Il codice del Babbuino In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

     

    Nelle vicinanze di un campo rom viene rinvenuto il corpo di una donna, vittima di uno stupro. Il compagno della ragazza, Tiberio, si mette subito alla ricerca dei responsabili, convinto a vendicare personalmente la sua donna. Accanto a lui l’amico Denis, padre di famiglia senza lavoro che, per la disperazione, ha deciso quella notte stessa di iniziare a spacciare droga. Denis tenta in tutti i modi di far desistere dai progetti di vendetta il giovane e impulsivo Tiberio, ma la situazione si complica terribilmente quando entra in scena il Tibetano, sornione e beffardo boss del quartiere con il quale Denis è pesantemente indebitato…

     

     

  • Genere: Documentario
  • Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
  • Titolo Originale: Il codice del babbuino
  • Distribuzione: Indipendente
  • Produzione: Donkey’s Movies
  • Data di uscita al cinema: 17 maggio 2018
  • Durata: 81’
  • Sceneggiatura: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
  • Direttore della Fotografia: Marco Pocetta
  • Montaggio: Marco Pocetta
  • Scenografia: Nicoletta Saporetti
  • Costumi: Rita Vanelli
  • Attori: Denis Malagnino, Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti, Marco Pocetta, Fabio Sperandio, Alessandro Ronzoni, Cristina Morar, Lionello Pocetta, Daniele Guerrini
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    DAL COLLETTIVO AMANDA FLOR ALL’ASSOCIAZIONE DONKEY’S MOVIES.

    Il collettivo Amanda Flor nasce nel 2004 da un gruppo di giovani autori di Guidonia Montecelio, per proporre un cinema orientato su problematiche sociali e attuali.

    Nel 2006 realizza il lungometraggio “La Rieducazione”: presentato come film di chiusura alla 63. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della Settimana Internazionale della Critica, il film ottiene grande favore di pubblico e critica diventando uno dei “casi” del festival. Un successo che si ripeterà anche nei numerosi e successivi festival mondiali a cui il film prenderà parte.

    Successivamente il collettivo realizza e produce i cortometraggi “Visitazione”, “Una piccola soddisfazione”, “L’odore del pesce” e “Annunciazione”, che vanno a confermare l’originalità e la qualità artistica del progetto.

    Grazie alla partecipazione a festival prestigiosi e ai numerosi riconoscimenti ottenuti, nel 2010 Amanda Flor si costituisce come società di produzione e distribuzione, con Alessandra Alfonsi, Davide Alfonsi, Daniele Guerrini, Denis Malagnino e Daniele Malagnino. Attiva in molti settori multimediali, la società utilizza i divergenti elementi del linguaggio cinematografico per affrontare e mostrare le tematiche sociali attuali.

    Nello stesso anno produce il film “Ad Ogni Costo”, presentato alla V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, sezione L’Altro Cinema | Extra (curata da Mario Sesti), e vincitore del Premio Ovidio d’Argento per la Migliore Interpretazione Femminile al Sulmona Cinema Film Festival.

    Per Fox International realizza la web serie “Don Mario – Liberaci dal male”.

    Nel 2011 arriva l’edizione DVD del film “La Rieducazione”, con un cofanetto dedicato, edito da Eskimo di Dario Formisano (collana Officine Italiane) e distribuito da Koch Media.

    Nel 2012 è la volta della web serie “The Marduk’s”, una sit-com animica dai toni felicemente ironici e beffardi.

    Nel 2015 il collettivo cambia pelle: si conclude la felice esperienza di Amanda Flor e il progetto si

    costituisce come Donkey’s Movies, associazione culturale di promozione sociale.

    Tra le produzioni della Donkey’s Movies, il lungometraggio “Il Codice del Babbuino”, nelle sale dal 17 maggio con Distribuzione Indipendente.

     

    NOTE DI REGIA 

    # IL FILM IN BREVE

    “Il Codice del Babbuino” è una variazione su un tema classico della cinematografia, quello dei film “stupro e vendetta”. Una sorta di western ambientato nell’hinterland romano, con i campi rom al posto degli accampamenti indiani, le sale slot in luogo dei saloon, i tetri casermoni della Via Tiburtina che si stagliano nel buio a ridefinire uno spazio più soffocante e angusto rispetto alle guglie della Monument Valley.

    Proprio come nei film western lo sceriffo non c’è – o se c’è, è stravaccato nel suo ufficio, ubriaco – e dunque l’esercizio della giustizia diventa un atto pericolosamente privato, irrazionale e impulsivo, lasciato nelle mani dei nostri protagonisti: cowboy scheggiati, sopraffatti dalla durezza del vivere, che non montano cavalli ma percorrono pericolosi sentieri indiani a bordo di una vecchia utilitaria Citroen, con la spia sempre in rosso.

     

    # L’IDEA, I CONTENUTI, LA LAVORAZIONE

    L’idea nasce da un fatto di cronaca nera accaduto a Guidonia una decina di anni fa, la sceneggiatura del film, infatti, prende vita già nel 2012: una gestazione lunga e complicata, segnata da serie difficoltà produttive che hanno portato il progetto a vedere la luce soltanto nel 2017.

    Lo script iniziale era molto diverso dall’attuale, si basava su tre storie, intrecciate tra loro, scaturite dallo stupro di una ragazza. Purtroppo, siamo stati costretti a eliminare due dei tre filoni narrativi per poter realizzare più facilmente il film. Le produzioni no budget, come la nostra, comportano queste evirazioni continue alla fantasia, devi sempre riporre nel cassetto pagine e pagine di sceneggiatura che non potranno mai essere realizzate in quanto fuori budget. Siamo comunque andati avanti, nonostante tutto e tutti, spinti dal bisogno di assecondare quell’esigenza artistica che da sempre ci accompagna e soprattutto di  raccontare proprio questa storia e questo scenario, che veicola messaggi e temi a noi cari.

    Alla base del film vi è un crimine – lo stupro di una giovane donna –, e se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione, quella del nostro protagonista sarà impulsiva e pericolosa. La vendetta non porta mai a nulla di buono, è del tutto inutile e controproducente. Pensiamo sia assolutamente pericoloso oggi parlare di “giustizia privata” e il nostro film, nel suo piccolo, vuole appunto rimarcare l’imprudenza di certi messaggi politici. Del resto in un Paese come il nostro, dove si è privatizzato tutto, è quasi comprensibile che la gente ricerchi giustizia privata, ma ci teniamo a sottolineare che questo comportamento è quanto di più deleterio possa accadere, la fine di ogni comunità civile. Sin dal titolo del film abbiamo voluto rimandare ai tipici comportamenti di gruppo del babbuino: questi animali sono soliti coalizzarsi per isolare e cacciare dal gruppo gli esemplari più deboli, che non sono in grado di difendersi.

    Resta l’amaro in bocca nel constatare quanto, nonostante il tempo trascorso, storie come le nostre – da “La Rieducazione” passando attraverso “Ad Ogni Costo” fino a “Il Codice del Babbuino” – restino sempre dannatamente attuali, soprattutto in Italia.

     

    # LO STILE E LA VISIONE

    Il nostro è un cinema “grezzo”, che ogni spettatore plasma a sua immagine e somiglianza, a seconda della realtà in cui vive e della dimensione in cui si muove. O ci entri, o ti lascia fuori. Quando fai cinema nella più totale indipendenza e libertà devi necessariamente fare di necessità virtù, il che da un lato è una grandissima frustrazione ma dall’altro è un raro e prezioso stimolo, grazie al quale si riesce a superare i propri limiti. Nei nostri film, anche per mere e banali esigenze di produzione, non vi è nulla di patinato o costruito a tavolino, è tutto autentico e istantaneo, per noi contano le storie, i personaggi borderline che raccontiamo e il contesto sociale in cui li facciamo muovere, nient’altro. Non siamo dei puristi del cinema e non ci siamo imposti delle regole, forse ai tempi de “La Rieducazione” in noi c’era una certa vocazione, quasi savonaroliana, nel rivendicare un cinema nuovo, crudo, lontano da certi stereotipi del cinema italiano. Quel che possiamo affermare oggi, con certezza, è che mai e poi mai faremo film in cui, de jure, donne, stranieri, gay e poliziotti sono aprioristicamente i buoni del film. Il buonismo è la metastasi della creatività e purtroppo, oggi, pochi registi scelgono di girare storie realmente cattive… ma questa è un’altra storia.

    Negli anni ci siamo messi in gioco attraverso forme e stili diversi, utilizzando gli elementi del linguaggio cinematografico per affrontare e mostrare le tematiche sociali attuali. Se avessimo un budget adeguato, non avremmo problemi a realizzare un film di cappa e spada o un fantasy, l’importante è catturare l’attenzione dello spettatore, giocare con i suoi giudizi e pregiudizi, le sue aspettative e le sue convinzioni. A nostro avviso il cinema deve essere uno shock visivo, estetico e morale. Sarebbe auspicabile che questa “apertura” venisse sostenuta, con maggiore forza e convinzione, anche e soprattutto dai “piani alti”, da quel sistema che, in termini produttivi e creativi, decide le sorti del cinema italiano.

    [Davide Alfonsi, Denis Malagnino]

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    1) Il film inizia con lo stupro di una giovane donna. Cosa vuol dire per un uomo stuprare? Dimostrare, con la violenza e la forza fisica, una propria debolezza di fondo a fronte dell’universo femminile?

    2) Per secoli la donna è vissuta in una società maschilista, spesso fingendosi (e non essendo) buona, timorata e ubbidiente. Nella metà del secolo scorso avvenne, però, una reazione del mondo femminile che, stanco di soprusi e violenze, voleva decidere da solo il proprio futuro. Quale fu allora la reazione degli uomini? E qual è la loro reazione adesso?

    3) La legge ha deciso, da tempo, di punire gli omicidi ma ora le uccisioni di donne, i cosiddetti femminicidi, sono in aumento. Secondo voi perché? Perché sono gli uomini a temere una nuova autonomia femminile e, se si sentono deboli mentalmente di fronte alla propria donna, reagiscono con la forza che hanno anche le bestie?

    4) E’ strano notare come, in ben due delitti recenti, nel primo l’uomo ha tentato di uccidere la moglie e poi ha ucciso le due figlie e si è sparato con la pistola di ordinanza: era un poliziotto. E, poi, nel secondo, recente, l’uomo descritto tranquillissimo ha ucciso la donna e poi ha precipitato la figlia undicenne da un cavalcavia e, dopo tre ore di parole inutili, si è lasciato cadere, muorendo. Perché? Perché uccidere anche i figli?

    5) Lo stupro da cui inizia il film presuppone una vendetta. La vendetta di chi ha visto la propria donna ridotta a un oggetto, la vendetta che sa di rivalsa. E’ giusto, secondo voi, vendicare personalmente il male e l’offesa?

    6) Oggi si parla di giustizia privata, legata alla figura del cittadino che si fa giustizia da solo. E’ giusto, secondo voi, armarsi e uccidere per pagare un affronto per affrontare, a casa propria, un ladro entrato per rubare oppure, se continua così, è proprio la giustizia  privata che può diventare “la fine di ogni comunità civile”?

     

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