Nome di donna In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Nina (Cristiana Capotondi) si trasferisce da Milano in un piccolo paese della Lombardia, dove trova lavoro in una residenza per anziani facoltosi. Un mondo elegante, quasi fiabesco. Che cela però un segreto scomodo e torbido. Quando Nina lo scoprirà, sarà costretta a misurarsi con le sue colleghe, italiane e straniere, per affrontare il dirigente della struttura, Marco Maria Torri (Valerio Binasco) in un’appassionata battaglia per far valere i suoi diritti e la sua dignità.

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Marco Tullio Giordania
  • Titolo Originale: Nome di donna
  • Distribuzione: Videa
  • Produzione: Lumière & Co
  • Data di uscita al cinema: 8 marzo 2018
  • Durata: 90’
  • Sceneggiatura: Cristiana Mainardi con Marco Tullio Giordana
  • Direttore della Fotografia: Vincenzo Carpineta
  • Montaggio: Francesca Calvelli, Claudio Misantoni
  • Scenografia: Giancarlo Basili
  • Costumi: Francesca Livia Sartori
  • Attori: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti, Michela Cescon, Bebo Storti, Laura Marinoni, Anita Kravos, Stefania Monaco, Renato Sarti, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini, Vanessa Scalera, Linda Caridi, Adriana Asti
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    Un esercito anonimo di milioni di donne che non deve più essere invisibile
    Nome di donna è nato tre anni fa dal desiderio di guardare alla condizione femminile nel mondo del lavoro, escludendo le discriminazioni più macroscopiche - come la disparità salariale - per studiare invece quelle più sottili – e dunque subdole – assunte come una sorta di (sotto)cultura diffusa. Quel senso comune, quell’ovvietà, capace di insinuarsi nel quotidiano, di diventare parte integrante del modo di vivere e di lavorare, di rapportarsi agli altri.
    Credo che ogni donna possa comprendere esattamente queste parole, e – per fortuna – anche molti uomini.
    Mi sembrava importante uscire dai massimi sistemi, dalle ideologie, dai ragionamenti teorici, ed entrare invece nella vita di tutti i giorni, nelle storie di una quotidianità femminile straordinariamente complessa, figlia di questo tempo in cui la fragilità economica e la precarietà del lavoro hanno inevitabilmente alzato il livello del bisogno e abbassato quello delle pretese. O meglio: dei diritti.
    Un’indagine Istat svolta nel 2008/2009 ha accertato che in Italia circa la metà delle donne, in un arco di vita compreso fra i 14 e i 65 anni, ha subito ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato. In numeri: 10 milioni e 485mila donne. Un numero migliorato nel nuovo rapporto 2015/2016 (8 milioni e 816mila donne), che invece conferma che quasi un milione e mezzo di donne ha subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul luogo di lavoro.
    Al di là della freddezza delle statistiche, è stato come vedere e sentire un esercito immenso - e tuttavia anonimo e silenzioso - sostenere un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, di decennio in decennio, una battaglia che non avrebbe dovuto essere combattuta mai e che non si dovrebbe combattere ancora adesso: solo perché si è donne. In nome del diritto al lavoro e in difesa della propria dignità.
    Un’altra suggestione è stata dettata da un fatto realmente accaduto negli anni Novanta quando in Italia si accese il dibattito che poi portò – nel 1996, solo vent’anni fa! – a considerare lo stupro reato contro la persona e non più reato contro la morale. Una normativa in cui fu inserito anche il tema delle molestie sessuali, ma con un difetto importante, che sarebbe bene rimediare al più presto: chi decide di denunciare ha soltanto 6 mesi di tempo per farlo.
    Il rapporto Istat evidenzia che, nonostante la legge abbia più di vent’anni, le molestie sessuali sui luoghi di lavoro restano un fenomeno di proporzioni enormi, a fronte del quale solo una sparuta minoranza sceglie di reagire. I fatti degli ultimi mesi hanno dimostrato quanto sia difficile – difficilissimo – uscire dal silenzio ed esporsi al giudizio del senso comune e quanto sia difficile affidarsi a una società che culturalmente deve ancora fissare i suoi punti di riferimento.
    Con Nome di donna, ho cercato di dare vita a un personaggio che potesse uscire da quell’esercito relegato nel limbo del silenzio e di raccontare una storia che restituisse almeno in parte la complessità e il dolore rappresentato dalla molestia anche quando si agisce la volontà di affrontarla anziché subirla. La volontà di non sottostare all’abuso di potere. Di non accettare il ruolo di vittima predestinata. Di ribellarsi.
    Ho cercato di rappresentare diversi gradi di sensibilità femminile, ognuna incarnata in un personaggio con modi diversi di affrontare – o rimuovere – il problema, consapevole che la percezione di questo tipo di abuso dipende da molti fattori che concorrono a formare una personale soglia di tolleranza. Ho cercato di evitare il metro del giudizio per percorrere la strada della comprensione, mi sono tenuta vicina ogni donna, anche quelle più integrate nel sistema che subiscono, e proprio per questa ragione le più deboli. Ho cercato con loro una condivisione.
    Scrivendo di Nina, non ho potuto fare a meno di chiedermi che cosa avrei fatto al suo posto, già sapendo che non avrei avuto lo stesso coraggio, soprattutto la stessa capacità di sopportare la solitudine – l’isolamento – a cui condanna la decisone di ribellarsi.
    Mi auguro che questa storia, pur non tacendo del prezzo alto che comporta ogni ammutinamento alle cattive regole, possa alimentare la speranza che le cose non restino così per sempre.
    Cristiana Mainardi

    NOTE DI REGIA
    In questo momento il tema delle molestie è all’ordine del giorno. Dovrebbe esserlo sempre, perché questo malvezzo è duro a morire, ma quando Cristiana Mainardi cominciò a scrivere, e per tutto il periodo delle riprese del film, ho pensato che non sarebbe stato facile ottenere attenzione. Un po’ perché si scatenano subito automatismi e fazioni, un po’ perché si rischia l’ipocrisia del “politicamente corretto”. Non che il “politicamente scorretto” sia meno stucchevole: s’è visto anche in tempi recenti l’untuosità di quanti sono andati subito a sbucciare le vittime dei soprusi anziché difenderle o esprimere solidarietà. Il predatore gode - evidentemente non solo in Italia - di una sorta d’impunità “culturale”: le sue avances sembrano goliardia o goffaggine, non passa per la testa che siano invece aggressioni. “Ai miei tempi si chiamavano complimenti!” commenta sorniona Adriana Asti. Comportamenti tanto più detestabili quando consumati sui luoghi di lavoro, approfittando della gerarchia per mettersi in franchigia. Mi ha sempre impressionato la solitudine che colpisce chi osa ribellarsi, la mancanza di solidarietà (anche di donne verso altre donne), il fastidio che provoca negli altri dover prendere posizione. Quando si accusano le parti lese di non essersi rivoltate, di non aver denunciato per tempo, addirittura di aver “provocato” la situazione, ci si rende conto che il senso comune, la morale corrente, sostiene il seduttore, fa il tifo per lui. E sì che il Legislatore italiano è stato tra i primi a riconoscere la violenza come reato contro la persona e non contro la morale, com’è stato per secoli. C’è una bella differenza fra violenza e molestia, e non bisogna dimenticarlo. Ma sempre di ingiuria contro la persona si tratta, non semplice disinvoltura o prepotenza. E’ infatti qualcosa che non riguarda la “guerra” fra i sessi, o non soltanto. E’ qualcosa invece che tocca la disuguaglianza, il potere che qualcuno esercita su qualcun altro. In questo senso ha molto più a che fare con la lotta di classe (e pazienza se la parola sembra antiquata!) che con la prevaricazione sessuale. Già immagino le obiezioni: e allora? Non si può più fare la corte? Ci vuole la liberatoria prima di azzardare una carezza? Inutile nascondersi dietro un dito: ognuno, uomo o donna che sia, sa benissimo cosa sta succedendo, sa qual è il limite, la linea d’ombra. Chi la oltrepassa sa benissimo di violare un confine.
    Ho girato a Milano i miei primi film, poi sono sempre stato in giro, in Italia, Gran Bretagna, Angola, Norvegia, Grecia, Afghanistan, sempre trovandomi a casa dappertutto, mai soffrendo di nostalgia. Ma tornare sui luoghi dell’infanzia - la bassa lombarda, le anse del Ticino, i canali di Genivolta presso Cremona, villa Mazzuchelli a Brescia e finalmente nella Milano così diversa da quella che ho lasciato quarant’anni fa - è stato come riandare indietro, ritrovare una sorta di felicità prenatale. Mi sono reso conto di quanto sia fotogenica la mia terra, quanto suggestiva la sua luce e smagliante il suo cielo, così abilmente fotografati da Vincenzo Carpineta.
    Molto importante per me è stato il contributo degli attori, le loro invenzioni, il modo in cui ognuno ha cercato di esprimere sensazioni proprie: da Michela Cescon a Bebo Storti, da Stefano Scandaletti a Laura Marinoni, da Renato Sarti ad Anita Kravos, da Patrizia Punzo a Gabriella Riva, da Patrizia Piccinini all’esordiente Stefania Monaco, fino alle amichevoli fulminanti apparizioni di Vanessa Scalera e Linda Caridi. Cristiana Capotondi s’è tuffata nel personaggio di Nina volendo esprimere,anziché fragilità, la determinazione di chi rifiuta di farsi schiacciare e Valerio Binasco non ha avuto paura di calarsi nei panni dello sgradevole disturbato molestatore. Credo che il suo fosse il ruolo più difficile.
    Il film è come fosse costantemente in bilico fra due piani: quello dei fatti che succedono – e che la macchina da presa registra distante, con inquadrature fisse o appena mosse, in una sorta di sguardo “oggettivo” - e quello dell’emotività dei personaggi, Nina prima di tutti ma anche gli altri, sottolineato da movimenti di macchina talvolta impercettibili, talvolta marcati, come se il punto di vista slittasse di continuo, cercando un equilibrio o la sua illusione.
    Infatti ognuno dei personaggi nel film è in costante evoluzione, ognuno deve prendere atto di una crisi, di una totale instabile precarietà. Questo riguarda non solo le colleghe di Nina, pronte a isolarla nel timore di veder franare tutto l’ecosistema cui si sono drammaticamente adeguate, ma anche i personaggi maschili, anche gli antagonisti, dapprima sfrontati poi sempre più fragili, sempre meno convinti e invulnerabili. Questo ha richiesto da parte di tutti gli interpreti un continuo lavoro sulla propria ambiguità, sull’usare le parole del testo non per comunicare ma, al contrario, per nascondersi.
    Anche Nina subisce continui andirivieni fra momenti in cui è convinta e momenti in cui dubita di sé, ha paura di non farcela. Non è un’eroina né una fanatica, né tantomeno l’attivista di una buona causa, ma solo una persona che vede minacciate le sue sicurezze e soprattutto la sua integrità.
    Da ultimo vorrei dire quanto sia stato aiutato a trovare il mio film non solo dai miei due montatori Francesca Calvelli e Claudio Misantoni, ma anche dal musicista Dario Marianelli con la sua partitura piena di forza e delicatezza, sempre interna agli stati d’animo dei personaggi. Per non parlare dei costumi dell’accurata Francesca Sartori, delle scene del pirotecnico Giancarlo Basili e del sostegno di Lionello Cerri, il mio generoso e comprensivo produttore.
    Marco Tullio Giordana
     

    NOTE DI PRODUZIONE
    Lumiére&Co. ha deciso senza esitazioni di produrre “Nome di Donna” in tempi in cui il tema delle molestie sessuali sui luoghi di lavoro era tabù e nella consapevolezza di un argomento difficile.
    Crediamo – e ancora di più l’abbiamo imparato in questi mesi – che sia fondamentale su alcune tematiche sociali aumentare il nostro livello di sensibilità culturale, e che il cinema possa e debba rappresentare un grande contributo a questo scopo. Anche quando questo rappresenta una scelta imprenditoriale ardua e – all’apparenza – in controtendenza rispetto ai gusti di un pubblico portato verso linguaggi e contenuti di più facile fruizione.
    Lumiére&Co. è grata a Rai Cinema per aver creduto in questo film che oggi più che mai è nel solco dei tempi e con cui speriamo di poter apportare il nostro piccolo contributo.
    Lionello Cerri

  • Spunti di Riflessione:

     

    di LDF

    1)    E’ inutile che noi donne ci si illuda: viviamo ancora in una società maschilista in cui, per l’uomo e nell’uomo, vige il concetto di possesso del corpo femminile e di superiorità socio familiare. Basti pensare a quanti essendo o credendo di essere innamorati di una donna la uccidono nel momento in cui ella li vuole lasciare; oppure a quanti altri pretendono di fare della loro compagna la loro schiava. Qual è la vostra opinione in merito?

    2)    E la tragedia del mondo femminile è rappresentata dal fatto che tante di noi accettano e si adeguano creando in molti la convinzione che sia giusto quanto loro facciano. Siete d’accordo, non su quanto loro fanno, ma su questa osservazione?

    3)    Del resto nel corso dei secoli, la donna (tranne rarissimi casi) ha sempre chinato la testa al volere dell’uomo. Di generazione in generazione, le nostre mamme ci hanno insegnato che in una casa è l’uomo che comanda e noi ci dobbiamo solo adattare. Per loro era giusto ma per noi?

    4)    Eppure a titolo di esempio se esaminiamo, nel secolo XX, le due grandi guerre che hanno sconvolto il mondo, quando i soldati erano al fronte erano entrate le donne, al loro posto, nelle fabbriche, coprendo  validamente ruoli mai eseguiti. I conflitti bellici (1914-1919) – (1939-1945) finirono e gli uomini (i sopravvissuti) ritornarono. Il posto alla fabbrica era loro e la donna, secondo il pensiero comune, ritornò “in cucina a fare i biscotti”. E’ stato giusto? Non era forse possibile tenere almeno le migliori?

    5)    “Secondo il pensiero comune” sono tre parole scritte qualche riga prima che comprendono anche un modo di vedere delle donne abituate a vivere nelle pareti domestiche e che, molto spesso, si trovano a invidiare una di loro che, ogni giorno, esce di casa per andare a lavoro. Queste donne, secondo il pensiero del primo ministro inglese Margareth Thatcher, sono le “classiche vipere in seno” pronte ad avvelenare i pensieri degli uomini nei riguardi di donne che vivono  un’altra vita portandoli poi a decisioni pericolose e avventate. Non potete non esservi mai accorti delle “vipere in seno” che vivono con noi e accanto a noi?

    6)    Oggi poi (bontà maschile!), se si entra in politica, si parla di suddivisione “di genere” per aiutare (dicono!) le donne. E questa non è un’ulteriore manifestazione di quanto gli uomini sembra vogliano aiutarci mentre se un aiuto deve esserci è quello di una lotta alla pari in cui il genere, maschile e femminile che sia, non conta nulla. Siete d’accordo?

    7)    Nella vita di ogni donna, penso, siano poche quelle che non abbiano subito molestie. Una parte di noi le ha accettate perchè innamorata o, subite, sperando, magari, in un avanzamento di carriera; altre invece non le volevano e basta. E’ ciò che accade a Nina, la protagonista del film di Giordana che, infastidita dalle molestie subdole del suo capo, gli dimostra chiaramente di non volerle subire e poi si volta intorno per cercare solidarietà per quel comportamento, l’appoggio delle donne con cui lavora che tutte hanno visto e che poche hanno capito. Quando Nina comprende che spesso, come nel suo caso, non esiste la solidarietà femminile?

    8)    Qual è il comportamento di Marco Maria Torri, il dirigente della struttura in cui lavora Nina, quando si rende conto di essere sotto l’attenzione di tutti sia pur con atteggiamenti diversi: solidarietà maschile e curiosità femminile. A proposito della curiosità femminile è giusta l’osservazione fatta nella domanda n. 5 quando si parla di “vipere in seno”?

    9)    Nina, per il suo coraggio nel dire di no, va incontro alla solitudine, legata come dice Cristiana Mainardi, sceneggiatrice  del film, alla sua decisione di ribellarsi.
    Forse qualcuna di noi (spero molte, molte di più) avrebbe il coraggio di opporsi a una subdola violenza come quella subita da Nina da parte del suo capo, ma avrebbe poi la forza di abituarsi alla solitudine, pur inutilmente cercando appoggio da chi non vuole e non può capirla?

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