambini. Mi guarda con gli occhi pieni di lacrime e racconta che il padre, sopravvissuto di Auschwitz, le urlava quando lei si rifiutava di mangiare e crudelmente le diceva "Se tu fossi stata ad Auschwitz, tutto questo cibo lo avresti mangiato!". Ad ogni mio incontro, come ho promesso a mia nipote Shana, lascio un disco con le canzoni dei bambini e un disegno. Questo gesto commuove ulteriormente Vivi, che non riesce a ringraziarmi esplicitamente, mi lascia con una melanconica liberazione, allontanandosi tra i giardini dello YadVashem, senza avermi detto: "Sarebbe molto bello che i bambini ricordati dentro il Memoriale potessero ascoltare queste canzoni!".

    Incontro Gerusalemme Miri Sklero medico radiologo
    Miri è un medico specializzato in radiologia oncologica e lavora in un ospedale di Gerusalemme. E' sempre a contatto con la morte incombente. Eppure, lavorando con pazienti affetti dal cancro, è riuscita dentro di sé ad operare una catarsi: sfidare la morte, cercando di sconfiggerla attraverso le cure radioterapiche che somministra. Chiede di incontrarmi nell'ospedale dove svolge la sua professione, poiché sente che lì, in quel posto dove spesso le persone possono "anche" non sopravvivere alle cure, esprime la parte più vitale e positiva di sé, quella legata alla vita. La madre, sopravvissuta ai lager nazisti, vive da sola ormai novantenne in una casa dove da 60 anni raccoglie ogni tipo di immondizia, rifiutandosi di disfarsi di un giornale vecchio. Al ricevere in dono il cd dei bambini e il disegno, Miri desidera contraccambiare con una chanukiah, affinché io stesso la porti a Roma nella classe di Shana,come simbolo della luce della vita.
    Dopo il mio viaggio in israelemi incontro con alcuni figli della shoà di parigi.

    Incontro Israel Laurentspazzacamino Parigi - Israele
    Questo incontro rappresenta per me il compendio del mio viaggio. Israel Laurent, di professione spazzacamino, è il simbolo della sofferenza dei figli della SHOAH. Ha palesato una gran difficoltà e reticenza nel volermi incontrare. Vive a Parigi, guadagnandosi la vita facendo un lavoro pericoloso e molto faticoso, e Israele, dove vivono i figli. Mi concede un appuntamento, ma esprime la necessità di andare a casa per cambiarsi. Io lo rassicuro e lo invito a presentarsi con gli abiti da lavoro. Arriva così, sporco e annerito. Questo uomo mi tocca nell'animo per quanto è dimesso e per la tristezza infinita che tutto il suo essere trasuda. C'incontriamo a Montmartre, nel giardino della chiesa del Sacro Cuore. Si siede su una panchina e non parla. Ci fissiamo per un tempo infinito. Il lasso di tempo di questo silenzio non stempera il suo animo. Allora gli chiedo "Che cosa significa, per te, essere un figlio della SHOAH?". Mi risponde amaramente: "Non ti è sufficiente sapere e vedere che sono uno spazzacamino?". Il nostro incontro termina qui. Israel Laurent si alza e se ne va silenziosamente, non prima di avermi detto "Sono triste, ma domani torno in Israele per stare con i miei figli. Quello è il posto del popolo ebraico".
    Israel Laurent è il precipitato del mio viaggio: dal dolore più profondo alla speranza più tangibile .
    Dopo questo incontro avrò la possibilità di potere entrare in rapporto con israel e con la sua famiglia in israele a gerusalemme.
    Dopo aver avuto la possibilità di incontrare altri figli della shoà che potrete vedere nel documentario, il mio viaggio prosegue a roma dove incontro Giuseppe Calò e la figlia Giorgia.

    IMPRESSIONI PERSONALI DI ISRAEL CESARE MOSCATI

    Quanto emerso da ogni incontro ha un denominatore comune: il rifiuto dei SOPRAVVISSUTI della SHOAH a parlare con i figli. Ho scoperto, attraverso la mia stessa esperienza, che ogni genitore sopravvissuto si sentito "sporco" dentro, come se la colpa per essersi salvato dai lager, mentre tutta la famiglia era sommersa dalla tragedia, ne avesse ricoperto nel tempo l'animo di liquame indecente, quindi inenarrabile. I miei genitori stessi si sono sempre rifiutati di raccontarmi ciò che avevano passato e sofferto, "come" sopportavano il proprio dolore e "come" gestivano la pena per essere rimasti gli unici superstiti delle rispettive famiglie.
    Tale aspetto ha condizionato me e tutti i miei compagni di viaggio, forzandoci a creare un immaginario anomalo del dolore dei nostri genitori. Il silenzio dei genitori, come una risposta alle domande, l'occultamento sistematico delle proprie esperienze, ha creato nuove voragini nell'immaginario dei figli. Dal canto loro, i figli, attraversando sentieri impervi e occulti, hanno cercato, quando lo hanno voluto, di darsi delle risposte attraverso il confronto con gli altri. I figli della SHOAH, nella maggior parte dei casi appartenenti alla generazione nata negli anni 40, 50 e 60, sono quasi tutti Nonni e hanno saputo sfruttare la propria disponibilità verso i nipotini, beneficiando del rapporto d'indulgenza e benevolenza assoluta che si crea tra nonno/nonna e nipote.
    La narrazione del viaggio ai nostri nipotini, tramite questo dolore collettivo e condiviso con altri figli della SHOAH, ha prodotto una sintesi meravigliosa.
    La narrazione ai nipotini è la chiave di tutto perché ci ha permesso di elaborare un lutto mai risolto.

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