Il Labirinto del Silenzio In evidenza

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  • Sinossi:

     

    Germania 1958. Ricostruzione, miracolo economico. Johann Radmann (Alexander Fehling) è stato recentemente nominato Pubblico Ministero e, come tutti i novizi, si deve accontentare di occuparsi dei verbali automobilistici. Un giorno, il giornalista Thomas Gnielka (André Szymanski) causa un gran trambusto in tribunale, Radmann lo ascolta con interesse: un amico di Gnielka avrebbe riconosciuto un insegnante, che secondo lui sarebbe un’ex guardia di Auschwitz, ma nessuno è interessato a perseguirlo legalmente. Contro il volere del suo diretto superiore, Radmann inizia ad esaminare il caso, e così cade in una rete di repressione e negazione, ma anche di idealizzazione. In quegli anni, "Auschwitz" era una parola che alcune persone non avevano mai sentito pronunciare, mentre altri volevano solo dimenticarla il più presto possibile. Solamente il Pubblico Ministero Generale, Fritz Bauer (Gert Voss), incoraggia la curiosità di Radmann; lui stesso, da tutta la vita, spera di riportare all’attenzione pubblica i crimini commessi ad Auschwitz, ma gli mancano i mezzi legali per un’azione penale. Quando Johann Radmann e Thomas Gnielka trovano dei documenti che riconducono ai colpevoli, Bauer si rende conto immediatamente di quanto siano esplosivi e affida ufficialmente il caso a Radmann. Il giovane Pubblico Ministero si dedica anima e corpo al suo nuovo incarico ed è deciso a scoprire cosa sia davvero accaduto all’epoca. Interroga testimoni, passa al setaccio gli archivi, raccoglie le prove e si immerge talmente a fondo nel caso da dimenticarsi qualsiasi altra cosa, anche di Marlene Wondrak (Friederike Becht), della quale si è perdutamente innamorato. Radmann supera ogni confine, tralascia gli amici, i colleghi e i suoi alleati, e viene inghiottito in un labirinto di bugie e di sensi di colpa, alla disperata ricerca della verità. Quello che scoprirà alla fine, cambierà il paese per sempre…

     

     

  • Genere: drammatico
  • Regia: Giulio Ricciarelli
  • Titolo Originale: Il labirinto del silenzio
  • Distribuzione: Good Films
  • Produzione: Uli Putz, Sabine Lamby, Jakob Claussen
  • Data di uscita al cinema: 14 gennaio 2016
  • Sceneggiatura: Elisabeth Bartel, Giulio Ricciarelli
  • Direttore della Fotografia: Martin Langer, Roman Osin
  • Montaggio: Friedrich M. Dosch
  • Scenografia: Manfred Döring
  • Costumi: Aenne Plaumann
  • Attori: Johann Radmann, Thomas Gnielka, Marlene Wondrak
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    IL LABIRINTO DEL SILENZIO racconta la storia di un giovane pubblico ministero che decide di mettersi alla ricerca della verità alla fine degli anni ‘50. Combattendo contro ogni ostacolo immaginabile, supera i suoi limiti e quelli di un sistema, dove è più facile dimenticare che ricordare. 

    Sullo sfondo di eventi realmente accaduti, IL LABIRINTO DEL SILENZIO getta uno sguardo molto personale e particolare sullo stile di vita degli anni del "miracolo economico", l’era delle sottogonne e del rock'n'roll, in cui le persone volevano solo dimenticare il passato e guardare avanti. Il film racconta in maniera emozionante un capitolo poco noto di quegli anni, che fondamentalmente hanno cambiato il modo in cui la Germania guardava al suo passato. Un’emozionante storia di coraggio, responsabilità e di lotta per la giustizia.

    Diretto da Giulio Ricciarelli, Alexander Fehling è abbagliante nel ruolo del giovane pubblico ministero Johann Radmann. Assieme a Fehling, nel film recita un grande cast di giovani attori famosi, tra di loro André Szymanski nel ruolo del giornalista Thomas Gnielka, Friederike Becht in quello della ragazza di Radmann, Marlene Wondrak, Johannes Krisch nella parte di Simon Kirsch, Hansi Jochmann in quella della segretaria dell’ufficio del pubblico ministero, Erika Schmitt, Johann von Bülow nel ruolo del collega di Radmann, Otto Haller, Robert Hunger-Bühler nella parte del Pubblico Ministero Capo, Walter Friedberg, Lukas Miko in quella di Hermann Langbein; e la leggenda del teatro Gert Voss nella parte del Pubblico Ministero Generale: la forza trainante dietro ai processi di Auschwitz. 

     

    IL LABIRINTO DEL SILENZIO è una produzione Claussen+Wöbke+Putz Filmproduktion, Uli Putz e Jakob Claussen, naked eye filmproduction, Sabine Lamby. La produzione del film è stata possibile grazie al sostegno di HessenInvestFilm, FilmFernsehFonds Bayern  (FFF), Filmförderungsanstalt (FFA) e Deutscher Filmförderfonds (DFFF). 

     

    NOTE DI PRODUZIONE

    "Alcune persone in Germania ritengono ancora che un film serio non dovrebbe intrattenere gli spettatori" racconta il produttore Uli Putz. "Eppure è precisamente questo che vogliamo fare con IL LABIRINTO DEL SILENZIO." Il film narra la storia di alcuni uomini e donne che, nonostante una massiccia opposizione sociale e politica, si sono impegnati alla fine degli anni ’50 affinché la  Germania smettesse di scappare dal suo passato, che all’epoca non era poi così lontano. Queste donne e questi uomini volevano che la Germania fosse il primo paese al mondo a portare i suoi criminali di guerra davanti alla corte di un tribunale. "Diversamente dai processi di Norimberga, i processi di Auschwitz sono ancora oggi ignoti alla maggioranza delle persone," afferma il produttore Jakob Claussen. "In un certo senso, consideriamo il nostro film come un mezzo per evitare che restino sconosciuti; tuttavia, questo tema non è presentato nello stile di una semplice, educata, lezione di storia illustrata, ma come l’emozionante e divertente impresa di un eroe. All’epoca, furono necessari oltre cinque anni dai primi procedimenti preliminari all’apertura del processo di Auschwitz vero e proprio. La genesi di questo film ha impiegato più o meno lo stesso lasso di tempo. L’idea alla base della storia è opera della sceneggiatrice Elisabeth Bartel. 

    La Bartel aveva letto la vicenda su un giornale e ne parlò con la produttrice Sabine Lamby. Lei, a sua volta, riconobbe immediatamente il potenziale della storia, che non era mai stata raccontata attraverso una versione cinematografica prima di allora. Le due iniziarono a sviluppare la storia e poi si rivolsero a Giulio Ricciarelli (socio di Lamby presso la ‘naked eye film production’) chiedendogli di aiutarle a scrivere la sceneggiatura. Nel corso di questa fase, Ricciarelli sviluppò una grande fascinazione nei confronti di questo argomento, tanto che alla fine si rese conto che voleva diventasse un suntuoso film storico, e allora capì che era necessario trovare un altro produttore di lunga esperienza per ottenere dei risultati ottimali. Perciò, nel 2011, Sabine Lamby si rivolse alla Claussen+Wöbke+Putz Filmproduktion, dove trovò una calda accoglienza: "Lessi la sceneggiatura e ne rimasi davvero colpita," ricorda Uli Putz". Compresi subito che voleva raccontare questa storia così affascinante assieme a noi." Perciò iniziò una fase di circa due anni di sviluppo meticoloso della sceneggiatura. All’inizio di questa fase, i partecipanti avevano acconsentito affinché Ricciarelli fosse il regista. “I suoi pluripremiati cortometraggi confermavano il suo modo di pensare visivo, quanto fosse bravo a dirigere gli attori e l’azione," spiega Putz. "Nel corso dello sviluppo della sceneggiatura, emerse subito che aveva anche una conoscenza dei suoi personaggi." Claussen aggiunge: "Nelle nostre intense conversazioni, durante la fase di sviluppo, notammo che Giulio è molto concentrato, ascolta attentamente e sa esattamente cosa vuole." Ovviamente un debutto alla regia richiede sempre una porzione extra di fiducia da parte dei produttori, dice Putz: "Non puoi essere sicuro di quello che otterrai. Ma questo può portare anche a qualcosa di molto speciale. Nel nostro caso, le nostre speranze si sono pienamente realizzate." Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli decisero di raccontare una storia  fittizia, sebbene incastonata sullo sfondo di eventi realmente accaduti e con l’inclusione di persone realmente esistenti. "Mentre il Pubblico Ministero Generale Fritz Bauer e il giornalista Thomas Gnielka esistono davvero, il protagonista, il giovane Pubblico Ministero Johann, era un personaggio inventato, un concentrato dei tre pubblici ministeri che condussero veramente le indagini all’epoca," spiega Uli Putz. "La sfida più grande nello sviluppo della sceneggiatura era bilanciare al meglio gli elementi individuali: da un lato, volevamo conservare i fatti decisivi, e dall’altro aggiungere una componente emozionale all’azione." Inoltre, puntualizza Putz, c’era la necessità di inserire informazioni quanto più casualmente possibile sui tempi in cui la storia ha luogo. Ad esempio, il fatto che molti soldati non fossero ancora tornati dalla loro prigionia. 

    I produttori insistono che il film non dovrebbe essere interpretato in alcun modo come dogmatico o moralistico. "Ovviamente, sosteniamo senza alcun dubbio l’idea che sia stato giusto e importante per il nostro paese affrontare il passato," sottolinea Putz. Ma volevamo anche mostrare il lato opposto della medaglia. Ad esempio, nella persona del Pubblico Ministero Capo Walter Friedberg, interpretato da Robert HungerBühler, il quale pone una domanda molto legittima: "E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?" Il protagonista di questo film è un ottimo esempio della complessità della situazione a quell’epoca, sottolinea Claussen: "All’inizio, Herr Friedberg non ci piace molto, ma poi scopriamo che, proprio lui di tutte le persone, non era nel Partito Nazista. 

    Allo scopo di descrivere gli eventi storici quanto più fedelmente possibile, gli sceneggiatori hanno cercato sin dall’inizio un aiuto esperto: infatti, durante la fase di ricerche, Elisabeth Bartel ha contattato lo storico Werner Renz del Fritz Bauer Institute. "Nella primavera del 2010, la Bartel mi presentò il progetto per la prima volta," racconta Renz. Negli anni successivi, ho letto le varie versioni della sceneggiatura”. Gli autori avevano raccontato la storia dei processi di Auschwitz attenendosi il più possibile ai fatti essenziali della vicenda: "Secondo il mio punto di vista, la sceneggiatura è molto autentica. Non esagera né distorce niente, e racconta correttamente l’inchiesta giuridica." 

    Il protagonista, l’attore Alexander Fehling, si è unito al cast sin dall’inizio. Putz e Claussen lo conoscevano già, poiché avevano collaborato assieme a lui nel film di Frieder Wittich, dal titolo 13 Semester. I produttori hanno messo assieme un grande cast, che però per gran parte è ancora sconosciuto al grande pubblico. Tra di loro Gert Voss, una vera e propria leggenda nel campo del teatro. “Aveva una gran fame di un ruolo cinematografico”, nota Claussen. Mentre si preparava per il ruolo, Alexander Fehling ha avuto l’opportunità di incontrare un vero e proprio modello per il suo personaggio del film: Gerhard Wiese, uno dei pubblici ministeri che avevano lavorato durante il primo processo di Auschwitz negli anni ‘50. "Vive nel quartiere dei poeti a Francoforte ed era vicino di casa di Reich-Ranicki," racconta Claussen. "Abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo un paio di volte, e nel corso di una cena assieme Alexander ha fatto chiarezza su alcune questioni molto profane, come: I giovani pubblici ministeri si davano del tu o del voi quando si parlavano? Indossavano cappelli? Come si comportavano alla presenza di Fritz Bauer?" L’ex pubblico ministero Gerhard Wiese venne sul set un giorno per farsi un’idea della produzione. "Stavamo girando la scena in cui tutti i pubblici ministeri si incontrano alla riunione settimanale," spiega Claussen. "Giulio Ricciarelli accompagnò Wiese nella stanza e lo presentò agli attori. Tutti si alzarono spontaneamente e lo applaudirono. E’ stato incredibilmente emozionante vedere come questo signore anziano di oltre 80 anni abbia avuto finalmente l’occasione di provare un tale apprezzamento. Per me, è stato il momento più emozionante delle riprese." 

    Il film offre molto materiale che stimolerà discussioni, sostiene Claussen: "A quei tempi, quando era necessario stabilire la necessità del processo di Auschwitz, Il Pubblico Ministero Generale Fritz Bauer pronunciò questa frase provocatoria: "Nessuno ha il diritto di essere obbediente." Quello che intendeva dire era che non dovrebbe essere permesso a nessuno di dire, dopo i fatti, che stava solo eseguendo gli ordini. Tutti hanno il dovere di dire No quando vengono richieste cose così disumane, come è avvenuto sotto il nazismo." Il tema della responsabilità personale è ancor valido oggi, come dice Putz: "Fino a dove ci si può spingere per obbedire agli ordini? Questo ti libera dal dovere di ascoltare la tua coscienza? Fino a che punto devi assumerti le responsabilità delle tue azioni? Sono domande che continuiamo a porci." Tuttavia, il nostro obbiettivo non è giudicare le generazioni passate, come nota Claussen: "Un certo grado di umiltà ci viene richiesto oggi. Non sarebbe giusto biasimare i nostri padri e nonni dalla comodità dei nostri appartamenti. Piuttosto, abbiamo il compito di assicurare che una cosa come  Auschwitz non accada mai più. E’ questa la posizione che prende il nostro film." Ed è per questo che il film è così attuale, spiega Claussen: "In tutto il mondo i sistemi stanno collassando; pensate all’Egitto o alla Siria." Uli Putz precisa che il periodo storico in cui la storia ha luogo è stato raramente affrontato dal mezzo filmico, fino ad ora: "Attraverso il nostro film, il pubblico giovane potrà avere un’idea di un periodo storico che probabilmente non conosce bene. Inoltre, la pellicola contiene anche molti stimoli che ci aiutano a riflettere sui suoi contenuti e a esplorare questa sfera. Il produttore spera che questo tema ispiri diverse generazioni a vedere il film assieme: "Credo che questa storia contenga molte tematiche su cui discutere a livello familiare. E sarei onorato se il nostro film riuscisse a rendere genitori e nonni consapevoli dell’importanza del trasmettere la loro conoscenza di quel periodo alle giovani generazioni, prima che sia troppo tardi." "La nostra intenzione era fare un film che affrontasse un tema importante, offrisse informazioni ed espandesse l’orizzonte del pubblico, ma senza tralasciare il fattore dell’intrattenimento," sottolinea Uli Putz concludendo. "Certo, IL LABIRINTO DEL SILENZIO è tutt’altro che un film superficiale e vuoto. Eppure, resta senza alcun dubbio un film di intrattenimento," dichiara Jakob Claussen. 

     

    NOTA DEL REGISTA di Giulio Ricciarelli

    Una storia di coraggio personale, di lotta per ciò che si ritiene giusto, e una storia di redenzione. Germania, 1958. Un’atmosfera di ottimismo esasperato e negazione, un paese che si sta ricostruendo. Eppure le ombre dei suoi crimini di Guerra incombono, dietro a ogni angolo. Ritengo che sia il tema a dettare le scelte estetiche. Il lavoro della mdp è classico: inquadrature composte che calibrano quello che vediamo e quello che è lasciato all’immaginazione. Spazio e tempo sono ideati per una recitazione forte, per emozioni che spingono avanti la storia. Montaggio calmo, ritmico e preciso. Voglio che il pubblico si immerga solo nella storia, nella complessa narrazione, resa più facile da una colonna sonora intensa, minimalista. Nessun elemento dovrebbe attirare l’attenzione distogliendola dalla storia. Fidatevi della storia; una storia per i nostri tempi. Viviamo nell’epoca del self-publishing, in cui tredicenni si fanno da soli da PR, mentre come individui sentiamo di non aver alcuna influenza su un mondo così globalizzato, interconnesso e complesso. In quest’epoca, questa storia ci ricorda che sono sempre gli individui che portano il cambiamento e che spingono avanti la civiltà. Questa lotta, il dolore e la bellezza di questa battaglia: è questo al centro del film. 

     

    INTERVISTA con Giulio Ricciarelli

    Come hai reagito quando hai saputo qual era il tema del film? 

    Ho pensato che la storia fosse incredibile. Non riuscivo a credere che molti tedeschi alla fine degli anni ‘50 non avessero mai sentito parlare di Auschwitz. E’ stato solo nel corso delle mie ricerche che sono arrivato alla conclusione che era davvero così. Da ragazzo, ho sempre avuto l’impressione che il periodo nazista fosse stato ampliamente studiato e trattato in Germania, dopo il 1945, attraverso le lezioni di storia, e una gran varietà di pellicole e di visite ai campi di concentramento. Ma la verità è questa: dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, per molti anni, si è tralasciato di parlarne in modo esauriente; piuttosto, c’è stato un tentativo di far calare il silenzio su un passato oscuro. Era un capitolo di cui semplicemente non si parlava. Né si parlava dei colpevoli, o delle vittime. Ovviamente c’erano delle persone che sapevano di Auschwitz, ma la maggior parte dei tedeschi ne ignorava l’esistenza. L’argomento avrebbe continuato a essere occultato se quattro coraggiose persone – un Pubblico Ministero Generale e tre giovani pubblici ministeri – non avessero superato molti ostacoli, dando il via libera al Processo di Francoforte. Quattro eroi che hanno cambiato la Germania per sempre. 

     

    Come definiresti il tuo protagonista, il giovane pubblico ministero Johann Radmann? 

    Johann è un procuratore molto ‘tedesco’, sicuro di sé, piuttosto tradizionalista, con un’educazione umanistica e dei valori morali precisi. Il suo tallone di Achille è una visione del mondo rigidamente bianca e nera. All’inizio crede di sapere cosa sia giusto e sbagliato. Solo durante il corso degli eventi si rende conto che non sta a lui giudicare le altre persone. Può solamente condurre questo processo con umiltà.

    Nel tuo film esprimi anche l’opinione della corrente opposta. 

    Si, questo ha significato molto per noi. Certo, riteniamo che dovremmo assolutamente confrontarci col nostro passato. Ma la posizione opposta può anche argomentare. Il Cancelliere Federale Tedesco Konrad Adenauer aveva impostato una dottrina secondo la quale si doveva fare scendere il silenzio sul passato. Era questa la posizione ufficiale che Fritz Bauer ed i suoi colleghi dovevano abbattere. E la domanda rivolta dal Pubblico Ministero Capo Friedberg a Johann Radmann riduce tutta la questione a un solo punto: "Vuoi che ogni singolo giovane debba chiedersi se suo padre fosse un assassino oppure no?" 

    Fino a che punto hai potuto prendere in prestito le citazioni originali, mentre scrivevi i dialoghi? 

    Molte dichiarazioni di Fritz Bauer erano state conservate, principalmente attraverso il lavoro dell’Istituto Fritz Bauer. Ovviamente, abbiamo anche potuto basarci sulle dichiarazioni dei testimoni durante i processi. E la perfida argomentazione dell’avvocato Lichter che dice che "la selezione" fu un atto di umanità inteso a salvare delle vite umane, ricalca la strategia difensiva di un avvocato nel corso dei Processi di Francoforte. Per quanto riguarda i fatti storici, siamo stati quanto più corretti e precisi possibile. Solamente in relazione alla vita interiore dei personaggi ci siamo permessi delle libertà narrative. Non vogliamo offrire una lezione di storia agli spettatori, ma un’esperienza cinematografica emozionante. E’ per questo che abbiamo cercato continuamente di allentare l’azione attraverso lo humour – non attraverso degli elementi slapstick artificiali, ma con uno humour gentile che sgorga dai personaggi. Credo sia sbagliato dire: "Oh mio dio, è un tema serio, quindi non si dovrebbe ridere!" 

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di L.D.F.

     

    1) Il “Labirinto del silenzio” parte da una considerazione storica: alla fine degli anni ’50 molti tedeschi, prevalentemente delle generazioni postbelliche non sapevano cosa fosse stato Auschwitz e soprattutto cosa fosse successo ad Auschwitz. Sembra strano che i tedeschi non sapessero a meno che non calcoliamo tutti quelli, allora padri e nonni, che, pur sapendo, volevano dimenticare. Ma è possibile ciò? Quando tutti i paesi, soprattutto europei, sapessero e stessero ancora leccandosi le ferite per la ferocia del nazismo tedesco durante la II Guerra Mondiale?

    2) Negli anni 1945-1946 si svolse a Norimberga, il processo contro i cosiddetti criminali nazisti, i capi cioè più vicini a Hitler che eseguivano pedissequamente i suoi ordini. Obbedire a un ordine: questa fu la base della difesa soprattutto dei gerarchi condannati poi a morte per impiccagione tra i quali Goering che si avvelenò la notte prima, Von Ribbentrop, Rosemberg, Seyss-Inquart, Jodl ecc. Un soldato deve ubbidire al suo superiore qualsiasi ordine riceva. Questa regola valeva per i nazisti e non per i tedeschi se il Pubblico Ministero generale Fritz Bauer, nel 1958, affermò: “Nessuno ha il diritto di essere ubbidiente”. Cosa voleva dire? Forse che a nessuno può essere permesso di dire, dopo il fatto doloso compiuto, che stava eseguendo gli ordini?

    3) Dopo il processo di Norimberga, seguirono numerosi altri processi che coinvolsero nazisti, meno importanti per grado, fino a che gli anglo-americani (meno i russi), giunsero alla conclusione che se avessero continuato con i processi, alla fine, sia per chi avesse agito, sia per chi avesse taciuto, tutto il popolo tedesco avrebbe dovuto essere processato. E questo non conveniva agli americani e agli inglesi già ai ferri corti con l’URSS. I processi così terminarono alla fine degli anni ’40 e ai primissimi degli anni ’50 e i tedeschi, da allora, tacquero. Possibile e lo ripetiamo che tanti e tanti giovani di diverse età, dopo di allora, non seppero nulla di Auschwitz, Dachau, Treblinka, Mathausen nomi che gli altri popoli confinanti e non, conoscevano benissimo? Possibile che nessun film di altre cinematografie sull’argomento non fosse mai arrivato nelle sale cinematografiche tedesche? 

    4) Eppure, riferendoci alla domanda precedente, sembra sia stato così se non quando Johann Radmann, giovane Pubblico Ministero, protagonista del film, si trova di fronte alla denuncia di un giornalista, Thomas Gnielka, che gli dice di aver riconosciuto in un insegnante, un ex guardia di Auschwitz e Radmann entra in crisi non conoscendo quel nome, quel luogo e quanto in esso vi fosse successo. Qual è la sua prima reazione quando Gnielka gli dice che a nessuno converrebbe intentare un’azione penale contro questo insegnante perché non interessa ad alcuno? Possibile che nella Germania della fine degli anni ’50 non interessasse a nessuno la sorte giuridica di un responsabile di morti di persone innocenti?

    5) Perché Radmann va dal Pubblico Ministero generale Fritz Bauer a parlargli di quanto gli ha detto Gnielka e, quando ne ha parlato al suo diretto superiore, ha subito una strana reazione da parte di quest’ultimo?

    6) Bauer è interessato alla denuncia riferitagli da Radmann perché egli è tra i pochi che avrebbe voluto agire contro i nazisti, nascosti tra il popolo tedesco ma gli sono mancati i mezzi per intentare un’azione penale. Perché? Mezzi o documentazione?

    7) Bauer affida, comunque, a Radmann il compito di approfondire l’argomento e il giovane pubblico ministero, con Gnielka, comincia le sue ricerche che lo portano a scoprire, in carte impolverate e non toccate da anni da alcuno, verità sconosciute ai più. Qual è la sua prima reazione di fronte alla lettura di quelle pagine?

    8) Con l’aiuto di Bauer e di altri due coraggiosi giovani pubblici ministeri, Radmann riesce a mettere in piedi un processo a Francoforte contro ex nazisti che vivevano una vita normale in una società, come quella tedesca, in cerca di normalità. Radmann, all’inizio del processo, parte convinto di sapere ciò che sia giusto e ciò che sia sbagliato ma, con l’evolversi della situazione processuale, quando comprende come non stia a lui il dover giudicare le azioni di altre persone, tedesche come lui che hanno vissuto in momenti diversi della Storia?

    9) Radmann entra in crisi quando il Pubblico Ministero Walter Friedberg gli fa guardare tutto il processo da un’altra angolazione con una sola frase: “Vuoi che ogni singolo giovane debba chiedersi se suo padre fosse un assassino oppure no?” E allora? Era meglio dimenticare come Konrad Adenauer il Cancelliere federale tedesco dopo la guerra chiese  al suo popolo?

     

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