The Idol In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Siamo a Gaza. Sinonimo di tanti conflitti, distruzione e disperazione,ma per Mohammed Assaf e sua sorella Nour, Gaza è la loro casa e il loro parco giochi. È dove, insieme ai loro migliori amici Ahmad e Omar, fanno musica, giocano a calcio e hanno il coraggio di sognare in grande.

    La loro band è alla buona, utilizzano vecchi strumenti musicali, ma, nonostante tutto, hanno grandi ambizioni.

    Mohammed e Nour desidererebbero cantare all’Opera Hall del Cairo; per raggiungerla sarebbe necessaria una vita intera, ma Mohammed scoprirà che per alcuni sogni vale la pena di lottare.

    Lungo la strada, Mohammed incontrerà la tragedia e proverà la solitudine. Il mondo che lo circonda andrà in frantumi. Nonostante tutto, comunque, Mohammed sa che la sua voce lo libererà dal dolore che lo pervade e porterà a un popolo senza voce la gioia.

    Per pagarsi gli studi universitari canta ai matrimoni e guida un taxi. 

    Anche quando l’assedio nel territorio di Gaza si intensifica, e si vive in una situazione sempre più minacciosa, Mohammed sa di avere un dono raro; con la sua voce può far sorridere e dimenticare i problemi e i dolori.

    Una sera, ecco la possibilità che il sogno si avveri: sente in tv che i provini per “Arab Idol”, lo show più popolare nel mondo arabo, si svolgono al Cairo. I confini sono chiusi. Sembra non esserci via d’uscita. Ma la voglia di realizzare un sogno è più forte di ogni ostacolo... Ecco l’opportunità di cambiare la sua vita e dare a un popolo senza voce la più grande sensazione: la libertà di amare, vivere e sentirsi liberi. 

     

  • Genere: biografico
  • Regia: Hany Abu-Assad
  • Titolo Originale: Ya Tayr El Tayer
  • Distribuzione: Adler Entertainment
  • Produzione: Ali Jaafar, Amira Diab
  • Data di uscita al cinema: 14 aprile 2016
  • Durata: 100’
  • Sceneggiatura: Hany Abu-Assad with Sameh Zoabi
  • Direttore della Fotografia: Ehab Assal
  • Scenografia: Nael Kanj, Rabia Salifiti
  • Costumi: Hamada Atallah
  • Attori: Qais Atallah, Hiba Atallah, Ahmed Qassim
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA

    Mi sono sempre chiesto il motivo per cui volevo scrivere e dirigere il film, e ho speso due anni della mia vita lavorando duramente per completarlo. Nel caso di “The Idol”, la risposta è chiara e semplice.

    La storia di Mohammed Assaf è una storia veramente incredibile, persino per uno come me, che tre settimane prima aveva vinto il premio Un Certain Regard al Festival di Cannes.Ero più galvanizzato per la vincita di Assaf che per  il mio premio.

    Ero completamente assorto nella telecamera, nella piazza di Nazareth, insieme a altre migliaia di persone e simultaneamente attendavamo il verdetto finale di Arab Idol; nel momento della vittoria ho saltato, e ho esultato come un bambino, penso di non aver provato quella frenesia per un bel po’ di tempo.

    Quando Ali Jafar mi ha proposto di dirigere la storia di Mohammed Assaf, mi è venuta la pelle d’oca e mi sono emozionato. Sapevo, che avrei fatto tutto il possibile per fare di questa storia un grande film.

    Vedo “The Idol” come una sfida, una lotta e la voglia di sopravvivere anche a dure e a estreme circostanze. E’ una storia di speranza e successo, dove un fratello e una sorella sono capaci di trasformare i loro svantaggi in benefici, ciò che è impossibile diventa possibile, chi proviene dal nulla e supera tutte le difficoltà, sconfigge la povertà, l’oppressione e l’occupazione.

    Mohammed e Nour hanno l’abilità di mutare l’orrore in bellezza, ovvero hanno il potere di alimentare e nutrire la speranza.

    Hany Abu-Assad

     

    PRODUZIONE

    Le riprese sono iniziate a Gennaio 2015. 

    Per il regista Hany Abu-Assad, la chiave del film è sempre stata l’autenticità sia di fronte, sia dietro la videocamera. Ecco perché “The Idol” è una delle prime, ma non la prima, produzione internazionale girata nella striscia di Gaza, nonostante le difficoltà logistiche a mantenere il cast e la troupe sicuri.

    Girando tra i paesaggi devastati dai bombardamenti del 2014, Abu-Assad e la sua troupe hanno trovato momenti di bellezza e sono stati sorpresi. Per esempio; il Team di Parkour di Gaza ha regalato performance acrobatiche in un momento in cui l’arte può prosperare in situazioni di sfida.

    Il desiderio di autenticità per Hany ha significato anche insistere nel trovare e nel far recitare nel film bambini di Gaza. La troupe ha fatto un’ampia ricerca, facendo dei provini all’interno delle scuole in tutta l’area.

    Infine, la produzione è stata fortunata perché ha trovato quattro bambini, che si sono rivelati incredibili attori emergenti. 

    Hany ha insistito soprattutto nell’utilizzare una troupe locale palestinese, il film è stato girato nella Striscia di Gaza, a Jenin e in altre aree dei territori palestinesi, nonché in Giordania. In tutti i suoi film, Hany ha lavorato con le stesse persone, dal direttore artistico, al produttore. Queste persone sono cresciute con Hany e hanno imparato da lui come lavorare nelle produzioni sia locali sia internazionali.

    Hany ha anche voluto girare le scene in esterno sia al Cairo che a Beirut così da rendere il film reale.

     

    HANY ABU-ASSAD

    Hany Abu-Assad è uno dei più esclusivi registi al mondo. È stato candidato all’Oscar come miglior regista per i film “Paradise Now” (2006) e “Omar” (2003).

    Ha vinto innumerevoli premi tra cui il Blue Angel al Film Festival di Berlino, un Golden Globe come Miglior Film Straniero e il Premio Speciale nella sezione Un Certain Regard al Festival Cannes. 

    Nasce a Nazareth, Palestina, nel 1961. Studia ingegneria ad Amsterdam. Dopo alcuni anni di lavoro come ingegnere aeronautico nei Paesi Bassi fonda una società di produzione cinematografica, e  produce il film “Curfew” di Rashid Masharawi.

    Nel 1998 dirige il suo primo film, “The Fourteenth Chick”, scritto da Arnon Grunberg; nel 2000 dirige il documentario “Nazareth”, il film “Rana’s Wedding” e il suo secondo documentario “Ford Transit”.

    Nel 2006, dirige il film “Paradise Now”, nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero, che racconta la storia  di un terrorista palestinese che  deve compiere la sua missione suicida a Tel Aviv. 

    Il film vince il Golden Globe come Miglior Film Straniero nel 2006.

    Nel 2011, Hany Abu-Assad dirige il film “The Courier” con Jeffrey Dean Morgan, Til Schweiger e Mickey Rourke.

    Recentemente ha diretto il film “Omar” con Adam Bakri e Leen Lubany, con cui ha ottenuto un‘altra nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero. Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2013, dove ha vinto il Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard

     

    LA STORIA VERA DI MOHAMMED ASSAF

     

    L’incredibile storia vera di Mohammed Assaf sfida ogni convinzione.

    Il rifugiato palestinese di Gaza, ventiduenne, ha conquistato i cuori di un’intera regione quando ha vinto Arab Idol (la versione araba di American Idol), nel 2013. Per una notte Mohammed è diventato un simbolo di pace e possibilità.

    Cresciuto nella prigione urbana di Gaza, per pagarsi gli studi universitari ha cantato ai matrimoni e guidato un taxi. Durante l’occupazione e l’assedio ha perso i suoi amici e i suoi cari. Ciò nonostante, non ha mai perso la speranza, e questo è quello che fatto la differenza.

    Contro ogni probabilità riesce a scappare da Gaza, e cerca di raggiungere il Cairo per le audizioni di The Idol. In realtà arriva in ritardo, e senza il numero di prenotazione necessario per presentarsi, rischiando così di non riuscire ad iscriversi. Ma Mohammed non accetta una risposta negativa, così sorpassa la sicurezza e riesce a entrare all’interno della hall dell’Hotel. Quando inizia a cantare, la sua performance commuove tutta la sala d’attesa e in particolare un altro giovane artista palestinese, che gli cede il proprio numero dandogli così la possibilità di esibirsi. Il resto è storia.

    La finale dello show è stata uno degli eventi TV più visti nella storia araba; 10 milioni di persone nell’intera regione. Mohammed con la sua voce aiutava un popolo a dimenticare i propri problemi e a sorridere nuovamente.

    La storia di Mohammed Assaf è una storia senza precedenti, un’opportunità di dare un volto nuovo a un popolo che è stato sempre emarginato e discriminato.

    In un mondo di guerre civili, rivoluzioni, lotte ed estremismo, il viaggio di Mohammed, da umile cantante nei matrimoni a Gaza a giovane star di successo, ha regalato ai telespettatori, a ogni puntata, il sorriso e la forza di dimenticare la guerra per un momento.

    Mohammed Assaf rappresenta il simbolo che i sogni possono trasformarsi in realtà, dove l’impossibile diventa possibile.

     

     

    Israele e Palestina: i tentativi di normalizzazione

    Ricerca a cura di L.D.F.

     

    La fine delle guerre arabo-israeliane avviò un timido e incerto progresso di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e alcuni dei paesi limitrofi, spesso vanificato da irrigidimenti e da nuove crisi. Nel novembre del 1977 il presidente egiziano Anwar al-Sādāt si reca in visita a Gerusalemme, avviando di fatto il processo di pace tra Egitto e Israele.

    Nel 1978 l'invasione del sud del Libano da parte dell'esercito israeliano indusse l'ONU a creare una zona cuscinetto, tra i due paesi, presidiata dai "caschi blu".

    Nel 1979, dopo lunghe trattative facilitate dagli Accordi di Camp David (settembre 1978), Israele ed Egitto firmano un trattato di pace (il primo tra Israele e uno stato Arabo) che comporta la restituzione all'Egitto della penisola del Sinai e il riconoscimento dello stato di Israele. La reazione della Lega araba fu di isolare l'Egitto e di proclamare il Fronte del rifiuto.

    Nel 1980, Israele dichiarò Gerusalemme unificata come unica capitale dello Stato ebraico per poi annettersi l'anno successivo le alture del Golan siriano già occupate.

    Il 6 ottobre 1981 il presidente egiziano Anwar al-Sādāt (Premio Nobel per la Pace con Menachem Begin) viene assassinato, durante una parata militare, da estremisti arabi membri dell'Organizzazione Jihād islamica egiziana di Shukrī Muṣṭafā, un fuoruscito del movimento dei Fratelli Musulmani, da lui ritenuti troppo "moderati".

    Nel 1982, Israele avviò l'operazione "Pace in Galilea", che prevedeva la creazione di una zona priva di insediamenti palestinesi attorno ai confini settentrionali israeliani, con l'obiettivo della distruzione definitiva dell'OLP.

    Nell'ambito di tale operazione Israele invase il Libano spingendosi fino a Beirut, costringendo l'OLP a trasferire la propria sede in Tunisia. Nel quadro di questa azione militare si ebbero i massacri dei campi profughi beirutini di Sabra e Shatila, perpetrati dal maronita Elie Hobeika e dalle forze filo-israeliane del cosiddetto Esercito del Sud-Libano (cristiano). L'inerzia delle forze israeliane che erano responsabili della sicurezza di quelle aree e che erano a conoscenza di quanto stava avvenendo nei campi profughi (in cui si contarono da 800 a 2.000 civili trucidati) provocò una severa inchiesta da parte della Corte Suprema in Israele. Essa si concluse con le dimissioni forzate di Ariel Sharon dalla carica di Ministro della Guerra e col dimissionamento del Capo di Stato Maggiore israeliano e del responsabile militare israeliano delle operazioni in Libano.

    Nel frattempo l'ONU, che accusava Israele di violare i diritti umani nei confronti dei Palestinesi, formò una commissione di indagine perché vigilasse sul problema dei mezzi coercitivi messi in atto nei confronti degli Arabi affinché abbandonassero le loro terre, come pure sulle disposizioni israeliane in materia di gestione delle risorse idriche dell'intera area a settentrione dello Stato ebraico e sulla distruzione di abitazioni arabe da parte dell'esercito israeliano.

    Nel novembre del 1984, il re saudita Fahd lanciò, con la conferenza di Fez, un'ipotesi aperturista di negoziato, chiedendo all'Occidente di fare appello a Simon Peres mentre Riad avrebbe lavorato per convincere Arafat ad una Confederazione giordano-palestinese: "un obiettivo decisivo che venne fallito nel febbraio dell'anno dopo, nel 1985, ad Amman, per le mancate, modeste concessioni che venivano richieste a Simon Peres, allora Primo Ministro di Israele, per costruire una delegazione giordano-palestinese che non facesse perdere la faccia ad Arafat".

    Per lungo tempo l'OLP rifiutò di assumere come base per il dialogo la risoluzione 242 dell'ONU (che prevedeva il ritorno ai confini di prima della "guerra dei sei giorni", legittimando così le conquiste territoriali israeliane del 1948-1949), finché nel 1988 la sua linea si ammorbidì consentendo l'avvio di un cauto e non sempre coerente avvicinamento fra le opposte posizioni.

    Nel frattempo, nel 1987, era cominciato un moto popolare di sollevazione chiamato Intifada (in arabo "brivido, scossa"), che tentava di combattere l'occupazione israeliana dei Territori Occupati per mezzo di scioperi e disobbedienza civile, oltre a ricorrere a strumenti di lotta volutamente primitivi quali il lancio di pietre contro l'esercito invasore, suscitando così grande impressione nel mondo occidentale.

    Sempre in questo periodo, però, gruppi estremistici di matrice islamica tradizionalista che non si riconoscevano nell'OLP si organizzarono trovando come punto di riferimento il movimento Hamas (nato a Gaza nel 1987) che, pur limitando la sua azione al quadro strettamente palestinese, con l'impiego di tecniche di lotta terroristica, decisamente alternativa rispetto a quella più diplomatica dell'OLP, è riuscito a erodere parte del consenso fin lì goduto dalla "laica" OLP.

    Nel 1993, ci fu a Washington un importante vertice di pace tra lo Stato Israeliano e l'OLP, riconosciuta finalmente come unica rappresentante del popolo palestinese, mediato dallo stesso presidente USA Bill Clinton. In esso si giunse a un accordo in base al quale Israele si sarebbe ritirata dalla striscia di Gaza entro il 1994, lasciando quei territori sotto la guida palestinese. I termini dell'accordo si rivelarono in ultima analisi molto ambigui, tanto che gli scontri ben presto ripresero.

    Nel 1995, il premier israeliano Yitzhak Rabin, laburista, premio Nobel con Arafat e Shimon Peres per aver sottoscritto gli storici Accordi di Oslo con l'OLP, venne ucciso da Yigal Amir, esponente dell'estrema destra religiosa israeliana.

    Questo provocò grande impressione nell'opinione pubblica israeliana, tanto da spingere il nuovo premier del Likud, Benjamin Netanyahu, a stringere un nuovo accordo con l'OLP, che prevedeva l'apertura di un aeroporto a Gaza e la liberazione di vari prigionieri politici palestinesi, sempre grazie alla mediazione del presidente USA Bill Clinton. Tuttavia le tensioni tra le parti non finirono.

    La prosecuzione della politica di creazione di nuovi insediamenti agricoli israeliani nei Territori Occupati non si arrestò e a nulla servì che gli Israeliani, spaventati dagli attacchi terroristici arabi, facessero vincere il partito laburista del MAPAM di Ehud Barak.

    Questi infatti, in un nuovo vertice per la pace a Washington, non riuscì a convincere con le sue proposte il suo antagonista Arafat sui termini della pace e le trattative conobbero così un cocente fallimento.

    Nell'ultimo periodo, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei ha ulteriormente acuito la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli Israeliani e questo sentimento ha trovato una facile sponda nell'amministrazione statunitense, tradizionalmente predisposta a condividere le tesi israeliane.

    La morte del leader dell'OLP Arafat (primavera 2004) e l'elezione del suo successore Mahmūd ‘Abbās (Abū Māzen) hanno portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, di attentati terroristici palestinesi e di "uccisioni mirate" e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Ariel Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata in novembre all'Autorità Nazionale Palestinese, sui cui valichi è stata chiamata a vigilare una forza di polizia della Comunità Europea.

    Il 16 luglio 2007 il presidente statunitense George W. Bush annuncia l'intenzione di convocare una conferenza internazionale a sostegno della soluzione a due stati del conflitto. La conferenza si tenne ad Annapolis il 27 novembre 2007, preceduta da intensi negoziati condotti dal segretario di stato Condoleezza Rice. Intervennero 49 delegati, compresi i rappresentanti delle nazioni del G8 e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parteciparono molti membri della Lega araba (Algeria, Bahrein, Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Qatar, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tunisia e Yemen). Parteciparono anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il rappresentante ufficiale del Quartetto Tony Blair, oltre allo stesso Bush. Le delegazioni israeliane e palestinese erano guidate dal premier israeliano Olmert e dal leader dell'OLP Mahmūd ‘Abbās. Al termine il presidente Bush lesse una dichiarazione congiunta di Israele e OLP, le quali concordavano sull'intenzione di compiere ogni sforzo per raggiungere un accordo entro la fine del 2008 e di mettere in pratica gli impegni assunti con la roadmap del 2003 in direzione di una soluzione che prevedeva la costituzione di due stati.

    Nel 2013, Israele prosegue la politica degli insediamenti civili, da sempre fonte di tensioni con la popolazione araba. Viene dato il via libera alla costruzione di 90 nuovi insediamenti vicino a Ramallah. 

    L'estate del 2014 segna un acuirsi del conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Il 12 giugno di quest'anno tre ragazzi israeliani, Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, che facevano l'autostop nei pressi di Hebron, vengono rapiti e ritrovati morti il successivo 30 giugno a poca distanza dal luogo del rapimento. Il governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu accusa subito i militanti di Hamas di aver eseguito il rapimento e l'uccisione. Dal canto suo, uno dei leader di Hamas, Khaled Meshaal, intervistato da Al Jazeera, pur dichiarando di non sapere a chi attribuire l'azione, si "congratula", mettendola in relazione con la situazione dei prigionieri palestinesi. Il 21 agosto successivo arriverà la prima rivendicazione formale dell'uccisione dei tre ragazzi da parte di un altro leader di Hamas, Salah Arouri. L'8 luglio, Israele dà inizio all'operazione Protective Edge, con l'obiettivo di arrestare i lanci di razzi da parte di Hamas e di distruggere i tunnel utilizzati dai combattenti palestinesi per raggiungere i kibbutz israeliani nella Striscia di Gaza. L'operazione Protective Edge andrà avanti per i mesi di luglio e agosto sinché, il 26 agosto 2014, il capo negoziatore di Hamas al Cairo, Moussa Abu Marzouk, annuncia il raggiungimento di una tregua duratura con Israele. Anche Abu Mazen, presidente dell'ANP conferma il raggiungimento dell'accordo di tregua al Cairo. L'annuncio della tregua arriva dopo 51 giorni di guerra che hanno causato 2.136 morti tra i palestinesi (la gran parte civili, compresi quasi 500 bambini) e 69 tra gli israeliani (di cui 64 militari) e oltre 11.000 feriti. 

    Il 31 dicembre 2014 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto la risoluzione, presentata formalmente dalla Giordania, che chiedeva entro il 2017 la fine dell'occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele, con una ripresa dei negoziati che avrebbero dovuto portare a un accordo sulla soluzione dei due stati con i confini del 1967 e capitale Gerusalemme est. Hanno votato a favore Russia, Cina, Francia, Argentina, Ciad, Cile, Giordania e Lussemburgo, contro Stati Uniti e Australia, astenuti Regno Unito, Lituania, Nigeria, Repubblica di Corea e Ruanda.

    Non ci fu alcun risultato alla proposta della Giordana e la Palestina continuò a essere divisa tra la parte del territorio, riconosciuta come stato dagli altri paesi, con a capo Abu Mazen e la striscia di Gaza governata da Hamas un gruppo considerato terrorista non solo da Israele ma da molti altri Stati sia di religione musulmana che cristiana.

    Nel luglio del 2014 tra Israele e Hamas scoppiò un altro conflitto a causa degli omicidi di tre giovani israeliani avvenuto il 10 giugno dello stesso anno.

    Anche se i membri dell'organizzazione hanno agito indipendentemente, i vertici hanno pubblicamente elogiato il triplice assassinio. È iniziata così un'escalation di violenze, da una parte e dall'altra, che è costata la vita - al 22 luglio - a 605 palestinesi (circa il 70% sono civili) e 27 militari israeliani. L'obiettivo dell'operazione, via terra, di Tel Aviv è la chiusura dei tunnel che consentono ai membri di Hamas di entrare e uscire da Gaza e rifornirsi, tra le altre cose, di armi.

    La dedizione di Hamas al terrorismo e quella di Israele alla distruzione, imprigiona Gaza in un conflitto che si ripercuote innanzitutto sui civili palestinesi. Sia in termini di morti, sia in termini di condizioni di vita, con l'embargo che strangola l'economia della Striscia e crea terreno fertile per gli estremisti.

    Molti palestinesi scelgono la linea dura. Diversa la situazione nella Palestina dell’est dove esiste uno Stato, riconosciuto dall’ONU e guidato da Abu Mazen in cui i leaders sono più inclini alla negoziazione e al compromesso.

    Una politica che ha portato a uno stato di occupazione continua e che spiega come tanti palestinesi possano considerare preferibile la strada della «resistenza» in atto a Gaza.

    Per porre termine al conflitto le strade possibili sono tre, di cui una sola è pacifica, benché estremamente difficile da perseguire.

     

    La soluzione dello Stato unico prevede la cancellazione dei confini interni e la creazione di un Paese pluralista in cui convivano israeliani e palestinesi. Un'ipotesi complicata, innanzitutto per una questione demografica: la popolazione araba sarebbe nettamente superiore, in termini numerici, a quella ebraica e, visti i trascorsi storici, farebbe di tutto per affermare la propria identità.

    Gli israeliani da parte loro non accetterebbero mai di essere messi in minoranza e perdere quanto ottenuto, giustamente o meno, negli ultimi decenni.

    La seconda 'soluzione', sostenuta dalle fazioni più estremiste (tra cui Hamas e le frange di destra dei coloni israeliani), sarebbe la distruzione di una delle due parti in causa. 

    La terza, l'unica in grado di garantire la pace, consiste nella creazione di due Stati: uno palestinese e uno israeliano, ma le tensioni che caratterizzano il conflitto rendono un accordo estremamente complicato.

    Quattro sono i fattori che rendono così difficile arrivare alla soluzione dei due Stati. 

    In primis, Gerusalemme: entrambe le parti considerano la città la loro capitale. E la disposizione stessa dei luoghi sacri, ebraici e musulmani, fanno sì che una divisione della cosiddetta Old City scontenterebbe sia israeliani sia palestinesi.

    C'è poi da considerare la questione della West Bank, sui cui confini non esiste un accordo preciso. Potrebbero essere utilizzati quelli definiti in occasione dell'armistizio del 1948, ma la presenza delle colonie israeliane (in espansione continua) all'interno del territorio complica la faccenda. 

    Tel Aviv teme una Palestina indipendente. Capitolo rifugiati: come detto, attualmente, sono 7 milioni circa. La Palestina chiede che sia concesso loro di tornare nella terra che fu dei padri, nell'attuale Israele, e godere di pieni diritti. Tel Aviv si oppone perché, nel caso in cui questo accadesse, la popolazione ebraica sarebbe in netta minoranza.

    Ultimo, ma non per importanza, il tema della sicurezza. La Palestina altro non chiede che la costituzione di uno Stato sovrano, mentre per la controparte, le cose sono un po' più complesse.

    Israele teme che una Palestina indipendente possa trasformarsi in un Paese ostile e allearsi con i vicini arabi del Medio Oriente. A preoccupare Tel Aviv è anche il potere che Hamas potrebbe conquistare nella West Bank, sulla scia di quanto fatto a Gaza. 

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Simona Montisci

     

    1) The Idol è ambientato, in gran parte, a Gaza, regione costiera rivendicata dai Palestinesi come parte dello Stato di Palestina, formalmente riconosciuto dall’Onu, per quanto considerato territorio occupato da Israele che ne opera di fatto un blocco su tutte le sue frontiere, oltre a controllarne lo spazio aereo, le acque territoriali, l'accesso off-shore marittimo, l'anagrafe della popolazione, l'ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale. Perché l’ONU ha riconosciuto una parte della Palestina come Stato anche se è sotto il completo controllo di Israele?

    2) Il film si ispira e narra la storia vera di Mohammed Assaf, un ragazzo palestinese che, da un campo profughi della striscia di Gaza, arriva al talent show più famoso di tutto il mondo arabo, ArabIdol, vincendone l’edizione del 2013 grazie alla sua meravigliosa voce. Perché pensate che il regista palestinese Hany Abu-Assad abbia scelto di narrare proprio questa vicenda?

    3) La storia si sviluppa in tre fasi diverse della vita di Mohammed: l’infanzia a tratti felice a Gaza, la gioventù frustrata e l’esperienza della partecipazione al talent Arab Idol. Quali sono, secondo voi, gli eventi più importanti che determinano anche le cesure narrative del film?

    4) In che modo si percepisce, nel film, quanto e come l’infanzia di Mohammed, di sua sorella Nour e dei loro amici sia influenzata dal fatto di vivere in un territorio conteso, al centro del conflitto israelo-palestinese?

    5) È in qualche modo possibile vivere un’infanzia normale, fatta di giochi, sogni e scherzi anche in un ambiente così povero e difficile? E la scarsità di mezzi è un ostacolo che si può superare con la volontà e l’inventiva?

    6) Spesso, affrontare grandi difficoltà insieme, cementa e rende più forte il legame tra fratelli/sorelle e amici/amiche. Cosa pensate renda così speciale il rapporto tra Mohammed e Nour?

    7) Quando Nour è all’ospedale e ha saputo di essere gravemente malata, respinge in modo anche un po’ brusco la dichiarazione d’affetto di un suo amico: lo fa solo ed esclusivamente perché lui non le piace, non vuole essere compatita oppure sa che è meglio che egli non si affezioni troppo a lei?

    8) Nel momento in cui ritroviamo Mohammed cresciuto e diventato adulto, la situazione a Gaza è peggiorata: quali immagini sceglie il regista per farcelo capire senza dover raccontarci cosa è cambiato in quel lasso di tempo nei territori occupati?

    9) Il viaggio di Mohammed a Il Cairo è molto rischioso, come quello che numerosi italiani un tempo affrontavano per trovare una vita migliore e che migliaia di profughi affrontano oggi per sfuggire dai luoghi di conflitto: quali sono le analogie e quali le differenze?

    10) La selezione di Mohammed ad ArabIdol è dovuta tanto al talento quanto a una serie di circostanze favorevoli, oppure è possibile sfruttare certe situazioni favorevoli solo se si ha davvero talento e lo si è esercitato?

    11) Durante la partecipazione al talent in Egitto, a un certo punto, Mohammed ha una crisi: quali pensate possano essere le motivazioni più profonde del suo stato?

    12) Nel momento di maggiore difficoltà, Mohammed telefona a casa: quanto è importante, anche e soprattutto in quegli attimi di vita, poter contare sull’aiuto delle persone care?

    13) Nel finale, al volto dell’attore che interpreta Mohammed si sovrappone il volto del vero Mohammed Assaf e sono inserite numerose immagini che documentano le reazioni delle piazze in Palestina alla sua vittoria ad ArabIdol: trovate convincente questa scelta registica e quali ne possono essere le motivazioni?

    14) Uno dei messaggi di The Idol è che il canto può attraversare e superare i confini: la musica e le canzoni presenti nel film emozionano, per quanto non se ne capisca la lingua, e aiutano a provare empatia con il protagonista e la sua sorte. Siete d’accordo? Esprimete la vostra opinione.

    15) “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”. Queste parole di Nelson Mandela si adattano perfettamente alla storia narrata dal film: quanto è vero nella vostra esperienza?

    16) Il regista ha affermato, in un’intervista a proposito di The Idol che “i Palestinesi non possono che essere ottimisti”. In che senso il pessimismo può essere considerato un lusso che chi vive in situazioni di conflitto non si può permettere?

     

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