Dopo la guerra In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Bologna, 2002. La protesta contro la riforma del lavoro esplode nelle università. L’assassinio di un giusvalorista riapre vecchie ferite politiche tra Italia e Francia. Marco, ex-terrorista, condannato per omicidio e rifugiato in Francia da 20 anni grazie alla Dottrina Mitterand, che permetteva agli ex terroristi di trovare asilo oltre Alpe, è sospettato di essere il mandante dell’attentato. Quando il governo Italiano ne chiede l’estradizione, Marco decide di scappare con Viola, sua figlia adolescente. La sua vita precipita, portando nel baratro anche quella della sua famiglia italiana, che, da un giorno all’altro, si ritrova costretta a pagare per le sue colpe passate.

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Annarita Zambrano
  • Titolo Originale: Dopo la guerra
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Produzione: Movimento Films
  • Data di uscita al cinema: 3 maggio 2018
  • Durata: 92’
  • Sceneggiatura: Annarita Zambrano, Delphine Agut
  • Direttore della Fotografia: Laurent Brunet
  • Montaggio: Muriel Breton
  • Scenografia: Paul Chapelle, Maria Teresa Padula
  • Costumi: Séverine Cales, Ursula Patzak
  • Attori: Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Fabrizio Ferracane, Elisabetta Piccolomini, Maryline Canto. Jean-Marc Barr, Orfeo Orlando, Charlotte Cétaire
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    REGIA

    ANNARITA ZAMBRANO

    Annarita è nata a Roma e vive attualmente a Parigi. Ha realizzato diversi cortometraggi selezionati dai più rilevanti Festival cinematografici internazionali: Ophélia, in competizione ufficiale al Festival di Cannes 2013; Tre ore, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, nel 2010; À lalune montante ha esordito nel 2009 alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia mentre Andante mezzo forte fu scelto dalla Berlinale nel 2008. Nel 2013 ha diretto per Rai e Ciné+ L’Âme noir du Guèpard, documentario che analizza attraverso una dimensione politica il capolavoro di Luchino Visconti. Dopo la guerra è il suo primo lungometraggio; la pellicola ha ricevuto il sostegno della Fondazione GAN per il cinema nel 2015 ed è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2017, nella sezione Un Certain Regard.

     

    INTERVISTA CON LA REGISTA ANNARITA ZAMBRANO

    Un film sul terrorismo o sul rapporto tra un padre e una figlia?

    Dopo la guerra è la storia intima di una famiglia divisa in due dalla colpa, è il racconto umano e personale di un padre e di una figlia, di una madre e di una sorella che hanno inciampato nella Storia e non riescono a vivere il loro presente perché avvelenato da un passato non risolto. 

    Non è un film che ha la pretesa di spiegare, raccontare o definire il terrorismo italiano visto che, essendo nata nel ‘72 non ne ho fatto esperienza diretta, ma solo passiva. Quando Aldo Moro è stato ucciso avevo 6 anni. C’è chi crede che a sei anni non si capisce niente, ma vi assicuro che non così. Semplicemente vedi e capisci le cose ma non hai nessuna capacità decisionale. Di fatto gli altri stanno decidendo per te il tuo futuro. Quando tu avrai 20 anni per esempio, anche grazie alle conseguenze di quel rapimento e quella morte Silvio Berlusconi sarà eletto e resterà al potere 20 anni, ma tu questo ancora non lo sai. Già dalle scuole medie, sia io che i miei compagni consideravamo la violenza come una cosa quotidiana, normale. Tutti i giorni dalla televisione accesa in cucina si sentivano notizie sugli attentati: un terrorista di sinistra ucciso a Milano, uno di destra a Roma, e poi le bombe, alla stazione di Bologna, sui treni, nelle piazze. La violenza e gli attentati facevano parte della nostra vita, anche se non capivamo precisamente cosa stava succedendo. Poi, negli anni successivi, quando abbiamo capito, era troppo tardi. Tutto era stato già deciso, già combattuto, già sbagliato, già perso. Ho sempre pensato che la conseguenza di quegli anni bui hanno generato in Italia un completo rifiuto dell’impegno politico, il trionfo dell'edonismo e della corruzione sdoganata. In un certo senso tutti gli ideali, giusti e sbagliati che fossero, erano bruciati negli attentati terroristici. A noi restava la cenere, o l’eroina che aveva invaso  l’Italia  dei primi anni 80. È proprio da questo “sentimento del dopo” che nasce il film. Sono cosciente che quando si abborda un soggetto così difficile, come quello che resta di un periodo storico legato al dolore e alla sofferenza che ha provocato il terrorismo in Italia, i rischi sono sempre enormi. La paura della polemica, della legittimità – scusa e tu chi sei per fare questo film? – sono sempre presenti per chi si avventura su un terreno così spinoso. Ora, secondo me, è proprio quello che bisogna fare, anche rischiando di sbagliare perché no, in fondo è il solo modo di aprire una breccia, un dialogo, una discussione.

    La colpa è un nucleo tematico centrale nel film…

    Il carico della colpa, dei delitti antichi che ricadono su chi resta e deve essere espiato è una costante non solo della cultura classica ma anche di quella cattolica che, anche non volendo, permea il sentire comune di molti italiani, me compresa. Volevo costruire questo film come una tragedia - intesa nel senso classico del termine - con al centro un quesito fondamentale sulla colpa, come passa da un paese all'altro, da una generazione all'altra, da un padre ai suoi figli. 

    Nelle sue “Lettere luterane” Pasolini dice che uno dei temi più misteriosi del teatro classico è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Con lo stesso meccanismo, mostruoso e necessario, la mia generazione si è trovata prima a piangere i morti senza avere gli strumenti per capirne le ragioni  profonde, poi a essere esasperata e a voler mettere da parte il passato comprandosi un futuro basato sulla superficialità, sulla riuscita… una cosa che trovo profondamente ingiusta. Sono sempre stata perseguitata dall’idea della giustizia, da quello che è giusto o ingiusto, anche per la scrittura di questo film. Alla fine ho capito che dovevo aprire la riflessione e che Dopo la guerra non doveva essere un film sulla giustizia, ma sull’impossibilità del comprenderla, e sugli errori che gli uomini commettono quando sono accecati dalla smania di distinguere il giusto e l’ingiusto. Marco non si sente colpevole e non si pente (una posizione oltranzista che Barbara Balzerani ha ribadito pubblicamente davanti allo sgomento generale il giorno dell’anniversario della strage di via Fani) e in qualche modo il suo senso d’irresponsabilità ricade sulla sua famiglia di origine e sulla figlia.

    Un passato che arriva con prepotenza nel presente, da qui un film sul dopo.

    Dopo lo stimolo narrativo iniziale, i personaggi percorrono ognuno la propria traiettoria personale. La colpevolezza più grande di loro, che appartiene alla Storia, li segue nei loro percorsi, sui quali ovviamente incidono anche il libero arbitrio e le responsabilità individuali. Ho voluto rappresentare la passività della famiglia italiana, immersa in un’atmosfera ovattata e claustrofobica, in cui la complessità della realtà e del passato deve restare nell’oblio. L’esistenza di Anna è riempita dall’assenza criminale del fratello colpevole. Anna ha fatto di tutto per riscattarsi: ha sposato un giudice, si prende cura della madre, insegna letteratura cercando di contrastare la cultura della violenza. Ma questo non è sufficiente, nonostante cerchi di mantenere un profilo basso nella sua vita borghese e misurata, “L’Inferno” l’accompagna e le ricorda costantemente le colpe della sua famiglia. La paura della violenza, come se quest’ultima potesse tramandarsi sotto forma di malattia genetica, permea tutto il suo sguardo, anche quello su sua figlia di 6 anni.

    Ci spiega la scelta della scena iniziale?

    La scena iniziale serve da reminiscenza di un'altra epoca. Ho scelto di non usare flashback in tutto il film e per l’inizio, per dare da subito una direzione narrativa e morale, ho deciso di rappresentare qualcosa che evocasse le lotte studentesche e quel tipo di passato pur essendo reale e attuale. L’energia della contestazione iniziale sfocia in una violenza manifesta che prescinde la volontà dei giovani. La legittima ribellione è presa in ostaggio, così la contestazione diventa impossibile, minacciata dallo spettro del sangue.

    Ci può spiegare la scelta fatta per trattare il conflitto generazionale tra il padre e la figlia e le decisioni prese da entrambi? 

    La figura di Marco è molto invadente, sia fisicamente che moralmente. È un personaggio che invade tutto lo spazio e non lascia possibilità decisionali a chi lo circonda o lo ha circondato. È lui che decreta cosa deve fare Viola della sua vita – essere forte, intelligente, studiare da sola, rinunciare ai suoi amici, alla scuola, al diploma, alla pallavolo, ai bisogni futili come un paio di jeans - ed è lui ad aver deciso, o piuttosto provocato lo stato di frustrazione in cui vivono sua sorella e sua madre in Italia. Senza alcun giro di parole penso che in Italia Il Padre rappresenti ancora una figura maschile legata all’autorità, al potere, una figura affiancata da Dio, Stato e Papa, anche loro ineluttabilmente maschili. Da questa riflessione arrivo a sposare l’idea che il sacrificio del padre è necessaria! Nel film la possibilità di sacrificare il padre, attraverso un atto incosciente, coincide di fatto con l’occasione di iniziare un ciclo nuovo, seppure molto difficile. Si prospetta infatti davanti agli occhi di Viola un percorso fatto di colpa, di solitudine e di ostacoli ma di libertà individuale. 

    Marco da parte sua, come tutti i personaggi tragici è auto referenziale e auto contradittorio. È ovvio che, nel profondo di se stesso, è cosciente della colpa che sta trasmettendo a sua figlia, ma fa finta di non vederla. Ha scelto di essere cieco per comodità, per arroganza, soprattutto per debolezza umana ma è anche per questo che soffre, se fosse incosciente della sua colpa non soffrirebbe. Marco in qualche modo, attraverso la sua cecità, non vedendo le esigenze della figlia e non volendo rinunciare a lei, prepara il suo stesso sacrificio. È colpevole del proprio destino e si avvia inesorabilmente verso la trasmissione della sua colpa alla figlia.

    Perché il film è per la parte italiana ambientato a Bologna?

    In un primo momento ho pensato di ambientare il film a Roma, la mia città. Poi ho scelto Bologna, una città più piccola dove gli elementi positivi e negativi sono subito più evidenti, i conflitti esplodono più facilmente, le buone pratiche si sviluppano più velocemente. Teatro di tanti episodi cruciali per la Storia italiana, Bologna è emblematica soprattutto dal punto di vista umano, per l’alta concentrazione di partecipazione civica, politica, associativa.

    Ci spieghi meglio la posizione della Francia nei confronti del terrorismo italiano da Mitterand a Chirac?

    La ferita è viva e aperta. Nel 1985 il presidente della Francia Francois Mitterand promise che non avrebbe estradato i cittadini italiani accusati di terrorismo. È stata una parola orale, non una vera e propria legge, che però ha permesso a qualche centinaia di italiani di trovare una nuova patria in Francia. L'idea di Mitterrand era quella di facilitare il percorso di coloro che cercavano di uscire dalla lotta armata e favorire una soluzione politica al problema, ma soprattutto di scongiurare una possibile riorganizzazione eversiva dei fuoriusciti italiani sul suo territorio con l’aiuto di centinaia di militanti di estrema sinistra francesi già monitorati dopo la scoperta del gruppo Action Directe ( gruppo terrorista francese di estrema sinistra). Di fatto la Francia non era per niente al riparo da una deriva terrorista di estrema sinistra e Mitterand lo sapeva. Oltre a questo la Francia rivendicava una posizione umanista, in difesa dei diritti dell’uomo, valutando che le leggi speciali italiane dell’epoca minacciassero le libertà fondamentali. Si scontravano due diverse culture giuridiche: la Francia dava una lettura politica, non penale, di quello che stava accadendo in Italia, ascrivendo il terrorismo alla categoria di guerra civile e quindi giudicando anticostituzionali le misure di urgenza prese per contrastarlo. Il risultato fu che, con una grave ingerenza, persone già condannate da uno stato democratico, trovarono rifugio in un altro stato democratico confinante. Senza voler entrare troppo nel merito, si può certamente dire che ci fu una mancanza di rispetto per la giustizia italiana e per le famiglie delle vittime. 

    Nel 2002, in seguito all’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, con condizioni geopolitiche profondamente mutate, il presidente Jacques Chirac decise invece di collaborare con l’Italia che richiedeva l’estradizione degli ormai ex- terroristi radicati in Francia. Per l’Italia fu probabilmente un pretesto, che riportò però alla luce un conto aperto da regolare. L’occasione era quella giusta per riaprire una riflessione sul terrorismo in Italia mai affrontata davvero: alcuni colpevoli non si sono mai pentiti, alcuni di loro non hanno mai pagato, anche perché in tanti ancora non riconoscono la giustizia dello Stato italiano, avendolo combattuto. Il film non approfondisce la tematica giuridica ma pone delle domande, sicuramente attuali in un momento in cui la Francia in primis sta facendo i conti con altre forme di terrorismo. È giusto dare rifugio ai condannati? È giusto lo stato d’urgenza? È giusto che un assassino paghi la sua colpa anche dopo anni? O mai? È giusto rimangiarsi la parola data?

    Come hai scelto gli attori principali del film?

    Avevo bisogno, per il ruolo di Marco, di un attore italiano che parlasse francese, così ho pensato a Giuseppe Battiston, che aveva tra l’altro un fisico che mi interessava. Mi permetteva di schivare qualsiasi possibilità di “romanticismo”: volevo assolutamente evitare che si creasse il fascino dell'ex terrorista, il cliché del bel ragazzo con la barba, moro, attraente alla Che Guevara. Cercavo un fisico con i segni della vita vissuta, un uomo imponente che occupasse tutto lo spazio moralmente e fisicamente. Charlotte Cétaire, che interpreta Viola, è stata una scelta ovvia: ha appena compiuto 18 anni, è destinata a ballare, non è ossessionata dall'idea di fare l'attrice. Mi piace la sua intensità nei silenzi. Barbora Bobulova, che nel film è la sorella Anna, è un'attrice eccezionale, con un'umanità molto forte e con quell’attitudine alla tragedia che cercavo. Lavora principalmente in Italia ma è di origine slovacca: ero sicura che non essendo stata influenzata direttamente dalla Storia dell'Italia potesse darmi alcune sfumature interessanti.

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di LDF

    1) Fu una pesante eredità degli anni di piombo quando il presidente francese, Francois Mitterand, creò una sua “dottrina”, in base alla quale i terroristi italiani, venivano accolti in Francia senza che l’Italia ne potesse chiedere l’estradizione. Dov’era la giustizia in questa decisione di Mitterand e quali furono i motivi per cui egli protesse i nostri, molti dei quali erano delle Brigate rosse?

    2) Le Brigate rosse si macchiarono di delitti e spesso di sangue innocente. Ora tutti coloro che sono stati in carcere, sono liberi e, liberamente, parlano anche in congressi e in televisione di quello che fecero. Vi pare giusto tutto ciò?

    3) Severino Boezio antico filosofo e politico scrisse: “Il diritto è degli uomini e la giustizia è di Dio”. Rileggendo le domande precedenti, secondo voi, aveva ragione o no?

    4) Il film narra la storia di Marco un ex militante di estrema sinistra, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un professore universitario e riparato e protetto in Francia per la già citata dottrina Mitterand.

    Eppure Marco non è sicuro in Francia e vuole riparare in Sud America. Perché se, in base alla decisione del Presidente francese, anche ove l’Italia ne chiedesse l’estradizione, non sarebbe concessa?

    5) Marco che si considera un soldato, in nome dei suoi pericolosi ideali, ha mai pensato, prima in Italia e poi in Francia, alla sua famiglia (madre, sorella e figlia adolescente) che subisce, soffrendo, la sua scelta?

    6) Perché Annarita Zambrano, la regista del film, ha ambientato la storia di Marco nel 2002, anni in cui venne ucciso a Bologna il giuslavorista Marco Biagi dalle Nuove Brigate Rosse?

    7) La Zambrano, ha detto, in un’intervista che, secondo lei, gli anni di piombo per coloro che li hanno vissuti sono una ferita ancora aperta. Ha ragione secondo voi? Domandatene notizie ai vostri genitori e ai vostri nonni e poi esprimete la vostra opinione.

    8) Sempre la Zambrano afferma di aver affrontato il problema attraverso due prospettive: quella dell’Italia e quella della Francia. Secondo voi perché? Ammesso che ci sia una ragione, per voi questa ragione l’ha l’Italia o la Francia?

    9) “Dopo la guerra” può essere definito un film sulla colpa, sull’incapacità di cambiare idea, condizionata da un proprio ideale di giustizia! Ideale che, come a Marco, faceva dimenticare quanto soffrisse la sua famiglia, quanto sangue avesse sparso nella convinzione, lottando contro lo Stato, di aver partecipato a una guerra civile. Questo era ciò che avevano insegnato loro, i “Cattivi Maestri”, quelli che, vuoi per la loro cultura, vuoi per il loro entusiasmo,  condizionarono i giovani di allora fino a che lo Stato cominciò a trovare, tra i brigatisti, dei pentiti. Fu giusto, secondo voi, questo comportamento del Governo che, in cambio di delazioni contro gli antichi compagni, avrebbe protetto i delatori e arrestato gli altri o fu l’unica “chance”, in quel lungo momento storico per garantire la sopravvivenza a tanti cittadini innocenti?

    10) Siete d’accordo, alla fine del film, su ciò che succede a Marco, idealista perverso, narcisista fanatico, accecato dalla propria personale idea di giustizia?

    Oggi l’Italia sta conducendo una battaglia reale con il Brasile, chiedendo l’estradizione di un terrorista, Cesare Battisti che, secondo la legge italiana, si è macchiato del sangue di uomini innocenti.

    Anche lui, prima di andare in Brasile, ha goduto, in Francia, della “dottrina Mitterand”. Non è strano che molti brigatisti, come Battisti e come Marco, il protagonista del film, dopo essere stati salvati dalla Francia, tentarono di allontanarsene andando in Sud America? Temevano l’estradizione in Italia ove Mitterand fosse morto? E qual è ora la situazione dei terroristi in territorio francese, calcolando che molti di loro ormai, sono ritornati in Italia? 

    Sia che i suddetti terroristi siano oggi liberi, o in Italia o in Francia  o in Brasile dove è ora Battisti che è in attesa di un’estradizione che non arriva mai, viene ancora da chiedersi: dov’è la giustizia?

     

     

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