Fuocoammare In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Samuele ha 12 anni e vive su un'isola di pochi abitanti lontano dalla terraferma. Come tutti i bambini della sua età gioca e va a scuola. Tira con la fionda, costruita con meticolosità, su barattoli e fichi d’India. Ha un amico al quale insegna come andare a caccia e un compagno di scuola che gli insegna a remare tra i natanti del porto vecchio.
    A Samuele, però, piacciono i giochi di terra, anche se tutto intorno a lui parla di mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere proprio la sua piccola isola di sassi e rovi. Ma la sua non è un’isola come le altre. Si chiama Lampedusa ed è il confine più simbolico d’Europa, il luogo dove si è concentrato negli ultimi venti anni il destino di centinaia di migliaia di migranti in fuga da guerra e fame per assicurarsi un pezzo di libertà.
    Samuele e i lampedusani sono i testimoni a volte inconsapevoli, a volte muti, a volte partecipi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi.

  • Genere: documentaristico
  • Regia: Gianfranco Rosi
  • Titolo Originale: Fuocoammare
  • Distribuzione: Istituto Luce – Cinecittà e 01 Distribution
  • Produzione: 21Uno Film, Stemal Entertaiment, Istituto Luce – Cinecittà, Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 18 febbraio 2016
  • Durata: 108’
  • Direttore della Fotografia: Gianfranco Rosi
  • Montaggio: Jacopo Quadri
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    ORSO D'ORO AL FESTIVAL DI BERLINO 2016

    Fuocoammare è il nuovo film documentario Gianfranco Rosi, vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di  Berlino.

    Nel suo viaggio intorno al mondo per raccontare persone e luoghi invisibili ai più, dopo l’India dei barcaioli (Boatman), il deserto americano dei drop-out (Below Sea Level), il Messico dei killer del narcotraffico (El Sicario - Room 164), la Roma del Grande Raccordo Anulare (Sacro Gra), Gianfranco Rosi è andato a Lampedusa, nell’epicentro del clamore mediatico, per cercare, laddove sembrerebbe non esserci più, l’invisibile e le sue storie. Seguendo il suo metodo di totale immersione, Rosi si è trasferito per più di un anno sull’isola facendo esperienza di cosa vuol dire vivere sul confine più simbolico d’Europa raccontando i diversi destini di chi sull’isola ci abita da sempre, i lampedusani, e chi ci arriva per andare altrove, i migranti.

    Da questa immersione è nato Fuocoammare. Racconta di Samuele che ha 12 anni, va a scuola, ama tirare con la fionda e andare a caccia. Gli piacciono i giochi di terra, anche se tutto intorno a lui parla del mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Ma non è un’isola come le altre, è Lampedusa, approdo negli ultimi 20 anni di migliaia di migranti in cerca di libertà. Samuele e i lampedusani sono i testimoni a volte inconsapevoli, a volte muti, a volte partecipi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi.

    L’invito a partecipare alla Berlinale è arrivato mentre Rosi stava ancora girando a Lampedusa, dove è stato trasferito il montaggio per garantire il continuo scambio tra realtà e narrazione documentaristica. “È sempre difficile staccarmi dai personaggi e dai luoghi delle riprese, ma questa volta lo è ancora di più. Più che in altri miei progetti, ho sentito però la necessità di restituire al più presto questa esperienza per metterla in dialogo con il presente e le sue domande. Sono particolarmente contento di portare a Berlino, nel centro dell’Europa, il racconto di Lampedusa, dei suoi abitanti e dei suoi migranti, proprio ora che la cronaca impone nuovi ragionamenti.”

    Il film, prodotto da Donatella Palermo e Gianfranco Rosi, è una produzione 21Uno Film, Stemal Entertainment con Istituto Luce - Cinecittà e con Rai Cinema ed è una coproduzione italo-francese Les Films D’Ici e Arte France Cinema. Uscirà nelle sale italiane il 18 febbraio distribuito da 01 Distribution e Istituto Luce - Cinecittà.

    Regia, fotografia, suono di Gianfranco Rosi; montaggio di Jacopo Quadri, aiuto-regia di Giuseppe del Volgo, collaborazione al montaggio e coordinamento di post-produzione di Fabrizio Federico, montaggio del suono di Stefano Grosso, riprese subacquee di Aldo Chessari. Soggetto di Gianfranco Rosi, da un’idea di Carla Cattani. Produzione esecutiva di Stemal Entertainment, delegato di produzione Tina Pistoia, collaborazione alla produzione Dario Zonta.

    I PERSONAGGI


    SAMUELE PUCILLO
    Samuele Pucillo ha 12 anni. Sembra più piccolo della sua età, ma ha l’eloquenza di un grande. Ha gli occhi vivacissimi ed è curioso di tutto. Va a scuola e gioca, come tutti i bambini. Con Mattias, uno dei suoi amici, percorre l’isola con una piccola motocicletta. Ha un rifugio in mezzo alla campagna che usa come base per costruire la fionda (la sua passione), e preparare le spedizioni di caccia e di gioco. Non ama il mare, e deve imparare a vincere il mal di mare ‘facendosi' lo stomaco sul pontile galleggiante del porto vecchio.

    PIETRO BARTOLO
    Pietro Bartolo è il direttore sanitario dell’Asl locale. Da trent’anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco, stabilendo chi va in ospedale, chi va nel centro di accoglienza e chi è deceduto. È un uomo di grande umanità e sensibilità. Elemento di connessione tra l’isola e i migranti, si è fatto carico nel tempo di una grande responsabilità e un grande dovere: soccorrere e assistere i migranti. I suoi occhi ne hanno viste tante, ma non hai mai perso il senso del suo compito e del suo operato.

    GIUSEPPE FRAGAPANE
    Giuseppe (o Pippo) è il dj di Radio Delta, emittente locale. Tutti i giorni conduce una trasmissione musicale nella quale raccoglie le richieste dei lampedusani con le relative dediche. Lancia il giornale radio e dà comunicazione di servizio di pubblica utilità. Un uomo dolcissimo, un musicista, è autore del brano Fuocoammare.

    ZIA MARIA
    È una donna lampedusana pensionata. Vive per la sua casa che tiene pulita come uno specchio, accudendo il silenzioso marito, venerando Padre Pio. Ama sentire il programma musicale di Radio Delta e più volte chiama il suo conduttore, Pippo, per richiedere le sue musiche preferite.

    FRANCO PATERNA
    Franco Paterna pesca ricci e patelle. Con la sua muta scende le ripidi e inaccessibili scogliere di Lampedusa per immergersi di notte e di giorno, col mare calmo o mosso, e pescare i ricci che poi vende ai ristoranti dell’isola. È un uomo silenzioso e misterioso, sembra a suo agio solo in acqua. 11

    MARIA COSTA
    Maria Costa è la nonna di Samuele. Una donna di ottanta anni piena di vita, di storie e di memorie che racconta a Samuele nei lunghi pomeriggi invernali mentre si dedica al cucito. Cuoca attenta e amorevole, prepara succulenti pranzi a base di calamari e assiste Samuele nei compiti a casa.


    FRANCESCO MANNINO
    Pescatore atlantico di lungo corso, ha una barca con la quale pesca i calamari vicino l’isola e all’interno della quale sono appese le foto che lo ritraggono nelle sue spedizioni in giro per il mondo. Dolce e forte allo stesso tempo, è un lupo di mare che si è preso il compito di introdurre Samuele alla legge del mare.

    IL GOSPEL DEI MIGRANTI

    In una scena del film, nel Centro di Accoglienza di Lampedusa, un migrante appena arrivato canta con i suoi compagni di viaggio una sorta di gospel che racconta la loro odissea.

    This is my testimony.
    We could no longer stay in Nigeria.
    Many were dying, most were bombed.
    We were bombed, we fled from Nigeria
    we ran to the desert,
    we went Sahara Desert and many died.
    In Sahara Desert many were dying.
    Raping and killing many people
    and we could not stay.
    We flee to Libya.
    And Libya was a city of ISIS
    and Libya was a place not to stay.
    We cried on our knees,
    "What shall we do?"
    The mountains could not hide us,
    the people could not hide us
    and we ran to the sea.
    On the journey on the sea,
    too many passengers died.
    They got lost in the sea.
    A boat was carrying 90 passengers.
    Only 30 were rescued
    and the rest died.
    Today we are alive.
    The sea is not a place to pass by.
    The sea is not a road.
    Oh, but today we are alive.
    It is risky in life
    not to take a risk,
    because life itself is a risk.
    We stayed for many weeks
    in Sahara Desert.
    Many were dying with hunger,
    many were drinking their piss.
    All, to survive,
    we drank our piss to survive
    because that was the journey of life.
    We stayed in the desert,
    the water finished.
    We began to drink our piss.
    We said, "God,
    don't let us die in the desert."
    And we got to Libya
    and Libyans would not pity us.
    They would not save us
    because we are Africans.
    And they locked us in their prisons.
    Many went to prison for one year.
    Many went to prison for six years,
    many died in the prison.
    Libya prison was very terrible.
    No food in the prison.
    Every day beating, no water
    and many of us escape.
    And today we are here, God rescue us.
    Without risk we enter the sea.
    If we cannot die in Libyan prison,
    we cannot die in the sea.
    And we went to sea and did not die.

    Traduzione in italiano

    Questa è la mia testimonianza.
    Non potevamo restare in Nigeria.
    Molti morivano, c'erano i bombardamenti.
    Ci bombardavano
    e siamo scappati dalla Nigeria,
    siamo scappati nel deserto,
    nel deserto del Sahara,
    molti sono morti.
    Nel deserto del Sahara
    molti sono morti.
    Sono stati uccisi, stuprati.
    Non potevamo restare.
    Siamo scappati in Libia.
    E in Libia c'era l'ISIS
    e non potevamo rimanere.
    Abbiamo pianto in ginocchio:
    "Cosa faremo?"
    Le montagne non ci nascondevano,
    la gente non ci nascondeva,
    siamo scappati verso il mare.
    Nel viaggio verso il mare,
    sono morti tanti passeggeri.
    Si sono persi in mare.
    La barca aveva 90 passeggeri.
    Solo 30 sono stati salvati, gli altri sono morti.
    Oggi siamo vivi.
    Il mare non è un luogo
    da oltrepassare.
    Il mare non è una strada.
    Ma oggi siamo vivi.
    Nella vita è rischioso non rischiare,
    perché la vita stessa è un rischio.
    Siamo rimasti per settimane
    nel deserto del Sahara.
    Molti morivano di fame,
    molti bevevano la propria pipì.
    Tutti, per sopravvivere,
    abbiamo bevuto la pipì,
    a causa del viaggio della vita.
    Eravamo nel deserto,
    l'acqua era finita
    e abbiamo bevuto la pipì.
    Dicevamo:
    "Dio, non farci morire nel deserto".
    Siamo andati in Libia e lì
    non avevano compassione per noi.
    Non volevano salvarci
    perché siamo africani.
    Ci hanno rinchiuso in prigione.
    Molti sono rimasti
    in prigione per un anno.
    Molti sono rimasti
    in prigione per sei anni,
    molti sono morti in prigione.
    La prigione in Libia era terribile.
    Non davano da mangiare.
    Ci picchiavano ogni giorno, non c'era
    acqua e molti sono scappati.
    Oggi siamo qui e Dio ci ha salvati.
    Senza pensare al rischio
    ci mettiamo in mare.
    Se non siamo morti
    in prigione in Libia,
    non possiamo morire in mare.
    Siamo andati in mare
    e non siamo morti.

    NOTE SULLE MUSICHE TRADIZIONALI di FUOCOAMMARE
    a cura di Giuseppe Fragapane, detto “Pippo”, il dj della radio locale di Lampedusa, Radio Delta.

    E VUI DURMITI ANCORA è un’antica e bellissima serenata della tradizione classica siciliana, scritta da Giovanni Formisano nel 1910 e musicata da Gaetano Emanuel Calì. È stata cantata e incisa da molti artisti e recentemente anche da Bocelli. Questa canzone viene richiesta alla radio per fare una dedica d'amore alla propria moglie oppure a una ragazza che non si ha il coraggio di fermare.

    AMURI DI CARRITTERI è una canzone del repertorio classico siciliano che parla di una coppia di innamorati che vivono in paesi diversi; il carrettiere canta al proprio cavallo di fare presto per poter riabbracciare la donna amata. Il cantu di lu carritteri è uno stile musicale tipico dei carrettieri che usavano cantare canzoni dedicate alla propria bella durante i loro lunghi viaggi. Da notare che l'accompagnamento musicale rispecchia il suono che carretto e cavallo producevano naturalmente: gli zoccoli del cavallo, le ruote, le boccole, lo strofinio delle catene negli anelli del carretto, le vibrazioni delle parti in ferro, tutto ciò contribuiva a generare l'orchestra che faceva da sfondo al canto passionale del carrettiere. In radio viene richiesta da persone che hanno avuto in passato amori lontani per poter ricordare la lontananza d'amore.

    FUOCOAMMARE è un brano strumentale lampedusano, un fox trot che richiama gli anni ‘30 e ’40. Il titolo si riferisce a un fatto storico accaduto nel porto di Lampedusa durante gli intensi bombardamenti portati dalle forze britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale (Lampedusa cadde il 12 giugno). Durante i bombardamenti fu affondata fuori dal porto di Lampedusa La Maddalena, una nave militare, che di notte per il grande incendio illuminò tutta l'isola. La gente andava gridando in giro (“chi focu a mmari ca ce stasira”). Così nasce Fuocoammare. I suonatori di allora, tra cui il nonno novantenne di Pippo (Giuseppe Fragapane), il dj di Radio Delta, incominciarono a cantare il tragico avvenimento. Le parole sono andate perdute e anche il nonno di Pippo che all’epoca la suonava non le ricorda più. A Radio Delta è molto richiesto e nel film Zia Maria lo richiede per scongiurare il maltempo e permettere ai pescatori di tornare in mare. La versione attuale è quella rielaborata da Giuseppe Fragapane.

    BIO FILMOGRAFIA GIANFRANCO ROSI

    Nato ad Asmara, in Eritrea, con nazionalità italiana e statunitense, dopo aver frequentato l'università in Italia nel 1985 si trasferisce a New York e si diploma presso la New York University Film School. In seguito ad un viaggio in India, produce e dirige il suo primo mediometraggio, Boatman, presentato con successo a vari festival internazionali tra i quali il Sundance Film Festival, il Festival di Locarno e il Toronto International Film Festival.
    Nel 2008, il suo primo lungometraggio Below Sea Level, girato a Slab City in California, vince i premi Orizzonti e Doc/It alla Mostra di Venezia dello stesso anno. Il film si aggiudica anche il Grand Prix e il Prix des Jeunes al Cinéma du Réel del 2009, il premio per il miglior film al One World Film Festival di Praga, il Premio Vittorio De Seta al Bif&st 2009 per il miglior documentario ed è nominato come miglior documentario all'European Film Awards 2009.
    Nel 2010 gira il lungometraggio El Sicario ‐ Room 164, film‐intervista su un killer pentito dei cartelli messicani del narcotraffico e vince il Fipresci Award alla Mostra di Venezia e il premio Doc/It come migliore documentario dell’anno. Vince poi come miglior film al DocLisboa del 2010 e al Doc Aviv del 2011. Ha diretto varie Pubblicità Progresso e alcuni cortometraggi. Come freelance, ha lavorato come direttore della fotografia in diversi documentari. È stato guest lecturer presso la New York University Film School, la SUPSI di Lugano e la HEAD di Ginevra.
    Nel 2013 vince il Leone d’oro a Venezia con Sacro Gra.

    FILMOGRAFIA
    Boatman, 1993 (selezione ufficiale Sundance Film Festival)
    Afterwords, 2001 (selezione ufficiale Mostra di Venezia)
    Below Sea Level, 2008 (selezione ufficiale Mostra di Venezia, Miglior film “Orizzonti”)
    El Sicario – Room 164, 2010 (selezione ufficiale Mostra di Venezia, premio Fipr

    NOTE DI REGIA
    Sono andato a Lampedusa la prima volta su richiesta nell’autunno del 2014 per verificare la possibilità di girare un corto di 10 minuti da presentare a un festival internazionale. L’idea dei committenti era di proporre un lavoro breve, un instant movie, che portasse in un’Europa pigra e complice, che negli anni ha ricevuto un’eco distorta e confusa della realtà del fenomeno migratorio, un’immagine diversa di Lampedusa. Per molto tempo anche per me Lampedusa è stata un coacervo di voci e immagini legate ai telegiornali, alla morte, all’emergenza, all’invasione, alla ribellione dei populisti.
    Una volta arrivato sull’isola ho scoperto una realtà molto lontana dalla narrazione mediatica e politica e ho verificato l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa. Era necessaria un’immersione prolungata e approfondita. Non sarebbe stato facile. Sapevo che era necessario trovare una porta d’ingresso.
    Poi, come spesso accade nel cinema documentario, è arrivato il caso e l’imprevisto. A causa di una fastidiosa bronchite che mi colpì proprio nei giorni dei sopralluoghi, sono andato al pronto soccorso di Lampedusa. Lì incontro il dottor Pietro Bartolo, il direttore sanitario dell’Asl locale che da trent’anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco, stabilendo chi va in ospedale, chi va nel Centro di Accoglienza e chi è deceduto.
    Senza neanche sapere che io fossi un regista alla ricerca di una possibile storia, durante quella visita Pietro Bartolo ha voluto condividere con me il suo vissuto sul fronte dell’assistenza medica e umanitaria. Quel che ha detto, le parole che ha usato, mi hanno colpito profondamente. È scattata una complicità, ho visto in lui quella persona che poteva trasformarsi in un personaggio del film. Dopo un’ora e mezza di scambio intenso, il dottore ha acceso il suo computer per mostrarmi delle immagini inedite e farmi “toccare con mano” il senso della tragedia dei migranti. In quel momento ho capito che dovevo trasformare la commissione per un corto di 10 minuti nel mio nuovo film.
    Dopo aver impostato il progetto produttivo mi sono trasferito a Lampedusa, ho preso una casetta nel porto vecchio e ci sono rimasto fino all’ultimo momento utile. Volevo raccontare questa tragedia attraverso gli occhi degli isolani, protagonisti di una mutazione profonda, perché tutto quello che è successo a Lampedusa nel corso degli ultimi 20 anni ha cambiato il loro modo di vedere e sentire le cose.
    Grazie all’aiuto di Peppino, genius loci poi diventato il mio aiuto regista, sono gradualmente entrato in contatto con i lampedusani, facendo esperienza dei loro ritmi, del loro quotidiano, del loro modo di vedere le cose. Oltre a Pietro Bartolo c’è stato un altro incontro fondamentale: quello con Samuele, un bambino di 12 anni, figlio di pescatori. Mi ha conquistato ed ho capito che attraverso il suo sguardo, ingenuo e puro, avrei potuto raccontare l’isola e i suoi abitanti con maggior libertà. L’ho seguito nei suoi giochi, con i suoi amici, a scuola, a casa con la nonna, sulla barca con lo zio. Samuele mi ha permesso di osservare l’isola in modo diverso e inedito. Altri personaggi si sono poi aggiunti naturalmente grazie a un avvicinamento graduale.
    Decidere di trasferirmi a vivere a Lampedusa è stato determinante. Per più di un anno ho vissuto il lungo inverno dell’isola e i tempi del mare. Questo tempo mi ha permesso anche di cogliere il reale andamento dei flussi migratori. Era necessario superare la tendenza tipica dei media di andare a Lampedusa solo in occasione di una emergenza. Stando lì ho capito che la parola emergenza non ha senso: tutti i giorni c’è una emergenza, accade qualcosa. Non si può cogliere il senso di quella tragedia senza un contatto non solo ravvicinato, ma anche continuativo. Solo così, tra l’altro, avrei potuto comprendere meglio il sentimento dei lampedusani che da vent’anni assistono al ripetersi di questa tragedia.
    Dopo l’avvento delle missioni come Mare Nostrum, attraverso le quali si è cercato di intercettare le imbarcazioni in alto mare, i migranti a Lampedusa non si percepiscono, sono come fantasmi di passaggio. Sbarcano in un molo laterale del porto vecchio e vengono portati con un autobus nel Centro di Accoglienza; lì vengono assistiti e identificati per poi ripartire qualche giorno dopo verso il continente.
    Oltre agli sbarchi, ne ho filmati a decine, era necessario entrare nel centro di accoglienza per avere un contatto più ravvicinato, per vedere e capire. È molto difficile filmare dentro un centro di accoglienza ma, grazie a un permesso ottenuto dalla Prefettura di Agrigento, sono riuscito a raccontarne i suoi ritmi, le sue regole, i suoi ospiti, i suoi costumi, le sue religioni, le sue tragedie. Un mondo nel mondo, nettamente separato dal quotidiano dell’isola. La cosa più difficile è stata trovare il modo di filmare questo universo cercando di restituire il senso di verità e di realtà, ma anche di umanità.
    Comunque, ho capito ben presto che mentre la linea di frontiera una volta era la stessa Lampedusa (le imbarcazioni arrivavano direttamente sull’isola), oggi si è spostata in mezzo al mare. È così che ho deciso di chiedere il permesso di imbarcarmi su di una nave della Marina Italiana, operativa innanzi alle coste africane. Sono stato circa un mese sulla Cigala Fulgosi, partecipando a due missioni. Ho condiviso anche lì altri tempi, ritmi, regole e costumi fino a quando abbiamo incontrato la tragedia, una dopo l’altra. L’esperienza di filmarla non è qui descrivibile.
    Nei miei film mi sono spesso trovato a raccontare mondi circoscritti, che fossero realmente o idealmente tali. Questi universi, a volte piccoli come una stanza, hanno una loro logica e un loro movimento interno. Coglierli e riportarli è la parte più complicata del mio lavoro. Così è stato per la comunità di drop-out nel deserto americano (Below Sea Level), un mondo isolato con delle regole a se stanti i cui confini erano quelli dell’appartenenza a un’idea e a una condizione. Così è stato per il killer pentito del narcotraffico (El sicario, room 164), chiuso dentro una stanza d’albergo, replicando i gesti del suo crimine e le regole della sua comunità di criminali. Lo stesso si può dire per quell’altra comunità umana che vive ai margini del raccordo anulare (Sacro Gra).
    A Lampedusa mi sono allo stesso modo trovato a comprendere il funzionamento, se così posso esprimermi, di altri mondi concentrici con le loro regole e i loro tempi: l’isola, il Centro di Accoglienza, la nave Cigala Fulgosi.
    Da Lampedusa è impossibile andar via, come anche stabilire il momento in cui è terminato il tempo delle riprese. Se questo è vero per tutti i miei film lo è ancor di più per questo. C’è stato un evento che mi ha fatto comprendere che il cerchio in qualche modo si stava chiudendo. Avevo deciso di fare un film a Lampedusa dopo aver incontrato il dott. Bartolo, la sua umanità, la sua esperienza. Sentivo che era necessario per chiudere il film tornare a quell’incontro. Così è stato. Sono andato da Bartolo, ma con la camera, l’ho accesa e ho filmato la sua testimonianza, il suo racconto. Come accadde la prima volta, guardando il monitor del suo computer, dove è raccolto l’intero archivio di vent’anni di soccorsi, Bartolo è riuscito a trasmette con le sue parole, la sua umanità, la sua immensa serenità il senso della tragedia e il dovere del soccorso e dell’accoglienza. Ecco, questo mi serviva per chiudere il film.


    Gianfranco Rosi

Letto 4959 volte

Video

Indice dei Film

I Più Visti negli ultimi 6 mesi