Una volta nella vita In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Siamo al Liceo Léon Blum, Créteil, banlieue parigina: una miscela esplosiva di etnie, confessioni religiose e conflitti sociali. Nella classe peggiore della scuola la professoressa di storia, Anne Gueguen, invece di capitolare come molti altri colleghi di fronte a questi adolescenti disperati e disperanti, propone loro un progetto comune: partecipare a un concorso del Ministero dell’Istruzione sul tema del genocidio ebraico. Una missione pressoché impossibile per una classe a maggioranza musulmana, dove la Shoah lascia indifferenti quando non viene palesemente negata. Dapprima reticenti, gli allievi accettano infine la sfida. Ben presto la professoressa riesce a catturare i suoi studenti nonostante lo scetticismo dei suoi colleghi con risultati incredibili...
    Ispirato ad una storia vera.

  • Genere: drammatico
  • Regia: Marie-Castille Mention-Shaar
  • Titolo Originale: Les Héritiers
  • Distribuzione: Parhénos
  • Produzione: Loma Nasha Film
  • Durata: 105’
  • Sceneggiatura: Ahmed Dramé, Marie-Castille Mention-Shaar
  • Direttore della Fotografia: Myriam Vinocour
  • Montaggio: Benoit Quinon
  • Scenografia: Anne Charlotte Vimont
  • Costumi: Isabelle Mathieu
  • Attori: Ariane Ascride, Ahmed Dramé, Noémie Merlant, Geneviève Mnich
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    INTERVISTA CON MARIE‐CASTILLE MENTION‐SCHAAR

    Come è arrivata a scegliere il titolo originale del film LES HERITIERS (letteralmente GLI EREDI)?
    Si è imposto da solo una volta ultimato il film. Mi fa molto piacere che la parola «eredi» sia associata alla gioventù di oggi, multi comunitaria e multi confessionale. Non abbiamo l'abitudine di abbinare questo termine ai volti di questi ragazzi e tuttavia ho l'impressione che tutto il film sia percorso dal tema dell'eredità. Che cosa ereditiamo? Ma anche, che cosa lasciamo ai nostri «eredi»? Cosa ne facciamo della nostra storia? È possibile ignorarla, è possibile capire l'eredità degli altri? Che cosa conserviamo?

    Il film si apre su una sequenza in cui ciascuno è trincerato nella propria logica: una ragazza che ha concluso gli studi vuole recuperare il suo attestato di superamento dell'esame di maturità. La consigliera e il preside del liceo Léon Blum di Créteil le negano l'accesso al liceo adducendo il motivo che indossa un foulard. Trovo interessante il fatto che la scena non riveli il suo punto di vista...
    È un alterco che è realmente avvenuto al Léon Blum. E mostra il limite del dialogo attorno a due principi altrettanto forti: la libertà di espressione e il principio della laicità. Durante tutto il suo iter scolastico, la ragazza ha osservato la legge che impone di togliersi il foulard prima di entrare nelle scuole. Quella sequenza per me identifica i termini del dibattito. Non è detto che siano per forza le leggi a proteggere la scuola laica. È necessario pensare ad altri schemi. Lascio a ciascuno la libertà di giudicare... E tuttavia sono sbigottita per il posto che occupa la religione nei programmi scolastici in ogni fase dell'istruzione. E infatti, Madame Gueguen, il personaggio interpretato da Ariane Ascaride, è spesso ritratta mentre tiene una lezione su un tema religioso: l’inferno, il paradiso, il giudizio universale, Calvino...

    Come ha incontrato Ahmed Dramé, che ha collaborato alla scrittura della sceneggiatura, recita nel film ed è colui che è all'origine stessa del progetto ?
    Mi piace molto la storia di questo incontro perché ha a che vedere con la casualità e l'ostinazione. Ahmed frequentava l'ultimo anno del liceo Léon Blum quando è andato al cinema a vedere il mio primo film, Ma première fois, uscito nel 2012. A quel punto mi ha contattata via mail chiedendomi semplicemente se ero disposta a leggere una bozza di sceneggiatura di 60 pagine che aveva scritto.
    In quella sceneggiatura si raccontava la storia di un Concorso di Lettere e del desiderio di un insegnante da poco arrivato in un liceo di innalzare il livello dei suoi allievi proponendo loro quel concorso.
    Durante il nostro primo incontro, ho voluto sapere da dove gli fosse venuta quest'idea del concorso e ho scoperto che la vita di Ahmed, come quella di tutti gli altri allievi della sua classe di prima liceo, era stata completamente stravolta dall'aver preparato e vinto il Concorso nazionale della resistenza e della deportazione. Non conoscevo questo concorso. Ahmed mi ha raccontato la sua avventura e ho sentito quanto quell'esperienza collettiva l'avesse trasformato.
    Mi è immediatamente venuta voglia di fare un film a partire da quella storia.

    E glielo ha detto?
    Certamente. Gli ho specificato che tutto quello che mi aveva raccontato e che non era nella sua sceneggiatura o era solamente accennato era al tempo stesso sconvolgente e molto impressionante. Ero molto commossa dal percorso di quel giovane che sembrava non subire il disfattismo imperante e l'immobilismo apatico così frequente nell'adolescenza. Gli ho chiesto che cosa si aspettava da me. Ha assunto un'aria piuttosto sorpresa. E durante il nostro appuntamento successivo abbiamo chiamato Madame Anglés, che era stata la professoressa più importante di Ahmed e di cui avevo trovato il numero di telefono sulle pagine gialle. Si è molto stupita che uno dei suoi allievi fosse rimasto tanto colpito dall'anno che avevano passato insieme. Poi abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura.

    Come avete proceduto?
    Ponevo ad Ahmed ogni genere di domanda, stando molto attenta ai dettagli e a quello che a lui sembrava di secondaria importanza. Gli ravvivavo la memoria. E ho adorato immergermi nella vita di un giovane francese musulmano appassionato di cinema e mosso dal desiderio di fare qualcosa della sua vita. Ho trascorso molto tempo con Ahmed, a casa sua, nel suo quartiere. E sono tornata sui banchi del liceo!

    Ha avuto bisogno di incontrare i veri protagonisti della storia?
    No. Sono stati fondamentali solo la parola di Ahmed e il suo sguardo su alcuni dei compagni di quella classe. I loro percorsi, la loro evoluzione, i loro rapporti per il tramite di Ahmed e Anne Anglès, la loro professoressa. E poi mi sono in gran parte affidata al documento che avevano elaborato in occasione del concorso. Grazie ad Ahmed sapevo da dove erano partiti e leggendo quel testo scoprivo dove erano arrivati. Mancava solo da costruire le loro problematiche e il loro percorso.

    Ha affidato ad Ahmed il ruolo di se stesso?
    È difficile rispondere con chiarezza a questa domanda oggi. Dal mio punto di vista no, poiché mi rivedo a spiegare ad Ahmed l’importanza di mantenere una certa distanza e un certo scarto tra lui e Malik, il suo personaggio.

    Durante le riprese, è rimasta molto fedele alla sceneggiatura di partenza?
    Sì, pur facendo improvvisare molto gli adolescenti. Abbiamo filmato con tre macchine da presa, quindi ci siamo ritrovati con chilometri di girato e costruire il film al montaggio è stata una sfida molto impegnativa. Sul set e soprattutto in sala montaggio ho scoperto che era importante che non lasciassi mai la classe. Era l'atomo del film e appena ci allontanavamo da quel luogo io perdevo il filo. È per questo motivo che abbiamo tagliato la maggior parte delle scene in cui si vede Madame Gueguen e i suoi alunni (ad eccezione di Malik e Mélanie) fuori dal liceo. Si sono di fatto eliminate da sole per l'esigenza di centrare il film sull'evoluzione dell'investimento dei ragazzi. Del resto, più si va avanti nel film, meno si sente parlare la professoressa. I ragazzi si impadroniscono della storia. Fanno propria la loro storia.

    Secondo lei, come riescono Anne Gueguen, il personaggio del film, e Anne Anglès, la vera professoressa, a conquistare gli allievi e farsi ascoltare, mentre la supplente precipita in un baratro?
    Per capire meglio ho seguito alcune lezioni di Anne Anglès al liceo Léon Blum e sono rimasta colpita dalla sua bonaria autorità che invita al rispetto reciproco. Gli allievi hanno paura di averla come insegnante alla ripresa dei corsi perché ha la fama di essere «dura», ma paradossalmente sono sempre tristi nel lasciarla alla fine dell'anno scolastico. Ogni volta riesce a portarli dove non avrebbero mai immaginato di arrivare. Ho assistito ad altre lezioni in licei molto diversi gli uni dagli altri allo scopo di capire che cos'è oggi una classe di prima. Nella maggior parte dei casi, il professore parla su un sottofondo di leggero brusio diffuso, con studenti che si muovono in continuazione in base alle vibrazioni dei loro telefonini che tengono in tasca o sulle ginocchia. All'improvviso li vedi chinarsi e inviare sms. La voce del professore diventa solo un elemento tra tanti altri, completamente scollegata, e il ragionamento dell'insegnante non trova un punto di contatto con gli allievi.

    Forse, ma UNA VOLTA NELLA VITA mostra il contrario: degli adolescenti che scoprono che una storia che consideravano un reperto archeologico o una provocazione ideologica in realtà li riguarda ai massimi livelli!
    Sì, è un film ottimista e tanto più ottimista quanto si tratta di una storia vera che dimostra che è possibile appassionare anche i più reticenti, a condizione che vengano messi al centro del percorso didattico. Gli allievi cominciano ad interessarsi al concorso quando sono attivi. E in quest'evoluzione c'è un momento cruciale: l'incontro con un testimone, Léon Zyguel, deportato quando era adolescente.
    Léon è abituato a rendere la sua testimonianza davanti alle classi. È la lotta che da 70 anni ha scelto di condurre nella vita, poiché l'incontro a quattr'occhi con l'incarnazione della Storia è sempre, per tutti gli studenti che si preparano al concorso, un momento sconvolgente. Lo è stato anche per gli adolescenti del film. Tenevo molto alla presenza di Léon Zyguel, che era andato all'istituto Léon Blum l’anno in cui Ahmed ha preparato il concorso. Ma Léon è un signore molto richiesto e ho dovuto corrergli dietro per convincerlo ad accettare. Era diffidente per il fatto che si trattava di un film di finzione. Ovviamente abbiamo fatto una sola ripresa ed è stata l'unica scena girata quel giorno. Ai miei attori ho dato una sola indicazione: per una volta, dimenticatevi che stiamo girando un film, ascoltate Léon e partite per compiere questo viaggio nella sua memoria. E Léon ha parlato con loro esattamente come fa di solito davanti a delle vere classi.

    Madame Gueguen è innanzitutto la straordinaria Ariane Ascaride. Come è arrivata a sceglierla?
    È stato il suo agente a suggerirmela perché aveva letto la sceneggiatura. Durante il nostro primo incontro ho avuto modo di misurare il suo impegno in difesa di certi valori. Il suo modo di parlare della sceneggiatura era così diverso da quello di un'attrice che l'ha semplicemente letta. Era la cittadina impegnata, la figlia di un partigiano a parlarmi ed è stato molto commovente. Tuttavia volevo «trasformarla» un po'. Le ho chiesto di tagliarsi i capelli. Ariane ha la stessa energia, la stessa vitalità di Anne Anglès.

    E la scelta di Créteil?
    Un'evidenza. Non solo perché la storia era realmente avvenuta lì, ma anche perché Créteil è una città molto cosmopolita, multi confessionale, che ha sempre coltivato le sue diversità. E si dà il caso che il liceo Léon Blum sia anche estremamente interessante sul piano visivo nella sua concezione e nel suo impianto. Dunque che senso avrebbe avuto andare a girare da un'altra parte?

    Che cosa conosceva delle classi di prima liceo che spiega il fatto che sia riuscita a ricostruirne così bene l'atmosfera?
    La mia prima liceo risale ormai a molto tempo fa! Ho quindi assistito a numerosi corsi di francese, di matematica, di storia, di geografia. Sempre prime liceo, ma in città diverse.

    INTERVISTA CON ARIANE ASCARIDE

    Che cosa le ha insegnato di se stessa questo personaggio di insegnante?
    È stata una bella lezione di umiltà. Era la prima volta che mi trovavo di fronte a una classe: ventitré ragazzi che non sapevano chi ero e che mi guardavano meno come attrice e più come professoressa. Ero sulle spine. Erano giovani di estrazioni diverse, ma alcuni erano alunni proprio di quel liceo Léon Blum a Créteil. Il primo giorno sono stata così scarsa che abbiamo dovuto rifare tutte le riprese che avevamo girato. Già lo sapevo, ma sperimentarlo in prima persona è stato molto diverso: fare l'insegnante è un mestiere che esige una grande dose di coraggio ed è anche una delle professioni più straordinarie che esistano. A condizione, ovviamente, di poterla esercitare. Nulla è scontato a priori, nulla è semplice. Eppure il rapporto che si crea con gli studenti è la cosa più bella che si possa vivere. Quando un'attrice interpreta una professoressa davanti ai propri allievi, è portata a creare anche lei questo rapporto di fiducia che permette che ciascuno dia qualcosa all'altro. Abbiamo abbassato le armi, sia loro che io. Ci siamo messi a parlare, a giocare insieme. Quando vedo il film oggi la cosa che mi sorprende di più è la verità degli adolescenti, la verità di quella classe. Il personaggio di Madame Gueguen mi ha fatto capire che un insegnante deve essere molto osservatore e al tempo stesso accettare di lasciarsi guardare.

    Come è stata messa insieme questa classe?
    Per i ragazzi, Marie‐Castille Mention‐Schaar ha scelto cinque o sei attori e altri non professionisti. All'inizio si misuravano gli uni gli altri, ma ben presto abbiamo dimenticato chi era chi e la fusione è stata totale. Abbiamo girato in ordine cronologico, a volte con tre videocamere. Era la prima volta che la maggior parte di loro vedeva un vero set cinematografico. Faceva molto caldo, era estate, alcuni cercavano di fare i pagliacci, è normale, e a volte io ero costretta a imporre un po' di disciplina. La coesione è stata possibile grazie alla sceneggiatura. Non era caricaturale e non trasformava gli adolescenti «difficili» in vittime. La verità della storia risplendeva e ben presto abbiamo dimenticato che si trattava di una finzione. Ma c'è stato un elemento catalizzatore eccezionale che ha saldato il gruppo: l'ex deportato Léon Ziguel. Quando è arrivato, si è verificato un cambiamento: ragazzi che fino a quel momento partecipavano solo per le riprese, nella speranza di divertirsi o di guadagnare un po' di soldi, si sono sentiti portatori di una responsabilità. Léon Ziguel passa il testimone con un grande rispetto. Quel giorno ha cambiato la loro vita. Quando ho rivissuto la scena da spettatrice, vedendo il film, sono rimasta estremamente commossa. Nessuno ha recitato.

    Quali sono le parole che hanno generato questo cambiamento?
    Non si tratta solamente delle parole: Léon Ziguel aveva la loro età quando è stato deportato e non aveva idea di quello che gli sarebbe successo. Questa similitudine tra loro e lui ha, credo, sconvolto i ragazzi. E quando abbiamo domandato a Léon Ziguel «Come ha fatto a resistere?», lui ha risposto «Grazie alla voglia che avevo di darmi delle arie con i miei amici di Ménilmontant, alla voglia di raccontare quello che avevo vissuto». In poche parole, era un adolescente, come loro. Alla fine, Léon Ziguel ha detto loro: «Vi ringrazio dell'energia che mi avete regalato e vi chiedo una cosa sola. Non dite mai «sporco ebreo, sporco negro, sporco arabo», altrimenti tutto quello che io ho vissuto non sarà servito a niente». E in quel momento ho visto lacrime scorrere su molte guance e ho capito che ce l'aveva fatta.
    Non fu la Gestapo a dare ordine di rastrellare i bambini ebrei. Fu Pierre Laval, dunque lo Stato francese, ad essere così zelante da chiedere alla polizia francese di fornire i minori di origine straniera. Il lavoro di preparazione al concorso ha permesso agli studenti di scoprire da soli questa barbarie che sarebbe rimasta a livello di orrore astratto se degli adolescenti non le avessero restituito il suo pieno significato conducendo le loro indagini.
    Quello che fa la professoressa va ben oltre il permettere ai ragazzi di vincere un premio: apre loro una via verso la ricerca. Grazie a lei, gli studenti comprendono che sono anch'essi figli e nipoti di adulti che hanno una storia, fatta di felicità, ma anche di tragedie, e che fintanto che ignoreranno il loro passato vivranno nella sgradevole leggerezza della bolla di sapone. Scoprono che non possono vivere unicamente nel presente. Madame Gueguen riesce a renderli consapevoli di quello che è stata la Shoah, al di fuori di ogni polemica, e non solo di questo.

    Secondo lei, perché Anne Gueguen riesce a conquistare la classe, mentre la sua gentilissima supplente sprofonda in un inferno?
    Stare davanti a una classe è come stare davanti a un'onda di cui non controlliamo completamente i movimenti. La supplente si lascia sommergere. È una donna giovane e mostra la sua paura. Gli studenti sono molto intuitivi e si impossessano del suo terrore. Come attrice, ho avuto modo di cogliere questo rapporto misterioso che unisce una classe e un insegnante. Quando si insegna, bisogna inventare il testo, secondo dopo secondo. È necessario avere un'enorme dose di risposte pronte per sfoderare la reazione giusta di fronte ad alunni che vogliono far ridere o mostrare i muscoli o che fanno domande a cui non si sa cosa rispondere. Sotto questo aspetto è un mestiere che mi sembra molto più difficile di quello di un attore che, per quanto possa avere paura del palcoscenico, in generale viene accolto in modo abbastanza gentile e benevolo dal pubblico. Inoltre, un attore ha la possibilità di provare, di conoscere il testo e le situazioni. Il peggio che possa capitargli in scena è di gongolare, che vada tutto troppo liscio! Stare davanti a una classe, è un'altra storia... Il segreto del mio personaggio è che mostra in ogni istante ai suoi allievi che li rispetta. Del resto lo dice chiaramente: si fida più lei di loro di quanto loro si fidino di loro stessi.

    Che ne è stato dei ragazzi di questa classe?
    Malgrado fosse una classe molto difficile, di quelle che esasperano gli insegnanti, hanno conseguito tutti il diploma di maturità e la maggior parte di loro con lode. Quanto alla professoressa del film, insegna sempre nello stesso istituto.

    Oltre a provare ammirazione, lei sembra provare anche una grande tenerezza per gli insegnanti. Da dove le viene?
    Non conosco nessuno che non si ricordi di alcuni professori. Ancora oggi, malgrado tutto quello che si racconta sulla svilimento della professione dell'insegnamento, sono persone che hanno il potere di cambiare la vita a coloro a cui si rivolgono, in meglio o in peggio. Sono coloro i quali offrono a ragazze e ragazzi la possibilità di costruirsi la loro vita e resteranno per loro un riferimento nell'intero corso della loro esistenza. Se non so chi era Luigi XIV, posso anche andare a Versailles, ma non capirò nulla di quello che vedrò. Ho conosciuto la professoressa che ha ispirato il mio personaggio, Anne Anglès. Ho capito da dove viene la sua aura. È di una fermezza impressionante, pur non facendo mai ragionamenti relativi «all'ordine pubblico». Mostra agli studenti che il suo mestiere non consiste nel sanzionarli. Quello che scoperto interpretandola è che quando ci si rivolge a un gruppo di giovani c'è sempre un momento in cui si ha la sensazione di perdere la loro attenzione. A volte capita di trovarsi in scuole dove i ragazzi sono stati talmente lasciati alla deriva che diventa molto difficile ricondurli all'ascolto e alla condivisione. Non hanno più considerazione per se stessi. Anne Anglès riesce a ridare loro fiducia e a far sì che riescano a percepirsi come individui completi e non zimbelli di un conformismo di gruppo. Quello che dimostrano questa professoressa e questo film, è che è sempre possibile trascinare le persone verso l'alto. Si tratta solo di aver voglia di farlo. Credo ci siano molti meno professori scoraggiati o distanti di quanto si dica. Questo film mi ha permesso di incontrare molti insegnanti che mi hanno colpito per il loro impegno e la loro onestà. Anche se capita loro di sbagliarsi, sono persone oneste.

    Perché nella nostra vita il periodo scolastico è così importante?
    Perché coincide con la nostra giovinezza. Anche quando uno sceglie di non proseguire con gli studi superiori, è il periodo dell'inizio della nostra vita, quando si va oltre il rapporto con i genitori e la cultura famigliare. Il tempo della scuola è anche quello che ci permette di tirare il fiato, di stare al di fuori della famiglia e dei suoi inevitabili traumi.

    Che rapporto ha sviluppato con questi giovani attori?
    Non ho cercato di fare l'amica con loro, non ho cercato di mescolarmi a loro. Era fondamentale trovare la giusta distanza. Avevo bisogno di conquistarmi la loro fiducia e di essere vista da loro come una persona degna. Avevo bisogno di dimostrare a Marie‐Castille Mention‐Schaar che aveva fatto bene a scegliermi come attrice, ma avevo anche bisogno di dimostrarlo ai ragazzi. Ci siamo addomesticati vicendevolmente. Alla fine delle riprese, si sono comportati come una vera classe: mi hanno offerto dei doni, alcuni si sono messi a piangere per via della separazione, ci siamo abbracciati. Eravamo spesso portati a improvvisare e i ragazzi sono molto bravi a farlo. Hanno conservato la libertà dell'infanzia e la capacità di calarsi immediatamente in una situazione, al contrario di me che ho sempre un grande rispetto del testo e bisogno di maggiore concentrazione del normale per riuscire a fare una digressione.

    Come la dirigeva Marie‐Castille Mention‐Schaar davanti agli adolescenti?
    Mi parlava in un orecchio. La cosa che le stava più a cuore era l'autenticità del mio lavoro. È una che non molla mai. Questo film aveva un'importanza particolare per lei. È una guerriera e si è veramente battuta per fare in modo che i ragazzi fossero sempre insieme. Ha gestito la situazione con fermezza, senza mai essere sgradevole.
    Sono molto fiera di aver fatto questo film e di averlo fatto con Marie‐Castille e questi studenti. Nel giro di brevissimo tempo, le riprese sono diventate molto più di un lavoro: sono state un'avventura. Peraltro, da allora, sento un po' la mancanza dei ragazzi. Questo ruolo mi ha dato la fiducia e la voglia di tramandare quello che so a dei giovani attori. Mi ha fatto riflettere sull'importanza della trasmissione. Arriva il momento in cui si prova il desiderio di raccontare da dove si viene e quello che si è, di rivendicarlo. Ci vuole tempo. Invece trovo che spesso agli attori venga chiesto di assomigliarsi gli uni agli altri piuttosto che di essere se stessi. Quando ho esordito mi dicevano: «Lei è interessante, ma non sappiamo dove collocarla. Ha un corpo un po' particolare». Non potevo interpretare giovani protagoniste, ma ero troppo giovane per incarnare gli altri ruoli. Uscivo dalle audizioni disorientata, senza sapere più come mi chiamavo. Non andavo mai bene. Era orribile.

    Madame Gueguen è autoritaria nelle sue affermazioni. Arriva a dire a un allievo: «Io ho ragione e tu hai torto». Cosa ne pensa?
    È il suo modo di dire: «Non mi metterete i piedi in testa. L'autorità sono io. Mi assumo in pieno la responsabilità di essere la persona che rappresenta l'autorità».
    Penso che molti genitori abbiano paura di incarnare il ruolo degli adulti. Eppure un genitore è anche qualcuno che insegna che esiste una gerarchia. Lo vogliamo accettare o no? Se non ci scontriamo con questo limite, se crediamo che tutto sia possibile in qualunque modo, ci schiantiamo a terra. Essere genitore o insegnante è come essere una guida alpina: qualcuno che ti dice dove devi mettere i piedi e se non l'ascolti finisci in un crepaccio.

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Olga Brucciani

    PRINCIPIO DI LAICITÀ E LIBERTÀ DI ESPRESSIONE
    1) Il film si apre con un'interessante scontro tra un'ex studentessa, la consigliera e il preside del liceo Léon Blum.
    La ragazza non riesce infatti a ritirare il suo diploma di maturità, poiché non vuole togliere il suo hijab, il tipico foulard indossato dalle donne arabe, per entrare nella scuola. Nella discussione la consigliera cita il Principio di laicità.
    - Voi sapete a cosa si riferisce?
    - La regista non lascia trapelare il suo punto di vista sulla discussione. Qual è il vostro? Cioè a chi date ragione e a chi torto? Provate a parlarne in gruppo.
    - Qual è il confine tra la libertà di espressione e il principio di laicità?
    - Cosa significa il termine “laico” e perché la scuola dovrebbe esserlo?

    “NON ESISTONO IMMAGINI INNOCENTI”
    2) La professoressa Gueguen dice proprio questa frase ai suoi studenti. Lo dice, a chiusura di una discussione animata, partita dalla presentazione di un antico mosaico che si trova proprio in Italia, nella basilica di Santa Maria Assunta, il principale luogo di culto cattolico dell'isola di Torcello, nella laguna di Venezia.
    Il mosaico rappresenterebbe l'inferno e tra i vari personaggi rappresentati si pensa ci sia anche Maometto. Questo scatena la rabbia degli studenti di religione musulmana che non accettano tale collocazione e, in prima battuta, accusa la professoressa di blasfemia.
    Il dibattito che nasce tra i ragazzi permette alla professoressa Gueguen di arrivare a una conclusione molto costruttiva...che ha a che fare con un argomento ancor più fondante: la propaganda.
     Cos'è la propaganda? Chi la utilizza?
     Qual è la differenza tra pubblicità e propaganda?
     In Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, quale era la situazione politica? E quali erano i mezzi utilizzati per fare propaganda?
     Anche oggi ci sono degli esempi eccellenti di propaganda. Quali? Quali sono i nuovi mezzi per fare propaganda?
     Cercate un'immagine che secondo voi è di propaganda e analizzatela in classe.

    LA SCUOLA AL TEMPO DELLO SMARTPHONE
    3) Al giorno d'oggi, la tecnologia è, davvero, a portata di mano. A scuola si arriva con il proprio smartphone, con il proprio tablet e, tra qualche tempo, non mancheranno anche gli smartwatch.
    Il film in diverse occasioni, mostra studenti che si muovono in continuazione in base alle vibrazioni dei loro telefonini che tengono in tasca o sulle ginocchia. Che inviano sms o girano filmati dei loro compagni, o peggio dei loro professori. La voce del professore diventa solo un elemento tra tanti altri, completamente scollegata e il ragionamento dell'insegnante non trova un punto di contatto con gli allievi.
     Come riesce la professoressa Gueguen a catturare l'attenzione dei suoi studenti?
     Perché la classe si comporta in maniera così diversa con la supplente?
     Cosa pensate dell'atteggiamento che hanno i vostri professori in classe?
     E cosa pensate di voi stessi come studenti?
     Avete mai un professore che vi ha cambiato la vita, come ha fatto la professoressa Gueguen?

    UN MONDO SENZA CONFINI
    4) Il Preside dell'istituto a un certo punto del film dice: “In questa scuola convivono 29 comunità”. A pensarci sono davvero tante. Vi invitiamo a fare qualche riflessione in proposito.
    - Nella vostra classe quante comunità convivono?
    - Le eventuali diversità etniche comportano delle conseguenze?
    - I vostri amici appartengono tutti alla stessa comunità?
    - Avete un'esperienza diretta di integrazione?

    LA BIBLIOGRAFIA DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
    “Un enfant à Auschwitz” di Maurice Cling
    “Una vita” di Simone Veil
    “Une poupée à Auschwitz”(poesia) di Moshe Schulstein
    “Auschwitz” di Pascal Croci
    “Il diario di Anna Frank” di Anna Frank
    “Interdit aux nomads” di Raymond Gurême
    5) Il film presenta una ricca e varia bibliografia di titoli che racconta, in un modo o in un altro l'orrore della Shoah.
    Avrete sicuramente letto o sentito parlare del “Diario di Anna Frank”, ma altri titoli vi saranno invece sconosciuti. Alcuni non sono mai stati tradotti in italiano. Rappresentano però testimonianze dirette o basate su racconti diretti delle esperienze di campi di concentramento. Non molti degli autori che hanno avuto la fortuna di tornare, sono stati - per citare Maurice Cling - “un'eccezione” rispetto alla regola.
    - Cercate di trovare le caratteristiche dei libri citati e le loro particolarità.
    Ad esempio “Auschwitz” di Pascal Croci è un fumetto e “Una vita” di Simone Veil il ritratto di una donna oggi membro del Parlamento Europeo.
    - Costruite una bibliografia di titoli alternativi a quelli che vengono nominati nel film.

    UNA VITA PER LA MEMORIA
    6) Léon Zyguel interpreta se stesso nel film e la sua partecipazione, a detta di tutto il cast, è stata scioccante. Léon aveva infatti la stessa età dei ragazzi all'epoca in cui fu internato, prima nel campo di Auschwitz e, poi, in quello di Buchenwald e questo ha permesso un maggiore identificazione dei ragazzi.
    - Cosa vi colpisce maggiormente dell'intervento di Léon Zyguel? Scegliete un aspetto del suo racconto che è stato particolarmente significativo per voi.
    - Léon Zyguel è morto all'inizio del 2015. Come si porterà avanti la Memoria una volta che i sopravvissuti non ci saranno più?
    - Pensate che racconterete a qualcuno (i vostri amici, la vostra famiglia) di questo film?
    - Secondo voi perché molti sopravvissuti hanno avuto il bisogno di raccontare la propria esperienza?

    7) Segue il testo del Giuramento di Buchenwald, pronunciato per la prima volta il 29 gennaio 1945.
    “Noi, detenuti di Buchenwald siamo riuniti oggi per onorare i 51 mila prigionieri assassinati a Buchenwald.
    51 mila padri, fratelli, figli sono morti di una morte piena di sofferenza, perché hanno lottato contro il regime degli assassini fascisti.
    Noi, che siamo rimasti in vita e che siamo i testimoni della brutalità nazista, abbiamo assistito, con una rabbia impotente alla morte dei nostri compagni.
    Se c'è qualcosa che ci ha aiutato a sopravvivere è l’idea che la giustizia sarebbe giunta un giorno.
    Oggi, noi siamo liberi. Noi, quelli di Buchenwald, russi, francesi, polacchi, cecoslovacchi, tedeschi, spagnoli, italiani e austriaci, belgi e olandesi, lussemburghesi, rumeni, iugoslavi e ungheresi, abbiamo lottato contro le SS, contro i criminali nazisti, per la nostra liberazione.
    Un pensiero ci anima: “La nostra causa è giusta e la vittoria sarà nostra”.
    È per questo che giuriamo, in questi luoghi del crimine fascista, davanti al mondo intero, che abbandoneremo la lotta solo quando l’ultimo responsabile sarà stato condannato, davanti al tribunale di tutte le nazioni.
    Il nostro ideale è la costruzione di un nuovo mondo, nella pace e nella libertà. Lo dobbiamo ai nostri compagni uccisi e alle loro famiglie.
    Alzate la mano e giurate per dimostrare che siete pronti alla lotta.”
     Cosa pensate di questo impegno che i sopravvissuti hanno avuto “urgenza” di prendere?

    GLI EREDI, IL TITOLO ORIGINALE DEL FILM
    8) Per l'uscita italiana del film è stato scelto il titolo Una volta nella vita, ma il titolo originale del film è Les heritiers, letteralmente “gli eredi”.
    Abbiamo chiesto alla regista di spiegarci il perché di questa scelta, e lei ha risposto così.
    “(il titolo) Si è imposto da solo, una volta ultimato il film. Mi fa molto piacere che la parola «eredi» sia associata alla gioventù di oggi, multicomunitaria e multiconfessionale. Non abbiamo l'abitudine di abbinare questo termine ai volti di questi ragazzi e tuttavia ho l'impressione che tutto il film sia percorso dal tema dell'eredità. Che cosa ereditiamo? Ma anche, che cosa lasciamo ai nostri «eredi»? Cosa ne facciamo della nostra storia? È possibile ignorarla, è possibile capire l'eredità degli altri? Che cosa conserviamo?
    - Provate voi a rispondere alle domande della regista.
    - Una volta visto il film trovate che sia più appropriato il titolo originale o quello italiano? Spiegate il perché della vostra risposta.

    I COMPAGNI DI CLASSE
    9) La seconda A del liceo Léon Blum è una classe “turbolenta”. Al suo interno vengono presentati una serie di caratteri. La secchiona, il timido, la sfrontata, la ribelle, il simpatico, l'arrogante, ecc...
     Con quale personaggio del film vi identificate di più?
     C'è qualche personaggio del film che vi ricorda un/a vostro/a compagno/a di classe?
    Con l'avanzare della ricerca, vediamo anche come cambiano i rapporti tra i compagni.
    Ad esempio Theo e Julie, che partecipavano meno alla vita comune della classe si integrano meglio. Si potrebbe dire che la collaborazione, per uno scopo comune, crea legami e aiuta le persone a conoscersi meglio.
    - Siete d'accordo con questa affermazione?

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