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Il diritto di contare In evidenza

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  • Sinossi:

     

    Nella storia americana pochi traguardi sono stati tanto celebrati quanto il programma spaziale e i primi viaggi dal valore sempre più idealistico per portare l’uomo in quel cosmo che ha contemplato fin dalla notte dei tempi. Al Presidente Kennedy viene dato il merito di avere galvanizzato il paese spingendo gli americani a sognare in grande; gli astronauti che hanno compiuto i primi rischiosi voli verso l’ignoto sono diventati delle icone; infine, agli scrupolosi ingegneri della NASA addetti al controllo delle missioni è stato reso onore per essere riusciti a lavorare sotto pressione con coraggio e tenacia.

    E tuttavia vi sono altri eroi sconosciuti e non celebrati nella corsa allo spazio. In particolare, un gruppo di donne matematiche, delle vere e proprie pioniere, che hanno aperto nuove strade grazie alle quali si è raggiunta in America una maggiore diversità di genere e uguaglianza in campo scientifico. È a loro che si devono i calcoli matematici che hanno permesso il lancio di John Glenn in orbita intorno alla Terra all’incredibile velocità di oltre 17.000 miglia orarie per compiere tre volte il giro del pianeta.

    Era quella un’epoca in cui le opportunità potevano apparire ingiustamente limitate: ciò era particolarmente vero se eri una donna, se eri di razza afro-americana e, più che mai, se eri una donna afro-americana. Ma queste donne straordinariamente in gamba della NASA sfidarono senza tante cerimonie le limitazioni e i divieti esistenti, ridefinendo completamente l’idea di ciò che era possibile e di chi era fondamentale per la nazione, dimostrando di essere essenziali per il futuro dell’America.

    Per Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson la possibilità di utilizzare la conoscenza, la passione e le competenze che possedevano prese forma di pari passo con il mutamento del tessuto sociale della nazione a seguito della seconda guerra mondiale. Sul fronte del lavoro in fabbrica, le donne iniziavano ad essere chiamate a vestire i panni di Rosie the Riveter (la celebre icona delle donne lavoratrici durante la guerra). La stessa cosa stava accadendo, ancorché con meno clamore, in campo scientifico e matematico. Di fronte a una carenza scoraggiante di scienziati e matematici uomini, e con le nuove leggi che proibivano la discriminazione razziale, le imprese operanti nel settore della difesa e le agenzie federali iniziarono a interessarsi alle donne afroamericane per trovare le competenze di cui avevano bisogno per dare nuovo slancio alla ricerca di base.

    Spiega il regista Theodore Melfi: “Per la NASA, in quel momento storico, i cervelli erano più importanti della razza o del sesso. Queste erano donne intelligenti e preparate che potevano fare tutti i calcoli matematici di cui la NASA aveva bisogno, che ambivano ad avere una possibilità, che

    volevano veramente cambiare le loro vite: chi altri avrebbero potuto scegliere al loro posto?”.

    Il Langley Memorial Research Lab di Hampton (Virginia), gestito dal National Advisory Committee on Aeronautics, o NACA, ente precursore della NASA, era in cerca di menti brillanti con una formazione e un percorso non convenzionali. Aveva bisogno di persone particolarmente dotate che fungessero da “computer umani” – quelle rare persone la cui materia grigia è in grado di compiere mentalmente e in rapida successione calcoli molto complessi – in un’epoca in cui non esistevano i super elaboratori digitali capaci di tracciare con precisione la traiettoria dei razzi e il tracciato per il rientro sulla Terra.

    La posta in gioco era altissima per tutti gli americani. Nel 1958 l’Unione Sovietica aveva lanciato con successo il satellite pionieristico Sputnik, attestandosi in una posizione di vantaggio nella Guerra Fredda sempre più accesa tra i due paesi. Questo evento aveva catapultato la corsa allo spazio al primo posto tra le priorità e le preoccupazioni degli Stati Uniti. Milioni di persone assistevano alla sfida, sperando che l’America riuscisse a battere i russi nei voli orbitali per poi arrivare alla conquista della Luna. In un’epoca in cui era massima la paura di una guerra nucleare con il conseguente annientamento della civiltà, la corsa allo spazio divenne una strada alternativa di competizione senza regole e senza limiti tra URSS e USA. Per entrambi i paesi si trattò di un’opportunità per dimostrare di avere un potenziale maggiore, per ottenere nuovi benefici dal punto di vista sia militare sia della raccolta di informazioni, e per diventare la prima potenza ad estendere la propria sfera d’influenza al di fuori del pianeta. Nel 1960 John F. Kennedy si candidò alla presidenza degli Stati Uniti promuovendo nel suo programma uno stacco deciso nella corsa allo spazio e il raggiungimento di una posizione di netto vantaggio grazie all’ingegnosità americana.

    Come ricorda Katherine G. Johnson a proposito dello Sputnik: “I nostri ingegneri erano arrabbiatissimi perché erano stati i russi ad arrivare per primi. Ma ciò che la maggioranza della gente non sapeva era che noi eravamo pronti, solo a un passo dai nostri avversari”.

    In questo contesto, la NACA divenne NASA e tutti i suoi scienziati e matematici, compresi i “computer umani”, furono trasferiti rapidamente al programma spaziale.

    Nonostante le leggi Jim Crow pregiudicassero l’uguaglianza e la parità di diritti in Virginia, a Langley venne assunto un team interamente femminile di cosiddetti “computer umani”, fra cui un certo numero di insegnanti di matematica afro-americane. Esse rimanevano segregate, mangiavano in locali separati, lavoravano in un reparto isolato denominato West Computing ed erano pagate meno delle colleghe bianche. Ma il loro lavoro eccezionale si distinse fra tutti fino a prevalere su quello degli uomini, al punto che esse divennero indispensabili alla missione più audace mai progettata fino a quel momento: spedire nello spazio John Glenn e fargli compiere un’orbita completa intorno alla Terra.

    Prima ancora che la NASA ne comprendesse la genialità e iniziasse a trarne beneficio, le tre donne erano già incredibilmente speciali:

    • Katherine G. Johnson: nata nel West Virginia, si era da subito dimostrata un fenomeno, iniziando le scuole superiori a 10 anni e laureandosi in Matematica e Francese a 18 anni. Fu una delle prime a frequentare la West Virginia University e fu chiamata a lavorare a Langley nel 1953. Era una madre single con tre figli.

    • Dorothy Vaughan: originaria del Missouri e laureatasi a 19 anni, prima di andare a Langley nel 1943 aveva lavorato come insegnante di matematica. Divenne rapidamente responsabile del gruppo West Computing.

    • Mary Jackson: di Hampton (Virginia), laureata in Fisica e Matematica, entrò a Langley nel 1951 con il ruolo di Ingegnere aerospaziale, specializzata in esperimenti nella galleria del vento e in dati sui velivoli aerospaziali. Si avvalse sempre della sua posizione per aiutare le altre.

    Essendo davvero speciali, queste donne riuscirono nel loro lavoro senza difficoltà. Alla Johnson sembravano normali le sue straordinarie capacità matematiche, perché erano innate. “Già da bambina mi piaceva contare”, ella ricorda. “Contavo i gradini e, siccome a casa ne avevamo tanti, mi sono esercitata molto. Per me contare era un modo per capire meglio le cose e il loro significato”.

    Anche quando giunse alla NASA, la Johnson fu motivata prima di tutto dalla curiosità verso il mondo; non attirò mai l’attenzione su di sé né si sentì mai un’eroina. “Il mio approccio era semplice: se qualcuno mi chiedeva di risolvere un problema, io lo facevo”, ella afferma con tono di ovvietà. “Ma volevo capire sempre meglio l’importanza di ciò che facevamo. Nel caso di un calcolo, volevo sapere a che cosa serviva e perché fosse vitale”.

    Nonostante il suo triplice ruolo di madre single con tre figli da crescere, di donna afroamericana che doveva farsi strada in una società governata dalle leggi Jim Crow e di risorsa di primo piano della NASA, la Johnson non si è mai sentita non all’altezza dei suoi compiti. “Una donna surclassa sempre un uomo nel gestire contemporaneamente più attività, quindi per me non era un problema”, è il suo commento. “E alla NASA lavoravamo tutti per un obiettivo comune, che ne fossimo consapevoli o no”.

    L’autrice del libro e produttore esecutivo Margot Lee Shetterly, il cui padre lavorava alla NASA, è rimasta sbalordita dal fatto che queste donne siano rimaste così a lungo relativamente sconosciute. La Shetterly ha scritto il romanzo Hidden Figures traendo spunto da alcune interviste e da approfondite ricerche d’archivio. Seguendo gli eventi, il libro illustra come le donne della West Computing affrontarono le sfide con grazia e ottimismo, creando collaborazioni e alleanze che fecero guadagnare loro il rispetto dei colleghi, e aiutandosi a vicenda per cambiare le proprie vite man mano che trasformavano per sempre la tecnologia e il paese. L’autrice ha anche fondato lo Human Computer Project, che ha ricevuto due sovvenzioni dalla Virginia Foundation for the Humanities, e la cui missione è la raccolta e archiviazione del lavoro di tutte le donne che hanno contribuito alle fasi iniziali della storia della NASA.

    La Shetterly è stata particolarmente colpita dal modo in cui le donne stesse minimizzassero tutto ciò che affrontavano. “Queste donne erano, in un certo senso, tenute apertamente nascoste.

    Sapevano di avere l’opportunità di svolgere un lavoro che amavano – e tutte erano appassionate di matematica – quindi non cercarono mai di prevalere sui colleghi”, è la sua riflessione.

    Ma adesso è arrivato il momento di dare loro la dovuta attenzione. “In passato siamo stati ciechi riguardo alle donne che hanno contribuito alla scienza e alla tecnologia”, è il commento della Shetterly. “Abbiamo tutti un’idea dell’aspetto di un astronauta o di uno scienziato e, poiché queste donne erano lontane dai modelli prevalenti, spesso gli storici le hanno trascurate”.

    La Shetterly ha così deciso di scrivere un libro per dare alle tre donne della NASA tutto ciò che spettava loro. Un aspetto che l’autrice teneva a far comprendere era la portata di ciò che esse riuscivano a fare semplicemente con la loro capacità intellettiva. “C’è una maggiore capacità di elaborazione dati oggi in un tostapane di quanta ce ne fosse negli anni ‘60”, ella afferma ridendo, “e

    tuttavia siamo riusciti a spedire l’uomo prima nello spazio e poi sulla Luna. Ciò è stato possibile grazie alla naturale capacità di elaborazione dati di cui queste donne erano dotate”.

    La Shetterly è stata particolarmente ispirata dal modo in cui le tre donne sono riuscite a farsi strada tra realtà contrapposte, essendo delle menti di primo livello, da un lato, e donne afro-americane alle prese con i quotidiani pregiudizi delle istituzioni, dall’altro. “Deve essere stato pazzesco essere professionalmente così in gamba, così attratte dai grandi problemi matematici, e poi dover andare nei bagni riservati alle persone di colore. Dopodiché, tornare ad affrontare il lavoro a testa alta, nonostante venisse loro ricordata in continuazione la condizione di cittadine di seconda classe”, è la

    considerazione dell’autrice.

    La vicinanza che si creò tra le tre donne le aiutò a trovare una grande forza, dichiara la Shetterly. “Erano come sorelle, sapevano di doversi sostenere reciprocamente e di doversi spronare a rendere il 150%, perché sarebbero state misurate con un metro differente. Credo sapessero di avere la rara opportunità di aprire la strada ad altre donne di colore in un futuro che sarebbe stato diverso”, conclude la scrittrice.

  • Genere: drammatico storico
  • Regia: Theodore Melfi
  • Titolo Originale: Hidden Figures
  • Distribuzione: 20th Century Fox
  • Produzione: Chernin Entertainment, Fox 2000 Picture
  • Data di uscita al cinema: 8 marzo 2017
  • Durata: 127’
  • Sceneggiatura: Allison Schroeder
  • Direttore della Fotografia: Maddy Walker
  • Montaggio: Peter Teschner
  • Attori: Taraji P. Henson, Octavia Spencer,Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali, Aldis Hodge, Glen Powell, Kimberly Quinn
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    LA PRODUZIONE

    “Sì, alla NASA permettono alle donne di fare alcune cose...”

     

    IL DIRITTO DI CONTARE svela l’incredibile storia vera e sconosciuta di un gruppo di brillanti donne che, puntando alle stelle, hanno cambiato in meglio le fondamenta del loro paese. Il film narra la storia straordinaria di un team di matematiche afro-americane della NASA che hanno contribuito alla vittoria americana nella corsa allo spazio contro i rivali dell’Unione Sovietica e, al tempo stesso, hanno dato una vigorosa accelerata al riconoscimento della parità di diritti e opportunità.

    Tutti conoscono le missioni Apollo. Molti sanno i nomi dei coraggiosi astronauti che hanno compiuto quei primi passi nello spazio: John Glenn, Alan Shepard e Neil Armstrong. Tuttavia, sorprendentemente, i nomi di Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson non vengono insegnati a scuola né sono noti alla maggior parte delle persone, sebbene la loro energia e audacia, unite al ruolo fondamentale di ingegnosi “computer umani”, siano stati indispensabili alla NASA per realizzare i progressi che hanno reso possibile il volo dell’uomo nello spazio.

    Finalmente la storia di queste tre donne visionarie, che hanno superato le barriere professionali, razziali e di genere per contribuire in prima persona ai pionieristici viaggi nel cosmo, arriva sul grande schermo, grazie alla candidata all’Oscar® Taraji P. Henson (“Empire”, “Il curioso caso di Benjamin Button” - The Curious Case of Benjamin Button, “Hustle & Flow”), alla vincitrice dell’Academy Award® Octavia Spencer (“The Divergent Series: Allegiant”, “Prossima fermata Fruitvale Station”, “The Help”), alla cantante Janelle Monáe al suo esordio cinematografico e al due volte vincitore dell’Oscar® Kevin Costner (“Black Or White”, “L’uomo dei sogni” - Field Of Dreams, “Balla coi lupi” - Dances With Wolves).

    Il regista Theodore Melfi (“St. Vincent”) dà vita all’ascesa di queste tre donne ai vertici del programma aerospaziale della NASA in un film veloce, brillante e fonte d’ispirazione che, da un lato, fa luce sulla coraggiosa ambizione verso un obiettivo che sembrava apparentemente impossibile, vale a dire il volo orbitale intorno alla Terra, e, dall’altro, mette in evidenza gli straordinari risultati che possono nascere dall’unione fra donne.

    Al di là delle gioie e dei trionfi che celebra, IL DIRITTO DI CONTARE è ambientato in un’epoca che ha segnato un punto di svolta nelle più accese battaglie della storia americana: il progresso nella lotta per i diritti civili; il predominio nella Guerra Fredda senza arrivare al conflitto nucleare; il successo come prima superpotenza a portare l’uomo al di fuori del pianeta; la dimostrazione che, né la posizione sociale, né il genere incidono sulle straordinarie scoperte tecnologiche che hanno aperto la strada al futuro.

    “Questa storia ha luogo quando entrano in collisione la Guerra Fredda, la corsa allo spazio, le leggi di segregazione Jim Crow negli stati del sud e il nascente movimento per i diritti civili. È un contesto complesso in cui prende forma una storia ricca e straordinaria di cui poche persone sono a conoscenza”, spiega Melfi.

    Aggiunge Taraji P. Henson: “Ora sappiamo che all’ombra di John Glenn e della sua orbita spaziale intorno alla Terra vi erano tre donne eccezionali: finalmente conosciamo la loro storia”.

    Non può che commuovere il fatto che Katherine G. Johnson, ormai ultranovantenne, si sorprenda per la crescente attrazione per le attività svolte da lei e dalle sue colleghe perché, afferma la donna, lei ha solo fatto del suo meglio per il lavoro, per la famiglia e per la comunità, come avrebbe fatto chiunque altro. “Io trovavo una soluzione ai problemi che andavano risolti”, ella dichiara con la modestia che la contraddistingue.

    Quanto a un consiglio alle persone che devono affrontare le sfide nel mondo attuale, ecco le parole della Johnson: “Attenetevi al problema. Qualunque esso sia, c’è sempre una soluzione. Una donna può risolverlo e anche un uomo può farlo… se gli concedete più tempo”.

     

     

    Centro di addestramento matematico

    La matematica e il cinema sono da sempre stati una strana coppia. La matematica è complicata, interiore e difficile da esprimere visivamente. Al tempo stesso, quelle persone incredibili che riescono a raggiungere le profondità del mondo della matematica inaccessibili alla maggior parte di noi risultano estremamente affascinanti. IL DIRITTO DI CONTARE si focalizza sulla vita delle donne afro-americane della NASA, impegnate a risolvere problemi tortuosi e, contemporaneamente, ad abbattere le barriere sociali esistenti, ma era altresì essenziale che venissero rappresentati correttamente i numeri che hanno significato così tanto per loro. Dopo tutto, anche un’imprecisione minima nelle equazioni avrebbe potuto comportare per la NASA una tragedia inimmaginabile.

    Per la supervisione delle equazioni matematiche presenti nel film e per addestrare il cast al modo di ragionare dei matematici, i realizzatori hanno chiamato un consulente, Rudy L. Horne, Ph.D., professore associato di matematica al Morehouse College. Horne insegna diversi corsi in quella scuola, ma la sua specialità è la matematica applicata, branca che si focalizza sulla soluzione dei problemi nel mondo reale.

    Horne è stato colto di sorpresa quando è stato invitato a partecipare alla produzione. “Non avrei mai immaginato di diventare consulente per un film”, afferma ridendo, sottolineando quanto sia un ruolo poco comune per un matematico. “Ma è stato divertente e ho perfino imparato qualcosa di nuovo nel mio campo”.

    Taraji Henson ha trascorso molto tempo a studiare con Horne, cercando di padroneggiare concetti numerici complessi e perfino risolvere equazioni. Nonostante la Henson avesse un tempo pensato di voler diventare ingegnere, fino ad oggi non si era mai cimentata con nulla del genere e ha dovuto affrontare e superare la paura della matematica. “È stato difficile”, ammette l’attrice. “Ma ho pensato che tra gli spettatori del film ci potrebbero essere persone che hanno fatto della matematica la loro vita, perciò meglio evitare di fare errori. È stata proprio dura. Certe notti mi veniva da piangere.

    Ma dovevo farcela, perché io per prima sarei uno degli spettatori delusi se i calcoli fossero sbagliati!”.

    L’ansia provata dall’attrice per i compiti che Horne le assegnava si è alla fine trasformata nella gioia di avere raggiunto la padronanza – qualcosa che, secondo lei, troppe persone non sperimentano mai con la matematica. “Inizialmente, sono venuti a galla tanti ricordi traumatici dei brutti voti presi in pre-calcolo”, spiega ridendo l’attrice. “Poi, quando sono passata alle equazioni, il cuore ha preso a battere forte e ho iniziato a sudare, preoccupata dal possibile fallimento. Perciò ho dovuto superare alcuni ostacoli personali per riuscire a interpretare il ruolo. Alla fine, ho dimostrato a me stessa di essere in grado di memorizzare bene numeri ed equazioni e anche di capirne qualcosa”. 

    Il produttore Pharrell Williams spera che l’energia con cui il film presenta la matematica in tutta la sua bellezza, importanza e capacità di suscitare emozioni possa incoraggiare un maggior numero di donne e minoranze a compiere il balzo verso un’area di studio non presa spesso in considerazione. Per lui diventare un matematico è meraviglioso quanto diventare un cantante, un attore o un regista.

    “Le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche sono molto importanti in questo film”, dichiara Williams. “Io considero la matematica una vera arte, oltre ad essere un linguaggio universale. Non importa neanche a quale sistema solare apparteniamo, la matematica si applica ovunque”.

     

    Il lato nascosto della NASA: l’ambientazione

    IL DIRITTO DI CONTARE apre le porte su un mondo che il pubblico non ha mai visto prima: la sezione remota e segregata della NASA chiamata West Computing, soggetta alle leggi Jim Crow della Virginia nei primi anni ‘60. Per portare alla luce quest’area nascosta della NASA e della storia americana, il regista Theodore Melfi ha ingaggiato una squadra di specialisti che comprende il direttore della fotografia Mandy Walker, lo scenografo Wynn Thomas, Peter Teschner al montaggio e Renée Kalfus all’ideazione costumi.

    “Il film cattura qualcosa di inaspettato nell’incredibile bellezza di queste donne, delle loro case e della loro vita”, osserva Jenno Topping. “Il nostro approccio è stato particolarmente attento, e Wynn, Renée e Mandy si sono dimostrati dei grandi maestri nelle rispettive aree di competenza”.

    Melfi è stato particolarmente entusiasta di ottenere la collaborazione di uno dei pochi direttori della fotografia hollywoodiani di sesso femminile. “Non capisco perché vi siano così poche donne a fare questo lavoro”, commenta il regista. “Mandy ha senso estetico e occhio per il bello. Non ha bisogno di fumo e specchi, riesce a trovare un’inquadratura semplice e naturale e a illuminarla nel modo più organico e singolare”.

    Fin dalla’inizio, la Walker e Melfi hanno parlato degli iconici fotografi dell’epoca, in particolare Saul Leiter, pioniere della cosiddetta street photography a New York, che prediligeva le scene esuberanti, colorate e piene di umanità che incontrava tra le strade della metropoli. I due hanno anche discusso un tema che Melfi aveva in mente.

    “Per me la parola chiave del film è ‘attraverso’. Tutti stanno attraversando qualcosa. Le donne stanno attraversando gli ostacoli del razzismo e del sessismo, gli Stati Uniti stanno viaggiando attraverso lo spazio. Quindi abbiamo discusso la possibilità di usare la MdP per effettuare le riprese attraverso le porte, le finestre e qualunque altro possibile oggetto. Abbiamo stabilito di cercare la bellezza e l’emozione attraverso le cose. Non abbiamo esagerato ma, ogni volta che è stato possibile, abbiamo adottato questo approccio”, spiega il regista.

    Melfi e la Walker hanno poi deciso di utilizzare la pellicola di celluloide anziché il digitale per accompagnare l’era della manualità, quando il programma spaziale si basava ancora sui calcoli manuali. La pellicola ha anche permesso alla Walker di ottenere alcuni accesi contrasti su cui lavorare. “Sono stata veramente contenta quando Ted mi ha detto di voler girare su pellicola”, dichiara il direttore della fotografia. “Eravamo certi di poter lavorare in modo meraviglioso sul contrasto del colore e della luce”.

    Per contribuire all’attrattiva visiva del periodo, la Walker si è avvalsa di una serie di lenti d’epoca: “Abbiamo usato vecchie lenti Series Panavision Anamorphic e abbiamo anche girato su vecchia pellicola Kodak”.

    Il direttore della fotografia ha lavorato a stretto contatto con lo scenografo Thomas.

    Quest’ultimo spiega: “Abbiamo avuto un’incredibile scambio di idee sul look del film, trascorrendo

    parecchio tempo a cercare l’ispirazione nelle fotografie e a parlare della composizione. Quando fai le

    riprese su pellicola, hai bisogno di molta più luce, quindi abbiamo dovuto collaborare strettamente per

    ottenere la luce necessaria per assecondare la magnifica fotografia di Mandy”.

    Thomas, che ha curato il design anche di un altro film sul tema della matematica, “A Beautiful Mind”, ha iniziato il suo lavoro con un’approfondita ricerca. “Ho esaminato un’infinità di fotografie delle strutture della NASA di quell’epoca, oltre a una varietà di materiale riguardante le case in cui viveva la gente”, commenta lo scenografo. “Quello che volevamo fare era non solo definire il momento storico, ma anche contribuire a delineare i personaggi mostrando il loro ambiente”.

    Thomas ammette che per l’aspetto delle aree East e West Computing della NASA si è preso delle libertà, ma solo per rendere più incisivi gli effetti visivi. “Non abbiamo cercato di ricreare la NASA con precisione dettagliata, ci interessava rendere lo spirito della NASA in quel periodo, il che è una cosa diversa”, egli spiega.

    Thomas e la Walker si sono focalizzati in particolare sul ricreare l’atmosfera esaltante dello Space Task Group, l’esclusivo settore riservato ai maggiori ingegneri aerospaziali in cui Katherine Johnson viene finalmente chiamata. “Con il suo ingresso allo Space Task Group, tutta la vita di Katherine cambia, quindi abbiamo creato uno spazio che desse la sensazione di essere leggermente sovradimensionato, così da far apparire Katherine minuta e sopraffatta mentre entra in questo mondo altamente tecnologico che era sembrato fino a quel momento fuori dalla sua portata”.

    Effettuando le riprese ad Atlanta, Thomas ha avuto l’opportunità di utilizzare il Morehouse College per gli esterni della NASA. La NASA è stata progettata come un campus universitario, quindi per i realizzatori è stato un colpo di fortuna poter utilizzare una delle più antiche università per gente di colore della nazione per rappresentare l’agenzia spaziale. Tra gli edifici che possiamo ammirare nel film spicca la Frederick Douglas Hall dalla struttura circolare. “Quell’edificio domina il campus, quindi abbiamo deciso di usarlo per rappresentare l’esterno dello Space Task Group. Il vero Space Task Group non aveva questa forma particolare, ma la Frederick Douglas Hall rende lo spazio visivamente più interessante”, osserva Thomas.

    Melfi è stato molto soddisfatto del contributo di Thomas. “Tutto ciò che Wynn tocca diventa magico”, dichiara il regista. “Si percepisce quanto curi il suo lavoro dal livello di dettaglio con cui lo svolge. Wynn ci ha aiutato davvero a sottolineare i contrasti tra le aree East e West Computing.

    Mentre l’East Computing è pulitissimo, caldo e brillante, il West Computing è un modesto seminterrato corredato di un miscuglio di attrezzatura varia. Il modo in cui Wynn ha creato il contrasto, tuttavia, è quasi inconscio -- era il modo in cui si facevano allora le cose, senza pensarci”.

    Nel frattempo, l’ideatrice dei costumi Renée Kalfus si è immersa nella moda degli stati del sud nei primi anni ’60 e l’ha trasposta nell’aspetto dei personaggi. “È un’esperienza incredibile lavorare in un film del genere, dove ci sono tre grandi protagoniste e l’opportunità di creare uno stile per ciascuna di loro”, spiega la Kalfus. “Abbiamo usato un insieme variegate di cose, realizzando a mano alcuni vestiti e cercando anche pezzi d’epoca. Ho iniziato esaminando centinaia di cataloghi di

    vestiti di quel periodo. Abbiamo trovato diversi cataloghi Sears e Wards, e altri ancora, e questo è stato un modo straordinario di documentarci e imparare”.

    Per Katherine era essenziale, secondo la Kalfus, che gli abiti apparissero cuciti in casa e, infatti, sono stati tutti manufatti. Questo fa parte della storia di Katherine e di ciò che lei è, per cui era molto importante, ai fini del personaggio, creare una serie di vestiti fatti a mano”, osserva la Kalfus.

    L’ideatrice dei costumi ha chiesto a tutte e tre le attrici di indossare il corsetto, in modo da incarnare un’epoca fatta di busti e di portamento impostato, e da riflettere quanto le donne del West Computing tenessero ad essere impeccabili. “Un corsetto incide sulla postura”, afferma la Kalfus. “Dà una certa formalità al portamento e rallenta i movimenti. Ci è sembrato che con questo capo di biancheria Taraji, Octavia e Janelle entrassero fluidamente nel periodo”.

    Melfi ha dato alla Kalfus piena libertà d’azione. “Mi fido totalmente del lavoro di Renée”, commenta il regista. “Ogni capo d’abbigliamento ha una ragione e un’intenzione. Renée si domanda sempre: ‘Perché il personaggio indosserebbe questo? Che cosa ci dice della sua personalità?’. Le risposte a queste domande sono nel suo lavoro”.

    Il livello di dettaglio nell’ambientazione è stato molto utile per il cast. Come spiega Kevin Costner: “Arrivare sul set e percepire questo tipo di realismo ti comunica molto e ti aiuta a orientarti e ad assorbire la storia”.

    I realizzatori sperano che questo tipo di sensazioni giunga fino agli spettatori. “Tutti i film richiedono un’enorme dedizione e passione”, osserva Jenno Topping, “ma io penso che ciò sia stato ancor più vero per IL DIRITTO DI CONTARE perché noi tutti abbiamo provato un forte senso di responsabilità nel rendere onore ai personaggi reali che il film celebra. La nostra speranza è che, attraverso il film, il pubblico abbia modo di conoscere e apprezzare queste donne straordinarie”.

     

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Luciana Della Fornace

    1) Francesco Alò, in “Il Messaggero” del giorno 13 marzo 2017, definisce (con il forse, però) “Il diritto di contare” come l’ultimo film del cinema obamiano, scrivendo di “12 anni schiavo” (2013), “The Butler – un maggiordomo alla Casa Bianca” (2013) e Selma (2014). Questi film, pur interessanti, non hanno avuto il premio Oscar. Secondo voi (se li avete visti) potreste spiegarne il perché secondo la vostra opinione?

    2) Se siete d’accordo con d’Alò potreste definire “Il diritto di contare” l’ultimo film del cinema obamiano di cui parliamo nella domanda precedente?

    3) Come abbiamo scritto nella domanda n. 1), nessuno dei film citati ha avuto un premio Oscar in qualsiasi categoria. Ma, nel 2017, un film realizzato e interpretato da neri americani,”Moonlight”, di Barry Jenkins ha vinto tre Oscar tra  i quali, quello più importante, come miglior film.  E’ stato determinante secondo voi, che il film vincitore fosse stato realizzato e interpretato da persone di colore?

    4) Potreste definire “Moonlight” il film vincitore dell’Oscar 2017 un film obamiano? Se non lo considerate tale ritenete che i premi che gli sono stati attribuiti siano da considerarsi una reazione negativa di Hollywood verso il nuovo presidente degli Stati Uniti?

    5) E’ certo che mai “Il diritto di contare” avrebbe potuto essere usato dalle Major, dagli autori e dagli attori hollywoodiani contro il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, perché è un film che non può trovare in disaccordo chiunque lo veda, perché racconta il coraggio e le capacità scientifiche e intellettuali di tre donne, tre scienziate, per cui, non solo il fatto di essere donne le condizionò nell’America degli anni ’50 e in quel settore lavorativo specifico, ma, soprattutto, perché erano di colore (situazione purtroppo non superata, ancora oggi in molti Stati americani). Dopo aver visto il film, siete d’accordo?

    6) Le tre figure protagoniste del film:

    a) Katherine Johnson, un genio della matematica;

    b) Mary Jackson, che ha l’ambizione (e le capacità) di diventare il primo ingegnere aereonautico, nero e donna, degli Stati Uniti

    c) Dorothy Vaughan, che, data la sua preparazione, desidererebbe tanto diventare supervisore del reparto dei calcolatori. 

    Ci sono riuscite oppure..? 

    7) Katherine, Mary e Dorothy hanno una vita al di fuori del mondo del lavoro: sono madri, mogli e amanti ma soprattutto sono di colore. Le difficoltà che si trovano a dover superare sono uguali a quelle di altre donne che hanno lo stesso colore della pelle sia nel mondo in cui vivono (famiglia, amici, conoscenti etc.) sia nel mondo del lavoro?

    8) In effetti le tre scienziate che lavorano alla NASA, (National Aeronautics and Space Administration), non hanno possibilità di mostrare al meglio le loro capacità perché vivono in un mondo maschilista che impedisce loro di crescere professionalmente. Siete d’accordo?

    9) Per gli uomini che lavorano con loro questa è invidia o un retaggio non da tutti superato dopo la lontana guerra di secessione (1861-1865)?

    10) Nel 1950, 85 anni dalla fine della guerra che vide americani contro americani, ancora le tre scienziate (pensate che si parla della NASA, ambiente, da sempre, considerato progressista) Katherine, Mary e Dorothy, per andare in bagno sono costrette a fare chilometri (il bagno dei neri!); per prendere un caffè debbono usare un contenitore etichettato per quelli di colore e sentire paternalismi e sottovaluzioni. Praticamente si trovano a vivere quanto nella vita di tutti i giorni i neri sopportino. Hanno qualche vantaggio rispetto a tutte le persone di colore che vivono negli Stati Uniti in quel periodo storico?

    11) E pensare che le loro capacità, se ben usate, sarebbero state utilissime alla NASA, nel momento in cui l’astronauta russo Jurij Gagarin ha circunnavigato la terra e gli americani si preparavano a mandare in orbita John Glenn?

    12) Per fortuna tra gli uomini c’è Al Harrison, un progressista, direttore della NASA che distruggerà, con un martello, le targhe dei bagni e permetterà a Katherine di partecipare alle riunioni con i generali del Pentagono mentre John Glenn faceva le sue tre orbite intorno alla terra. Come venne accolta Katherine in queste riunioni?

    13)  Durante uno di questi incontri, Katherine, dopo vari scontri cui ella col suo zelo, la sua bravura e il suo entusiasmo tenne testa, riuscì vincente, umiliando, alla lunga, un ufficiale razzista. Come Katherine vi riuscì?

    14) Qual è il senso del film:

    - L’esaltazione di un’etnia quale quella nero-americana?

    - Mostrare a tutti quanto le capacità di una donna possano essere uguali (se non superiori) a quella di un uomo?

    - L’orgoglio, nella prima sfida con l’URSS, per la conquista dello spazio che, indipendentemente dalle etnie, fece sentire, anche solo per un breve momento storico, tutti americani?

     

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