Dove cadono le ombre In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Anna e Hans, infermiera e suo assistente di un vecchio istituto per anziani, sono due anime "bambine" incastrate in corpi di adulti. Intrappolati nel tempo e nello spazio, si muovono tra le stanze e il giardino di quello che era un ex orfanotrofio, come se qui si consumasse tutta la vita, dall'infanzia alla morte, come se non ci fosse luogo più accogliente al mondo di quello che li ha visti prigionieri nell'infanzia. 

    Dal passato riappare Gertrud, una vecchia signora dai modi gentili; tutto sembra precipitare, il nastro dell'orrore sembra riavvolgersi. Il male è bianco, come il camice di Gertrud, come le pareti dell'ala ovest, la zona delle torture. L'istituto perde dunque i contorni attuali e torna a essere ciò che era; ricovero crudele di bambini jenisch sottratti alle famiglie, tempio di un progetto di eugenetica capitanato proprio da Gertrud. Anna, schiava di quel luogo e di un'infanzia dolorosa che non termina mai, riprende con forza le ricerche di Franziska, amica amata di una vita della quale ha perso le tracce molto tempo prima e che cerca ovunque e senza sosta. 

     

    Ispirato a una storia vera, a settecento storie vere.

  • Genere: drammatico
  • Regia: Valentina Zucco Pedicini
  • Titolo Originale: Dove cadono le ombre
  • Distribuzione: Fandango
  • Produzione: Fandango in collaborazione con Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 6 settembre 2017
  • Durata: 103’
  • Direttore della Fotografia: Vladan Radovic
  • Montaggio: Giorgio Franchini
  • Attori: Elena Cotta, Federica Rossellini, Josafat Vagni
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA

    Stavo ultimando le lavorazioni del mio documentario. Dal Profondo quando mi sono imbattuta nei libri della poetessa jenisch Mariella Mehr, una delle poche sopravvissute a quello che e stato definito il “piccolo genocidio Jenisch”. Da molto tempo cercavo la strada della finzione, mi sembrava un passaggio importante all’interno del mio percorso cinematografico. Ho lavorato con Mariella per circa due anni e poi ho affidato il materiale “emotivo” e di ricerca alla sceneggiatrice Francesca Manieri. È nato così “Dove cadono le ombre”. Perché una storia così al centro del mio primo lavoro? Perché la vicenda del genocidio Jenisch richiama molti dei temi che ho già affrontato nei miei lavori precedenti: le identità minacciate, la questione dei corpi soggetti a condizionamenti e soprusi, il tema del femminile che agisce ed e agito in contesti ostili. Credo di aver scelto questa storia anche per la sua urgenza. Una storia sconosciuta che sentivo necessario riportare alla luce, anche in onore di Mariella e del percorso intrapreso con lei. Pubblico sconosciuto mi scrive ogni sera commenti sul film, che mi restituiscono tutto il coraggio, la forza e forse l’incoscienza di questo viaggio. Sapevo di star raccontando una storia dura, scomoda ma avevo bisogno di farlo, rischiando e senza strategie. Sapevo di muovermi in un terreno impervio, raccontando di un tema anche molto lontano da quello che forse funziona maggiormente oggi come la periferia italiana ad esempio. Sapevo che un film come il nostro non avrebbe sconvolto e forse neppure scalfito i risultati al botteghino, ma credo sia giusto che un’opera prima racconti il regista che si e oppure quello che si spera di diventare. Tutto sta accadendo come previsto. Credo mi piaccia raccontare storie che difficilmente troverebbero luce e spazio altrove.

    Credo mi piaccia affrontare le storie che mi richiedono sfide visive, fisiche e narrative.

    Una volta Francesca Manieri, la sceneggiatrice del film mi ha detto, che forse a ben vedere, in tutti i miei lavori non racconto solo la diversità, ma come una coazione  a   ripetere   giro   sempre   “l’ultimo   dei   Mohicani”. Ecco, credo che abbia ragione. Racconto la resistenza degli ultimi, di identità minacciate o soggette all’ omologazione, convinta che la diversità sia l’arma più rivoluzionaria di cui siamo, o almeno io, sono in possesso.

     

    NOTE DI PRODUZIONE

    Laura Paolucci e Domenico Procacci di Fandango hanno prodotto questo film con Rai Cinema, con il contributo del MIBACT e con il sostegno della Regione Lazio.

     

    “IL PICCOLO GENOCIDIO SVIZZERO”

    Una storia sconosciuta avvenuta poco lontano da noi, nel tempo e nello spazio. In Svizzera negli anni che vanno dal 1926 al 1986, un’associazione filantropica, la Pro Juventute (simile alla nostra Croce Rossa) sottrae 2000 bambini alle famiglie jenisch (terza etnia nomade europea dopo i rom e i sinti) per estirpare il fenomeno del nomadismo. I bambini vengono rinchiusi in ospedali psichiatrici, orfanotrofi, prigioni. Su di loro vengono condotti esperimenti scientifici e pratiche mediche violente come la sterilizzazione per cancellare la loro identità e trasformarli in “onesti cittadini svizzeri”. Di molti non si avranno più notizie.

    Un “piccolo genocidio” mai raccontato che e continuato fino ai giorni nostri.

    Una sopravvissuta, Mariella Mehr: figlia sottratta alla madre, donna e madre violata a sua volta, ha trovato nella poesia e nella letteratura la salvezza. I suoi romanzi (La trilogia della violenza: Das Kind, Il Marchio, Accusata) e le sue poesie la rendono nota in tutta Europa. Mariella diventa anche testimone autorevole   della persecuzione subita dagli jenisch; la sua lunga battaglia di denuncia pubblica contro la Pro Juventute inizia nel 1972, quando la Mehr raccoglie intorno a sé famiglie jenisch che hanno subito il suo stesso destino, crea un’associazione di lotta e si batte pubblicamente sui giornali. Invitata dai media di tutta Europa a partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive per la sua scrittura che la pone per molti critici al pari di Paul Celan o Nelly Sachs rendendola una degli autori più intensi del novecento, utilizza la grandezza della poesia per denunciare uno dei periodi più bui della storia della Svizzera del XX secolo.

     

    TRILOGIA DELLA VIOLENZA

    Mariella Mehr

    Mariella Mehr ha scritto numerose opere di narrativa, quattro raccolte di poesia (Einaudi ha pubblicato nel 2014 un’antologia delle poesie di Mariella Mehr dal titolo  Ognuno incatenato alla sua ora, curate e tradotte da Anna Ruchat) e diverse opere teatrali. Fandango Libri ha acquisito i diritti italiani dei romanzi che compongono la trilogia della violenza e intende pubblicarli a partire dal 2018. La pubblicazione sarà curata da Anna Ruchat che si e occupata anche della prima uscita dei volumi per l’Italia per la casa editrice EffIgie.

     

    La bambina

    Se c’é un fondo autobiografico in questo romanzo, non sta nella vicenda narrata ma nelle modalità di interazione tra i personaggi e in particolare nella relazione primaria della bambina con il mondo: “Non ha nome, La bambina.” Senza nome e senza parola, La bambina adottata in un villaggio anch’esso senza nome e il centro durissimo, il nucleo di pietra di questo romanzo. Siamo in una situazione di sopruso reiterato dove la violenza, fisica e psicologica, e l’unico elemento dinamico in grado di provocare episodici contatti tra vittime e carnefici. I ruoli si scambiano e a tratti sembra quasi che la bambina, con la sua presenza aspra e non archiviabile, sia in grado di far riemergere, in alcune di quelle individualità spente, una traccia di tenerezza, di far riacquistare loro il movimento perduto. Ma la sopraffazione prevale, la coralità bigotta del villaggio riassorbe ogni tentativo di sottrarsi al gruppo e restituisce alla scena quella circolarità vuota che respinge tutto ciò che non si adegua.

     

    Il Marchio

    Anna Kreuz e un’inserviente in un albergo-casa di cura svizzero. Ha un morboso rapporto con le piante e gli insetti. E’ meticolosa nel suo lavoro. All’arrivo di una nuova paziente che le ricorda l’amica di un tempo, Anna rivive il rapporto d’amore che l’ha legata a una compagna di collegio. Poco alla volta emerge dal passato la storia, reale o immaginata, del tormentato legame tra due ragazze, una zingara e un’ebrea, unite dalla comune condizione di emarginate. La vicenda ci viene rivelata per illuminazioni e immagini improvvise che fanno intuire l’accaduto, o piu esattamente quello che la narratrice ritiene essere la verità di una storia in cui realtà e immaginazione, o incubo, si fondono, evocate con un linguaggio crudo e frammentato.

     

    Accusata

    Accusata di omicidio e atti incendiari, Kari Selb lotta con la psicologa del tribunale per affermare, in un monologo incalzante, la propria capacità di intendere e di volere, per il suo passato, per la sua vita.

    Nell’infiammato discorso, che la vede sdoppiata tra sé e Malik – l’altro sé, quello che agisce – Kari Selb sviluppa via via le fantasie di un serial killer. Senza mai attenersi alle categorie della giustizia e della colpa, Kari-Malik allestisce il crimine sul palcoscenico della sua mente mutilata ed erosa, trovando così una conferma di sé, dal momento che ogni altra identità e negata.

     

    Biografe:

    Valentina Zucco Pedicini – regista

    Valentina Pedicini si diploma in regia presso la scuola internazionale del documentario, Zelig. Durante gli anni scolastici [2007-2010] realizza i documentari Pater Noster, Mio sovversivo amore e My Marlboro City, selezionati in numerosi festival internazionali. Nel 2013 con Dal profondo [Premio Solinas per il documentario] si aggiudica il Premio Prospettive Italia Doc alla Festa del Cinema di Roma. L’anno  seguente il flm ottiene una Menzione Speciale ai Nastri d’Argento e una nomination ai David di Donatello. Nel 2016 realizza il suo primo cortometraggio di fnzione, Era ieri, presentato alla Settimana della Critica di Venezia. Dove cadono le ombre e il suo primo lungometraggio a soggetto.

     

    Domenico Procacci – produttore

    Nato e vissuto a Santo Spirito, quartiere costiero di Bari, e giunto a Roma all'inizio degli anni ottanta, ha frequentato la Scuola di cinema Gaumont, durante la quale ha realizzato un cortometraggio da regista presentato al Myst Fest di Cattolica del 1983.

     

    Come produttore ha iniziato l'attività nel 1987, producendo il film Il grande Blek, per il debutto alla regia di Giuseppe Piccioni. Fondatore della casa cinematografica FANDANGO.

  • Spunti di Riflessione:

     

     

    di Fabio Amadei

     

    1) Il rapporto tra Anna e Hans e un rapporto tra persone mature e consapevoli?

    2) Dove hanno vissuto la loro infanzia Anna e Hans ?

    3) Cosa rappresenta Gertrud per loro e come mai ne subiscono il perverso fascino?

    4) Come si comporta Anna con gli ospiti dell’Istituto ?

    5) Hai individuato i momenti dei ricordi di Anna?

    6) Quale oggetto, significativo del trascorrere del tempo, viene inquadrato sano nel passato e guasto nel presente?

    7) Come appare il rapporto tra Anna e Franziska bambine?

    8) Vi sembra che Anna abbia voluto abbandonare l’amica? 

    9) Riflettete sulla fine e spiegate come il dramma, seguito nel film abbia una svolta di apertura finale. 

    10) La Svizzera, paese considerato civile e tranquillo, come si e comportato nei confronti di questi bambini?

    11) Cos’e un programma di eugenetica ?

    12) Conosci il film “Il Portiere di notte” di Liliana Cavani? Ci vedi dei nessi con questo?

    13) Non solo in Svizzera ma anche in Germania e nei paesi europei che i nazisti hanno, a poco a poco, conquistato dal 1939 al 1943, erano sorti strani collegi in cui i bambini di etnia Rom (per i piccoli ebrei c’erano Aushwitz e le camera a gas o gli interventi del dott. Morte, Josef Mengele). Ma perché l’etnia Rom considerata in generale, invece delle camera a gas, veniva, soprattutto con i bambini, uccisa in modo diverso fino al 1944?

    14) E perché rispetto alle domande precedenti fino al 1944?

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