USS Indianapolis In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Durante la Seconda Guerra Mondiale la USS Indianapolis si distingue come uno degli incrociatori più veloci e temuti della marina americana e sotto il comando del valoroso capitano Charles McVay (Nicholas Cage) il suo equipaggio combatte con coraggio le più importanti battaglie sul fronte del Pacifico. Nel luglio 1945 a McVay e ai suoi marinai viene affidata una missione top secret: operare in gran segreto il trasporto di una delle due bombe atomiche che metteranno fine alla guerra. Ma durante la traversata la USS Indianapolis viene affondata dall’attacco di un sommergibile giapponese. Vista la segretezza della missione la nave non viene data per dispersa e il suo equipaggio abbandonato per 5 interminabili giorni nel Mare delle Filippine infestato di squali. Dei 1197 membri dell'equipaggio solo 317 uomini vengono ritrovati ancora in vita da un velivolo della US Navy durante un normale volo di pattugliamento. Per nascondere le proprie colpe agli occhi dell’opinione pubblica, qualche mese dopo il disastro il Governo degli Stati Uniti chiama McVay a giudizio davanti la Corte Marziale. La tragedia dell’Indianapolis e il processo a McVay restano una delle pagine più drammatiche della storia militare americana.

     

  • Genere: storico
  • Regia: Mario Van Peebles
  • Titolo Originale: USS Indianapolis
  • Distribuzione: M2 pictures
  • Produzione: Michael Mendelsohn
  • Data di uscita al cinema: 19 luglio 2017
  • Durata: 105’
  • Sceneggiatura: Joe Lemmon
  • Direttore della Fotografia: Andrzej Sekula
  • Montaggio: Robert A. Ferretti
  • Scenografia: Joe Lemmon
  • Costumi: Patrick O’Driscoll
  • Attori: Nicolas Cage, Tom Sizemore, James Remar, Thomas Jane, Matt Lanter
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NEVER GIVE UP: L’USS INDIANAPOLIS DEL LUGLIO 1945
    Il 16 luglio 1945, terminati i lavori di manutenzione mentre era ormeggiata a Mare Island, al largo della costa di San Francisco, l’USS Indianapolis, incrociatore della Marina americana aveva ricevuto istruzioni per procedere fino a Tinian Island e consegnare una grande cassa. Era una missione top secret e nessuno dell’equipaggio era a conoscenza del contenuto di quella cassa, nemmeno il capitano. Così, il 16 luglio 1945, l’USS Indianapolis salpò da San Francisco.
    Sfrecciando sul Pacifico a 29 nodi, il 19 luglio raggiunse Pearl Harbor in tempi record e senza scorta, per via della natura clandestina della missione. Arrivata a Tinian il 26 luglio, consegnò quindi il carico segreto: uranio arricchito (all’epoca circa la metà della fornitura mondiale di uranio 235) e altri componenti per l’assemblaggio di “Little Boy”, la bomba atomica destinata a Hiroshima.
    L’USS Indianapolis fece in seguito rapporto al quartier generale del CINCPAC (Comandante in capo, Pacifico) di  Guam per ricevere gli ordini successivi: mettersi in rotta per il Golfo di Leyte nelle Filippine per unirsi alla corazzata USS Idaho (BB-42) e fare i preparativi per l’invasione del Giappone. L’USS Indianapolis salpò da Guam, ancora senza scorta, con una rotta di 262 gradi a circa 17 nodi.
    Il 30 luglio, 14 minuti dopo la mezzanotte, fu colpita sul dritto di prua da due siluri provenienti dal sottomarino giapponese I-58, comandato da Mochitsura Hashimoto. Le esplosioni causarono ingenti danni. L'Indianapolis subì un pesante sbandamento e cominciò ad affondare lentamente da prua. Dodici minuti più tardi, si ribaltò completamente e sprofondò. Di un equipaggio di 1.197 uomini circa 300 affondarono con la nave. Poiché le scialuppe di salvataggio scarseggiavano e molti erano sprovvisti dei giubbotti di salvataggio, il resto dell’equipaggio rimase alla deriva nel Mare delle Filippine. Col sopraggiungere della notte in pieno oceano c’erano uomini malconci, feriti, bruciati e coperti di olio, che assistevano alla morte di molti dei loro compagni e, completamente terrorizzati, cercavano a stento di sopravvivere.
    Dei 1.197 uomini a bordo, circa 900 riuscirono a buttarsi in mare nei dodici minuti prima che la nave affondasse. Furono lanciate poche zattere di salvataggio e solo pochi dei superstiti indossavano giubbotti di salvataggio a norma. Tra di loro c'erano membri dell'equipaggio esperti, ma la maggior parte non aveva più di 20 anni, erano ragazzi che avevano lasciato casa per la prima volta, non conoscevano la morte e non avevano mai assistito a una simile carneficina.
    All’alba si poté solo appurare la gravità della situazione. Di certo sarebbero stati in salvo se non fossero arrivati nelle Filippine, come era in programma per quella mattina e la Marina non li avrebbe mai abbandonati. La missione segreta dell’USS Indianapolis era però ancora sotto copertura. Inoltre, la Marina respinse un messaggio intercettato dal sottomarino del comandante Hashimoto credendo che si trattasse di una bufala. Così, quel che restava dell'equipaggio dell’USS Indianapolis fu abbandonato in mare aperto.
    I feriti meno gravi fecero il possibile in quello scompiglio, tra feriti e zattere sovraffollate, con la paura, la carenza di cibo e le scarse razioni di emergenza, di acqua fresca, l'insolazione, 110 gradi di giorno e notti gelide che provocavano morti per ipotermia. Corpi e resti galleggiavano in mare come rifiuti.
    Il Mare delle Filippine è popolato da feroci predatori come squali mako, squali azzurri, pinne bianche e squali seta. Il primo giorno cominciarono a divorare i morti e nel tardo pomeriggio si fecero più numerosi. I sopravvissuti ricordano di aver udito in lontananza, nel silenzio della notte, delle urla di qualcuno che era stato attaccato. Gli squali avevano cominciato a puntare i vivi.
    A partire dal terzo giorno, molti uomini erano disidratati per l’arsura del sole e la mancanza di acqua. Nonostante fossero consapevoli dei rischi che comportava il bere l’acqua salata, molti non riuscirono a resistere, e precipitarono in un’alterazione dello stato mentale con allucinazioni e comportamenti imprevedibili e aggressivi. Gli uomini che versavano in queste condizioni cominciarono ad attaccarsi a vicenda, credendo che gli altri fossero i giapponesi. Molti avevano visioni di sale mensa e di fontane sott’acqua e convincevano gli altri a seguirli sul fondo. Altri giuravano di aver avvistato la terraferma e cominciavano a nuotare fino a essere inghiottiti dall’orizzonte. Si raccontavano incredibili storie sull’Indianapolis come se esistesse ancora. Era difficile gestire gli uomini che erano diventati troppo aggressivi, così furono allontanati dai gruppi per garantire la sopravvivenza degli altri. L’avvelenamento da acqua salata li portò inevitabilmente alla morte. Il capitano Lewis Haynes, MC (ret.), all’epoca era capitano di corvetta e medico di bordo dell’Indianapolis. Nel 1995, nel riferire al Medical Department Oral History Program della marina americana il resoconto di quei giorni alla deriva in mare aperto raccontò: “Con la luce del giorno abbiamo cominciato a organizzarci in gruppo e cominciavano a venir fuori i leader. Sapevano che ero il medico, così abbiamo cominciato a cercare i feriti e i morti. Quando siamo arrivati ai morti, l'unico modo in cui potevo stabilire se fossero morti era mettendo il dito negli occhi: se le pupille erano dilatate e non sbattevano le palpebre, constatavo il decesso. Con fatica gli abbiamo tolto i giubbotti di salvataggio per darli agli uomini che non li avevano. All’inizio toglievo loro le piastrine, recitavo una preghiera e li lasciavo andare, ma alla fine, ne avevo talemente tante che non potevo più prenderne altre. Ancora oggi, quando recito quella preghiera o l’ascolto, mi sento davvero smarrito”.
    Poco dopo le 11.00 del quarto giorno, i sopravvissuti sono stati scoperti per caso dal Tenente Wilbur C. Gwinn, mentre pilotava il PV-1 Ventura Bomber per la consueta pattuglia antisommergibile. Operò via radio la trasmissione della sua base a Peleiu, avvertendo della presenza di “molti uomini in acqua”. Un PBY (idrovolante) sotto il comando del Tenente R. Adrian Marks fu inviato a prestare assistenza e fare rapporto. Durante il tragitto per arrivare sul posto, Marks sorvolò il cacciatorpediniere USS Cecil Doyle (DD-368) e allertò il suo capitano dell’emergenza. Il capitano della Doyle, di sua iniziativa, decise di fare una deviazione sul posto. Arrivando diverse ore prima della Doyle, l’equipaggio di Marks aveva cominciato a lanciare gommoni di salvataggio e rifornimenti quando a un certo punto avvistarono gli uomini attaccati dagli squali. Contravvenendo agli ordini, Marks atterrò in mare e iniziò a rullare per raccogliere quelli che erano rimasti indietro da soli e che correvano il maggior rischio di essere attaccati dagli squali. Dopo aver appreso che si trattava dell’equipaggio dell’Indianapolis, trasmise le notizie via radio richiedendo assistenza immediata. La Doyle rispose che stava arrivando. Quando calò il buio, in attesa che arrivassero i soccorsi, Marks continuò a cercare per tutto il tempo gli uomini in fin di vita e a tirarli fuori dall'acqua. Una volta che la fusoliera fu carica, i sopravvissuti furono legati all'ala col cavo del paracadute. Quel giorno Marks e il suo equipaggio portarono in salvo 56 uomini. La Cecil Doyle fu la prima nave ad arrivare sul posto. Rintracciato il PBY di Marks nel buio più totale, la nave si arrestò per evitare il rischio di uccidere o ferire ulteriormente i sopravvissuti, e cominciò a prendere a bordo i sopravvissuti di Marks.
    Il capitano della Doyle, mettendo in secondo piano la sicurezza della sua nave, puntò nel cielo oscuro il suo riflettore più grande, che servì da faro per le altre imbarcazioni di salvataggio. Per gran parte dei sopravvissuti quel faro fu il primo segno che le loro preghiere erano state esaudite: i soccorsi erano finalmente arrivati. Dei 900 uomini che erano finiti in mare ne rimasero in vita solo 317. Dopo quasi cinque giorni in mare sotto i continui attacchi degli squali, la fame e la sete, l’arsura del sole e le ferite, gli uomini dell’Indianapolis furono infine salvati.
    L'impatto di questo disastro imprevisto scatenò incredulità e silenzio in tutti gli ambienti della Marina nel Pacifico meridionale. L’annuncio pubblico della perdita dell’Indianapolis fu ritardato, di quasi due settimane, fino al 15 agosto così che, il giorno in cui il presidente Truman annunciava la resa del Giappone, la notizia passasse in secondo piano. La Marina si precipitò a raccogliere i fatti per stabilire chi fossero i colpevoli della peggiore catastrofe marittima della sua storia.
    È necessario premettere che informazioni precise ed essenziali per determinare le responsabilità relative all’Indianapolis furono rese pubbliche molto tempo dopo il processo in corte marziale del capitano McVay e la sua condanna. L’intelligence americana in  un’operazione top-secret detta “ULTRA” aveva decifrato il codice giapponese ed era a conoscenza che due sottomarini giapponesi, fra cui l’I-58, erano sulla rotta dell’Indianapolis.
    Queste informazioni non furono messe a disposizione del consiglio della corte marziale né della difesa del capitano McVay. Solo nei primi anni Novanta fu rivelato che le autorità navali di Guam, nonostante fossero a conoscenza del rischio di quella rotta, avevano messo in pericolo l’USS Indianapolis senza fornire alcun avvertimento e rifiutando la richiesta di scorta avanzata dal capitano McVay, mettendolo in condizione di credere che la rotta fosse sicura.
    Durante la Seconda Guerra Mondiale andarono perse oltre 350 navi da guerra della marina, ma nessuno dei loro capitani fu mai processato davanti alla corte marziale. Sia l’Ammiraglio Chester Nimitz che il vice ammiraglio Raymond Spruance, con cui l’Indianapolis aveva operato come nave ammiraglia della Quinta Flotta, si opposero alla decisione di mettere sotto processo di McVay: mai nessun ufficiale era stato processato dalla corte marziale ignorando l'obiezione dei suoi superiori, tanto più nel caso in cui questi fossero illustri ufficiali di bandiera.
    La corte marziale della Marina giudicò il capitano Charles Butler McVay colpevole di terzo grado per aver messo in pericolo la sua nave a causa di una mancata manovra di zigzag con visibilità sufficiente, distogliendo così l'attenzione da negligenze ed errori di valutazione di quelli che erano stati i veri colpevoli della tragedia e declassando il capitano McVay, la cui promettente carriera fu irreparabilmente compromessa.
    All'inizio del 2000, pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Kyoto all'età di 91 anni, il comandante del sottomarino giapponese che aveva affondato l’Indianapolis rilasciò un'intervista e, riferendosi al processo del Capitano  McVay in cui era stato chiamato a testimoniare, commentò: “Avevo avuto la sensazione che fosse stato escogitato fin dall'inizio…”
    “Mai arrendersi” (Never give up) è il motto che risuona fra quasi tutti gli uomini portati in salvo come ragione del fatto di essere sopravvissuti.  Dopo aver ricevuto le cure, sono guariti e tornati alla loro vita; molti non hanno voluto mai più parlarne, altri sono rimasti indissolubilmente legati.
    Dal 1960, i membri dell'equipaggio sopravvissuti si ritrovano negli incontri a Indianapolis. In occasione del 70° incontro, tenutosi dal 23 al 26 Luglio 2015, hanno partecipato 14 dei 32 sopravvissuti. Gli incontri sono aperti a tutti gli interessati e ogni anno contano un numero sempre crescente di partecipanti; quello dei sopravvissuti tuttavia diminuisce per il sopraggiungere della morte. Le riunioni, che in un primo momento si tenevano solo periodicamente e in seguito ogni due anni, oggi si svolgono annualmente. Ogni anno i sopravvissuti, per la maggior parte novantenni, votano se continuare. Nel 2015 si è votato per la riunione del 2016. Oggi restano solo 30 sopravvissuti che, dopo quei cinque giorni trascorsi in mare nel 1945, sono ancora legati fra loro e continuano a non arrendersi.

    IL FILM
     “Ho prodotto questo film per rendere omaggio all'ultimo equipaggio dell’USS Indianapolis, per dare a quegli uomini e alle loro famiglie i riconoscimenti che meritavano”, racconta Rionda Del Castro “e per far sì che in tutto il mondo le nuove generazioni conoscano la storia straziante di questi eroi”.

    Mentre era in corso un dettagliato lavoro di ricerca fra i sopravvissuti e la Marina militare americana, gli atti giudiziari, i documenti storici, gli sceneggiatori si sono imbattuti nella Second Watch (‘seconda guardia’), un'organizzazione formata da famigliari, amici e sostenitori degli uomini dell’USS Indianapolis. La dichiarazione d’intenti del loro statuto recita: “Nonostante l’USS Indianapolis sia affondata, la memoria del suo equipaggio resta viva. L’impegno di Second Watch vuole preservare la memoria dell’USS Indianapolis e diffondere la sua storia, attraverso i racconti, le emozioni e le avventure”. Second Watch è così diventata parte integrante del progetto e ha fornito dati storici, documenti e foto dei sopravvissuti e delle loro famiglie. E, soprattutto, i contatti con i sopravvissuti ancora in vita.

    Cinque anni e 200 stesure dopo, la sceneggiatura era pronta e cominciava la ricerca del regista giusto per il progetto. Mario Van Peebles, che aveva già lavorato con la Hannibal, aveva manifestato grande interesse per il film. La produzione lo considerava un regista di ottima reputazione, un narratore eloquente, carismatico e sensibile. Condivideva lo stesso approccio degli sceneggiatori, aveva un trasporto per la sceneggiatura, lo sviluppo del progetto e la vera storia dell’Indianapolis e del suo equipaggio: Van Peebles sapeva di dover raccontare la storia dei membri dell'equipaggio, e ha spinto per poter dirigere il film.

    Il regista e la produzione concordavano sul fatto che Nicholas Cage sarebbe stato perfetto per il ruolo del capitano Charles Butler McVay. Per Van Peebles “Cage comunica autorità, ha uno spiccato senso dell'umorismo ed è molto professionale “. Rionda Del Castro aveva lavorato con Cage su Tokarev, prodotto da Hannibal, e Van Peebles aveva recitato con lui in Cotton Club di Francis Ford Coppola. Entrambi volevano lavorare di nuovo con lui.

    La colonna sonora è importante per il successo di una pellicola. Una musica ben scritta, ben eseguita e registrata nel modo corretto fa avanzare il film. Per eseguire e registrare la sua composizione Laurent Eyquem ha scelto la Filarmonica di Praga e il risultato è una colonna sonora che, già da sola, è un'opera d'arte. Mentre accompagna il film è la massima espressione della sintonia e la musica esalta ogni fotogramma come se fosse un protagonista invisibile.

    Fra gli intenti dei produttori c’è sempre stata l’idea di portare sul set il maggior numero possibile di sopravvissuti e di famiglie dei marinai dispersi in mare, per rassicurarli che il film avrebbe reso omaggio all’USS Indianapolis e al suo equipaggio come sarebbe dovuto accadere nel 1945.

    Cage commenta: “Dopo aver incontrato questi sopravvissuti, ho pensato che erano, e sono, uomini straordinariamente forti e ostinati. La dimostrazione è che sono ancora qui con noi… Abbiamo voluto onorarli, sono dei veri eroi”.

    Quando è stato chiesto a Lanter cosa avrebbe detto suo nonno del film, lui ha risposto: “Avrebbe voluto che il film rendesse giustizia all'equipaggio, alla nave. Oppure si sarebbe semplicemente messo comodo e avrebbe sorriso”.

    Richard P. Stephens, era l'altro superstite in vita che è arrivato a Mobile. Di Birmingham, in Alabama, ha 89 anni e, pur essendo arrivato sul set con aria dimessa, si sarebbe detto che nel 1945 fosse stato un giovanotto imponente. Ha voluto capire fino in fondo tutto quello che accadeva intorno a lui. Nel parco di Bienville Square era stata fissata una ripresa esterna e Stephens si è messo a guardare con grande curiosità, poi ha trovato una panchina lì vicino ed è rimasto a guardare ancora.

    Rionda Del Castro è stato il primo ad accogliere Stephens. Dopo averlo salutato calorosamente, ha proseguito dichiarando che la sua visita era un onore e un privilegio. Lo ha poi presentato a tutti, al parrucchiere, elettricista, arredatore di set, al produttore e anche al regista. E di continuo risuonava un sentimento autentico nei suoi confronti.

    Cage ha colto l’occasione per sedersi a chiacchierare con Stephens come se fosse un vecchio amico, discutendo del progetto. Cage ha spiegato quanto fosse importante per tutti raccontare la storia nel modo giusto e rendere giustizia a tutti i 1197 membri dell'equipaggio. Hanno poi parlato del vero capitano McVay. “Era un bravo capitano”, ha dichiarato Stephens. “Era un uomo buono e degno di onore e si è comportato in modo corretto con tutti”.

    Quando si sono separati, Stephens ha commentato in tono sarcastico: “So quello che a volte fate in questi film voi di Hollywood”, insinuando alcune malefatte del cinema. “Raccontate solo la storia vera. Raccontate solo la verità”. E così dicendo, ha salutato e ha proseguito in direzione della location successiva a due isolati di distanza.

    Al Battle House, lo storico hotel di Mobile, Stephens ha incontrato i giovani attori che interpretavano i marinai. Erano in soggezione di fronte a lui che era un eroe vero. Dopo aver ascoltato i suoi racconti sull’Indianapolis nel 1945 gli hanno raccontato quello che provavano nell’interpretare i suoi compagni di bordo. Gli attori sono poi andati a girare la scena successiva, lasciando Stephens alle interviste con la stampa e i media locali. La sua visita è stata più di quanto i produttori avevano sperato e di sicuro più di quel che lui stesso avrebbe mai immaginato.

  • Spunti di Riflessione:

     

    di L.D.F.

    1)    Il 16 luglio 1945 perché l’USS Indianapolis, ormeggiata al Mare Island, al largo della costa di San Francisco, ricevette l’ordine di partire per portare una grande cassa a Tinian Island vicino alle coste nipponiche. Cosa conteneva quella cassa?
    2)    A cosa sarebbe servito l’uranio arricchito stipato nella cassa misteriosa?
    3)    L’incrociatore venne mandato senza scorta, in quanto il suo trasferimento, visto ciò che stava trasportando, doveva rimanere segreto. Perché?
    4)    Arrivato velocemente all’isola di Tinian, dove l’incrociatore doveva depositare il misterioso involucro, l’USS Indianapolis ricevette l’ordine di raggiungere nelle Filippine l’USS Idaho per preparare l’attacco alle coste nipponiche. Perché anche nel secondo viaggio verso le Filippine l’USS Indianapolis navigò senza scorta?
    5)    Il 30 luglio l’Indianapolis venne colpita a prua da due siluri, lanciati dal sottomarino giapponese I-58 comandato dal Mochitsura Hashimoto. Perché l’incrociatore americano affondò in brevissimo tempo?
    6)    Calcolando che i due siluri colpirono la prua dell’Indianapolis (in genere la parte più leggero di una nave) fu la prua che cominciò ad affondare alzando la poppa normalmente più carica fino a che… Cosa accadde?
    7)    Dall’equipaggio di 1197 uomini 300 affondarono con la nave. Perché molti degli altri non poterono servirsi delle scialuppe di salvataggio e numerosi i marinari erano sprovvisti di giubotti? Forse questa situazione che provocò la morte di tanti uomini era legata alla velocità con cui l’Indianapolis era dovuta partire, in gran segreto da San Francisco, il lontano 16 luglio?
    8)    Molti marinai sopravvissuti vennero attaccati dagli squali, altri persero ogni raziocinio diventando pericolosi perché bevvero l’acqua di mare e tutti stavano aspettando la morte quando due aerei si accorsero di loro: un apparecchio antisommergibile e un idrovolante che si alzò subito dalla sua base.  L’idrovolante era guidato dal Tenente R. Adrian Marks che volando, avvistò il cacciatorpediniere Doyle che cambiò subito rotta. Perché? Ricordatevi che per la legge del mare anche un solo uomo deve essere salvato e il Doyle non sapeva cosa avrebbe trovato! Nonostante gli ordini ricevuti, cosa fece Marks quando si rese conto che il Doyle era ancora lontano?
    9)    Dei 900 uomini che erano finiti in mare se ne salvarono solo 317 tra cui il comandante McVay. Perché quando i superstiti arrivarono sulla terraferma McVay venne messo sottoprocesso?
    10)    Uno dei testimoni del processo fu il comandante Hashimoto che con il suo sommergibile affondò l’Indianapolis. Durante la sua testimonianza si scoprì che il comandante giapponese aveva mandato un messaggio alla Marina USA che non venne raccolto perché?
    a)    Perché venne considerata una bufala?
    b)    Perché l’Indianapolis doveva essere considerata sconosciuta (per la misteriosa scatola che aveva portato la prima volta) anche dalle forze della marina statunitense?
    11)    Il capitano McVay venne condannato e solo molti anni dopo il presidente Obama ne riabilitò la figura di marinaio e di comandante. Troppi anni di umiliazione per McVay! Sicuramente i politici (allora tacquero perché il popolo americano sarebbe venuto a conoscenza del fatto chi erano i veri responsabili di quella che ora è considerata la più grande tragedia del mare del XX secolo.

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