Il Figlio di Saul In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Giudicato subito come un’assoluta rivelazione all’ultimo Festival di Cannes, poi insignito del Gran Premio della Giuria e osannato come un capolavoro dalla critica di tutto il mondo, Il figlio di Saul è uno degli eventi cinematografici più attesi della stagione.
    Saul Ausländer (Géza Röhrig) fa parte dei Sonderkommando di Auschwitz, i gruppi di ebrei costretti dai nazisti ad assisterli nello sterminio degli altri prigionieri. Mentre lavora in uno dei forni crematori, Saul scopre il cadavere di un ragazzo in cui crede di riconoscere suo figlio. Tenterà allora l’impossibile: salvare le spoglie e trovare un rabbino per seppellirlo. Ma per farlo dovrà voltare le spalle ai propri compagni e ai loro piani di ribellione e di fuga.

  • Genere: drammatico
  • Regia: Làszlò Nemes
  • Titolo Originale: Saul Fia
  • Distribuzione: Teodora Film
  • Produzione: Gàbor Sipos, Gàbor Rajna
  • Data di uscita al cinema: 21 gennaio 2016
  • Durata: 107’
  • Sceneggiatura: Làszlò Nemes, Clara Royer
  • Direttore della Fotografia: Màtyàs Erdély
  • Montaggio: Matthieu Taponier
  • Scenografia: Làszlò Rajk
  • Attori: Géza Rohrig, Levente Molnàr, Urs Rechn
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA
    di László Nemes

    Voci sotto la cenere
    Stavo girando in Corsica L’uomo di Londra di Béla Tarr, con cui lavoravo come assistente alla regia. Le riprese erano state interrotte per una settimana, avevo molto tempo libero e in libreria ho trovato un volume pubblicato dal Mémorial de la Shoah con il titolo Des voix sous la cendre (in Italia La voce dei sommersi, edito da Marsilio, ndr), che raccoglie gli scritti di alcuni membri dei Sonderkommando di Auschwitz. Prima della loro rivolta del 1944, queste pagine clandestine vennero nascoste sotto terra e ritrovate solo molti anni dopo la fine della guerra. Si tratta di una testimonianza straordinaria, che descrive i compiti quotidiani dei Sonderkommando, l’organizzazione del loro lavoro, le regole con cui veniva gestito il campo e lo sterminio degli ebrei, ma anche come questi uomini riuscirono a creare una certa forma di resistenza. Da questo libro è venuta l’idea de Il figlio di Saul.

    Chi sono i Sonderkommando
    I Sonderkommando erano gruppi di prigionieri scelti dalle SS per accompagnare gli altri alle camere a gas, dopo averli rassicurati e fatti spogliare. Quindi rimuovevano i cadaveri, ripulivano tutto e bruciavano i corpi. Tutto ciò era eseguito a gran velocità, in quanto Auschwitz-Birkenau funzionava come una vera e propria fabbrica di morte a ritmi industriali. Gli storici stimano che nell’estate del 1944 migliaia di ebrei fossero sterminati ogni giorno. Ai membri dei Sonderkommando spettava un trattamento relativamente preferenziale: gli era permesso tenere il cibo trovato nei treni e avevano un minimo di libertà di movimento nell’ambito di un perimetro stabilito. Ma il loro lavoro era estenuante e in ogni caso venivano regolarmente eliminati ogni 3 o 4 mesi dalle SS per fare in modo che nessun testimone dello sterminio rimanesse in vita.

    La fabbrica della morte
    Ho sempre trovato frustranti i film sui campi di concentramento. Provano a costruire storie di sopravvivenza e eroismo, ma secondo me propongono di fatto una concezione mitica del passato. La testimonianza dei Sonderkommando è invece qualcosa di concreto e tangibile. Descrive in diretta il “normale”
    funzionamento di quella fabbrica di morte: la sua pianificazione, le regole, i turni, i rischi, i ritmi produttivi. Le SS usavano la parola Stück, pezzo, per riferirsi ai cadaveri, come se fossero oggetti prodotti in fabbrica. Questa testimonianza, insomma, mi ha permesso di vedere l’accaduto attraverso gli occhi dei dannati dei campi di concentramento.

    Il punto di vista di Saul
    Un aspetto molto problematico del film è stato quello di raccontare una storia di finzione partendo dal contesto di questa testimonianza. Non volevo trasformare nessuno in un eroe, non volevo neanche assumere il punto di vista dei sopravvissuti, né mostrare troppo di quella fabbrica di morte. Volevo solo trovare una prospettiva che potesse essere esemplare, ridotta all’essenziale, per raccontare una vicenda il più possibile semplice e arcaica. Ho scelto il punto di vista di un uomo, Saul Ausländer, un ebreo ungherese membro di un Sonderkommando, e mi sono attenuto strettamente a questa posizione: mostrare quello che vede, niente di più e niente di meno. Non si tratta però di una soggettiva pura, poiché sullo schermo noi vediamo Saul come personaggio: non volevo infatti ridurre il film a un approccio puramente visuale, che sarebbe stato artificioso, e ho preferito evitare ogni virtuosismo o esercizio di stile. Inoltre, quest’uomo è il punto di partenza di una storia unica, ossessiva e primitiva: crede di aver riconosciuto il figlio tra le vittime delle camere a gas ed è deciso a salvarne il corpo dai forni, trovare un rabbino che reciti il Kaddish e seppellirlo. Tutto quello che fa è legato a questa missione, che sembra completamente priva di scopo nell’inferno del lager. Il film resta tuttavia sempre legato al suo punto di vista e alla sua linea d’azione. Questa incrocia poi quella degli altri prigionieri, ma il campo è percepito per intero dalla sua prospettiva.

    L’orrore fuori campo
    Seguendo i movimenti di Saul, ci fermiamo davanti alla porta della camera a gas, per entrarvi solo a sterminio avvenuto per la rimozione dei corpi. Le immagini mancanti sono quelle della morte dei prigionieri; immagini che non possono essere ricostruite, né dovrebbero essere toccate o manipolate in nessun modo. Assumere il punto di vista di Saul vuol dire anche mostrare solo ciò a cui presta attenzione. Egli lavora ai forni crematori da quattro mesi e, come riflesso istintivo per proteggersi, sembra non fare più caso all’orrore in cui è immerso. Per questo motivo tale orrore rimane sullo sfondo o indistinto o fuori campo. Saul vede solo quello che gli occorre per la sua ricerca: questo dà al film il suo ritmo visivo.

    Forme di rivolta
    Nel film si svolge un tentativo di rivolta dei prigionieri che ebbe luogo di fatto a Auschwitz nel 1944, l’unica rivolta armata della storia del campo. Anche il tentativo di scattare delle foto è realmente accaduto: grazie a una macchina fotografica fatta arrivare ai Sonderkommando di Birkenau dalla resistenza polacca, 4 foto furono realizzate per testimoniare al mondo esterno quello che succedeva nei campi. Ho potuto vederle alla mostra del 2001 Mémoire des camps e mi hanno colpito profondamente. Saul sceglie invece una forma diversa di rivolta, che può sembrare irrilevante fuori da quel contesto. Quando sembra che non ci sia più speranza, la voce interiore del protagonista lo incita a sopravvivere per compiere un atto che ha un significato, un significato umano, sacro, ancestrale che lo pone all’origine della civiltà umana e di qualsiasi religione: portare rispetto per il corpo di un morto.

    Regole sul set
    Insieme al direttore della fotografia e allo scenografo abbiamo deciso, prima di iniziare le riprese, che ci saremmo attenuti a una serie di regole: “il film non deve essere visivamente bello e accattivante”; “non possiamo fare un film dell’orrore”; “seguire Saul vuol dire non andare oltre la sua presenza e il suo campo visivo e uditivo”; “la cinepresa è la sua compagna e lo affianca in questo inferno”. Abbiamo anche scelto di girare in pellicola 35mm e di usare solo procedimenti fotochimici tradizionali nei vari momenti della produzione. Era l’unico modo di mantenere una certa instabilità nelle immagini e quindi essere capaci di filmare quel mondo in modo organico. La sfida era quella di raggiungere il pubblico in termini emotivi, cosa che il digitale non permette. Queste scelte implicano anche un’illuminazione diffusa, la più semplice possibile, un unico obiettivo, il 40mm, e un formato ristretto, il classico 1:1.37, che non allarga il campo visivo come i formati panoramici. Dovevamo restare sempre al livello visivo del protagonista e seguirlo.

    Géza Röhrig
    Géza non è un attore ma un poeta e scrittore ungherese che vive a New York. L’ho incontrato diversi anni fa. Mi è venuto in mente per il ruolo di Saul probabilmente perché è una persona in costante movimento, i suoi lineamenti e il suo corpo cambiano in continuazione. Sembra impossibile capire la sua età, a volte sembra giovane, a volte vecchio, ma non solo: a volte sembra bello e altre brutto, ordinario e eccezionale, emotivo e imperturbabile, sagace o lento. Non smette mai di muoversi ma sa anche stare immobile e in silenzio.

    Un buco nero
    Anche parte della mia famiglia è stata sterminata a Auschwitz. È qualcosa di cui parlavamo ogni giorno. Quando ero piccolo avevo l’impressione che il Male fosse stato compiuto e lo immaginavo come un buco nero scavato dentro di noi; qualcosa si era spezzato e la mia incapacità di afferrare esattamente cosa fosse mi isolava. Non l’ho capito per molti anni. Poi è arrivato il momento di riconnettermi con questa parte della storia della mia famiglia.

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Marco Patrizi

    1) Come si apre il sipario della narrazione su questo triste palco? In che modo ritenete che l’avvicendarsi delle messe a fuoco in apertura, assecondi la “suggestione” che il racconto cinematografico vuole suscitare nello spettatore?
    2) Pensate sia possibile interpretare l’utilizzo dello “schermo quadrato” (pellicola in 35 mm) come un mezzo che consenta di non allargare lo sguardo oltre Saul a ciò che sarebbe insostenibile agli occhi? Quali altre riflessioni vi suggerisce tale scelta tecnica e stilistica?
    3) Dove ci troviamo? Quali elementi trovate consentano l’orientamento nello spazio e nel tempo nell’aspro e ruvido mezzo delle cose in cui l’occhio della regia vi porta nei primi momenti di girato?
    4) Cosa sta accadendo? Che atteggiamento ha e che tipo di azione sta svolgendo quest’uomo dallo sguardo spento, costante ma non unico oggetto della ripresa continua?
    5) In che maniera, tramite il comportamento del personaggio e il modo in cui è seguito dalla regia, ritenete che il volto di Saul e la sua persona, il suo corpo, fungano da prolungamento al profilo che ne viene tracciato situazione per situazione? Quali scene consentono una sincera consapevolezza delle sfaccettature dei suoi sentimenti, secondo voi?
    6) Vi risulta possibile conservare un’ottica univoca circa Saul e il suo operato? Secondo la vostra opinione quali frangenti pongono rispettivamente toni positivi o negativi su di lui?
    7) Quali gerarchie, all’interno del campo di concentramento, vengono poste in evidenza dallo svolgersi dei primi fatti?
    8) Che tipo di lavoro svolgono Saul e coloro che sono addetti alla sua stessa opera? Cosa grava di diverso sulle loro spalle insieme alla X rossa dietro la giacca? Il volto di Saul è neutralizzato da un’atarassia che lo accompagna costantemente nel lavoro disumano e, quindi, in ogni singolo istante della non-vita nel campo; un distaccamento necessario del soma dal sé come unico modo per tirare avanti?
    9) Cosa succede al ragazzo che suscita l’attenzione di Saul quanto dei medici delle SS che presto pongono rimedio all’eccezione presentata? Che vede l’uomo nel piccolo corpo che giace inerte sulla barella di ferro?
    10) Secondo voi si tratta davvero di suo figlio? Vengono mostrate certezze al riguardo, oltre la parola del padre e la sua stessa vera e propria guerra contro il male e il tempo per salvarne le spoglie?
    11) Quali riflessioni pensate possa comportare l’ipotesi che, in effetti, possa non trattarsi di suo figlio? Un sacrificio dettato dal principio, per salvare un singolo respiro d’innocenza dalle fauci del mostro? L’attaccamento a uno scopo, a una ragione di vita come ultimo ormeggio a quella realtà distorta nella ricerca disperata di un rabbino che “presenzi” al servizio funebre del ragazzo? La recitazione del protagonista, essenziale ma profondamente drammatica e sfaccettata consente una dolorosa e poliedrica interpretazione di tale evenienza.
    12) Ritenete possibile individuare dei cambiamenti in Saul nel corso della narrazione? Quali scene, secondo voi, pongono l’accento su suoi lievi ma determinanti cambiamenti e su quali piani? Cosa ne è, volta per volta, la causa?
    13) Quali dinamiche osservate prendere forma nel corso del racconto cinematografico tra le diverse categorie di prigionieri all’interno del campo? Quanta crudeltà ottenuta oltre che nell’uccidere le masse, nel dividerne gli individui sapendoli nel mettere l’uno contro l’altro nella privazione dell’umanità, mostrando di alcuni il male di fondo, di altri l’eroismo.
    14) Secondo voi sono presenti elementi o dettagli nella narrazione che possano suggerire qualcosa sul momento dello scacchiere europeo in cui ha luogo la prigionia di Saul come Sonderkommando all’interno di Aushwitz? Forse uno specifico lavoro di forza imposto ai prigionieri che, in assenza di un qualcosa di imminente, sarebbe risultato superfluo ai Tedeschi?
    15) Qual è la vostra opinione sull’operato di Saul in funzione della causa dei suoi compagni? Che scelte avreste preso al suo posto? Ritenete opinabile sacrificare l’obiettivo comune per il perseguimento di uno scopo che è si in apparenza effimero, ma umanamente sacro e irrinunciabile?
    16) In che modo il racconto pone l’accento sulle aberrazioni che potevano intercorrere tra coloro che condividevano lo stesso incubo? Quali scene tendono ad evidenziare un capovolgimento dell’animo umano, che sia per necessità e speranza di sopravvivenza o per inclinazione?
    17) La Storia del Cinema presenta un vasto contributo alla trattazione dell’eccidio nazista, una moltitudine di opere che talvolta condividono un focus sui medesimi aspetti; ritenete che questo lavoro rappresenti un’eccezione nella filmografia mondiale dedicata a questa tragedia? Per quali versi? Su cosa è imperniato, secondo voi, il proposito di questa pellicola?
    18) Conoscete il significato del Kaddish? Le forme più complete di tale preghiera presuppongono un rituale più ampio rispetto alla presenza di un solo rabbino; per Saul però è abbastanza, ha solo bisogno che vengano dette le parole e per questo è disposto a rischiare la vita più di quanto non accada regolarmente. Che reazione riceve dal primo rabbino cui fa appello? Qual è la vostra opinione sul presunto rabbino francese che si rivela, soltanto alla fine nel momento della fuga?
    19) Ritenete che lo svolgimento dei fatti su pellicola corrisponda alla realtà storica degli accadimenti? Riscontrate discrepanze o fonti di perplessità? Documentatevi circa la veridicità della rappresaglia armata e sul suo svolgimento.
    20) I fuggitivi trovano riparo in una costruzione nel bosco. L’imperscrutabilità del volto di Saul si distende in un sorriso beato e avulso dall’orrore che lo circonda mentre, tra tutti i compagni, i suoi soli occhi incontrano lo sguardo di un bambino che fa capolino pochi passi oltre la porta, tra gli alberi. Cosa pensate veda in lui Saul, al punto da riportare per un attimo la serenità sul suo viso?
    21) Che valore attribuite agli ultimi fotogrammi di questa pellicola? Riflettete sull’epilogo del racconto, sul bambino che fugge tra gli alberi mentre cala la mannaia sulla speranza tra i legni della baracca.

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