Il Bene mio In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Elia, ultimo abitante di Provvidenza, paese distrutto da un terremoto, rifiuta di adeguarsi al resto della comunità che, trasferendosi a “Nuova Provvidenza”, ha preferito dimenticare. Per Elia, invece, il suo paese vive ancora e, grazie all’aiuto del suo vecchio amico Gesualdo, cerca di tenerne vivo il ricordo. Quando il Sindaco gli intima di abbandonare Provvidenza, Elia sembrerebbe quasi convincersi a lasciare tutto, se non cominciasse, d’un tratto, ad avvertire una strana presenza. In realtà, a nascondersi tra le macerie della scuola, dove durante il terremoto perse la vita sua moglie, è Noor. Lei è una giovane donna in fuga e sarà questo incontro, insieme al desiderio di continuare a custodire la memoria di Provvidenza, a mettere Elia di fronte a una inesorabile scelta.

     

  • Genere: drammatico
  • Regia: Pippo Mezzapesa
  • Titolo Originale: Il Bene mio
  • Distribuzione: Altre Storie
  • Produzione: Altre Storie con Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 4 ottobre 2018
  • Durata: 95’
  • Sceneggiatura: Massimo De Angelis
  • Direttore della Fotografia: Giorgio Giannoccaro
  • Montaggio: Andrea Facchini
  • Scenografia: Michele Modafferi
  • Costumi: Sara Fanelli
  • Attori: Sergio Rubini, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito, Michele Sinisi, Teresa Saponangelo, Caterina Valente
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    REGIA

    Pippo Mezzapesa

     

    Nato a Bitonto il 28 settembre del 1980, consegue la maturità classica e si laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari. Inizia la sua carriera di regista e sceneggiatore nel 2001, con il corto Lido Azzurro, a cui seguono alcuni dei cortometraggi più premiati degli ultimi anni. Del 2004 è Zinanà, fortunata e commovente storia di un suonatore di piatti, che vince il David di Donatello ed è finalista ai Nastri d'Argento. Due anni dopo, con Come a Cassano, racconta l’omonimia fra un ragazzino e il famoso calciatore barese, ottenendo una menzione speciale ai Nastri d'Argento.

    Nel 2005 intraprende un percorso anche nel cinema documentario con Produrre consumare morire, indagando sui disastri e le morti causate dal Petrolchimico di Brindisi. Nel 2008 il documentario Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate, che mescola cinema del reale a invenzione, viene presentato al Festival di Venezia, come evento speciale della Settimana della Critica.

    Nel 2009 dirige uno dei cortometraggi del progetto Per Fiducia dal titolo L’Altra metà, mini road movie sulla fuga di un'anziana donna da una casa di riposo. Il cortometraggio ottiene la nomination al David di Donatello e al Globo d'Oro, oltre a una menzione speciale per la regia ai Nastri d'Argento e il premio Michelangelo Antonioni al Bif&st.

    Nel 2011 firma la sceneggiatura e la regia del lungometraggio Il Paese delle spose infelici, tratto dall'omonimo romanzo di Mario Desiati. Storia della formazione alla vita e dell'amore sognato di due adolescenti per una donna misteriosa, il film, prodotto da Fandango e Rai Cinema, viene selezionato nel Concorso Ufficiale della Festa internazionale del film di Roma. Nel 2012 produce, scrive e cura la regia del documentario Pinuccio Lovero - Yes I Can, sulla candidatura alle elezioni comunali del becchino Pinuccio Lovero, selezionato in concorso nella sezione Prospettiva Italia del Festival Internazionale del Film di Roma. Nello stesso anno gira anche il documentario breve SettanTA, ritratto di una giornata particolare all'ombra delle ciminiere dell'Ilva, nel quartiere Tamburi di Taranto, che ottiene la candidatura ai David di Donatello e vince il Nastro d'Argento. Nel 2017 gira il cortometraggio La Giornata per CGIL e FLAI. Il film breve, basandosi su inchieste giornalistiche e atti processuali sulle nuove forme di caporalato, porta alla luce la vicenda di Paola Clemente, bracciante di quarantanove anni morta di lavoro nelle campagne pugliesi. Ottiene la candidatura ai David di Donatello e al Globo d’Oro e vince il Nastro d’Argento speciale per l’impegno sociale.

    Nel 2018 firma sceneggiatura e regia del lungometraggio Il bene mio con Sergio Rubini, prodotto da Altre Storie con Rai Cinema, che sarà presentato come Evento Speciale alla 15° edizione delle Giornate degli Autori 2018.

     

    Tratto da www.cinematographe.it

    È una storia dolcemente dolorosa quella di Pippo Mezzapesa. Un uomo, un fantasma che non lo può abbandonare ed un senso di colpa che peserà per sempre sul suo cuore. Pochi elementi e una città abbandonata, questo il necessario per realizzare Il bene mio, un Evento Speciale Fuori Concorso alla 75ª mostra del Cinema Internazionale di Venezia che vede alla scrittura e alla regia il giovane autore pugliese e nel ruolo del personaggio principale l’attore Sergio Rubini. Ed è proprio nella sua terra che il cineasta va a porre il proprio racconto. Una fiaba amara, come una leggenda che si passa di paese in paese e aleggia in quei territori per il resto delle generazioni.

    C’è un uomo che non vuole lasciare il proprio paesino. È rimasto il solo ad abitare ancora in quella piccola fazione di territorio, in cui oramai neanche più le pecore vanno a pascolare. Il suo nome è Elia (Sergio Rubini) e il motivo per cui non se ne va è che sua moglie è morta proprio lì, in quel luogo che loro ritenevano il proprio porto sicuro, spazzato via da un terremoto che non ha mancato di lasciare dietro a sé numerose vittime. Non c’è nulla da fare, Elia non vuole assolutamente andarsene. Lui deve rimanere lì, accanto alla sua amata, anche quando la polizia è pronta a rimuoverlo e sembra aggirarsi per il paesino una presenza strana…

    Il bene mio: la fiaba amara di Pippo Mezzapesa

    Pippo Mezzapesa è al suo secondo lungometraggio e, con la produzione di Altre Storie e Rai Cinema, riesce a mettere in scena un inno disperato non solo per l’amore che lega un uomo alle proprie radici, ma per il sentimento che trascende la morte e rende il restare l’unico modo per tenere ancora vicino le cose più importanti. Una riflessione che non scende mai nel profondo e non ha intenzione di farlo, piuttosto preferisce dare spazio ad una tenerezza amara che avvolge non solo la cittadina, ma il destino irremovibile del suo protagonista.

    Sergio Rubini ha la pelle abbronzata da quel sole del sud che gli colora la faccia e marca tutte le rughe presenti sul suo viso, non solo ad indicare gli anni che passano, ma a sottolineare una pesantezza derivante tutta dall’incapacità di rassegnarsi alle ingiustizie che troppe volte non ci permettono di continuare la nostra esistenza come l’avevamo sempre immaginata. E non è un caso che il posto che il protagonista non vuole assolutamente lasciare si chiami Provvidenza, quella che speriamo un giorno possa passare ed aiutarci, ma in cui è anche facile smettere di credere.

    Il bene mio e l’incapacità di separarsi da ciò che si ama

    Nell’incapacità di accettare le sorti che sono state riservate al proprio pezzo di terra in questo mondo, il personaggio rivive il passato e non riesce a superarlo neanche quando si vede passare di fronte l’incarnazione del futuro. Questo sotto forma di una donna che ha bisogno di aiuto e che potrebbe significare il poter ricominciare una nuova vita. Ma è l’esilio la strada che intraprende l’esule Elia e che Rubini sa comunicare attraverso i suoi occhi stanchi.

    La difficoltà di separati da ciò che siamo è ne Il bene mio il perno del racconto e la rovina – non tragica, quanto melanconica – del protagonista, una storia che accarezza delicatamente l’idea dell’arresa e non ricerca un sollievo che molte volte nella vita non arriva a salvarci, ma che può comunque donare pace, anche in maniera sconsolata.

     

    Tratto da www.sentieriselvaggi.it

    Ancora il vento e la terra. Da Il paese delle spose infelici a Il bene mio il cinema di Pippo Mezzapesa fa sentire sulla pelle la materia fisica della sua terra. Stavolta nelle zone di Provvidenza, paese distrutto dal terremoto dove c’è rimasto solo un ultimo abitante, Elia. Il Sindaco cerca in tutti i modi di costringerlo ad abbandonare il paese. Lui però non ne vuole sapere soprattutto quando all’improvviso inizia ad avvertire una strana presenza.

    Una ghost-story, un cinema popolato da spettri. Con l’illusione iniziale di un pannello in apertura con la piazza di Provvidenza prima del terremoto che nasconde in realtà soltanto le sue macerie. Un ottimo Sergio Rubini sembra quasi un fantasma ‘burtoniano’ tipo Beetlejuice di un luogo abbandonato, un non-morto. Tutti gli altri personaggi invece potrebbero essere delle sue proiezioni soggettive.

     

    Il suono della terra, come in tutto il cinema di Mezzapesa, ha un’importanza fondamentale. Qui ribadito anche dalla citazione/visione di Balla coi lupi di Costner. Un altro film parallelo che rimbomba nella testa. I rumori del vento (ancora un velo portato via) ma soprattutto quelli delle oscure presenze prima della scoperta della giovane ragazza in fuga diventano una traccia fondamentale e rendono Il bene mio un film sul lutto astratto, che fonde l’allucinazione con la realtà, che s’innalza verso il cielo ancora come traiettoria western. Al tempo stesso sembra anche di avvertire le presenze nella città dei morti a cominciare da Maria, la moglie del protagonista. E le uniche figure reali sembrano essere soltanto quello dei turisti che, con Gesualdo (Dino Abbrescia), vecchio amico di Elia, vengono a visitare il luogo.

    Il cinema di Mezzapesa parla ancora di morte con un’immediatezza sorprendente come nell’ultimo bellissimo cortoLa giornata su Paola Clemente, la bracciante pugliese di 49 anni morta di fatica sotto il sole del 13 luglio del 2015. E si sofferma su due termini-chiave dell’elaborazione del lutto: ricordare o dimenticare. Tutto lo scarto tra Provvidenza distrutta dal terremoto e il nuovo paese. Ma mescola sapientemente anche situazioni comiche come in Pinuccio Lovero – Yes I Can. Con Sergio Rubini che sembra leggero come l’aria. Che cambia anche faccia. Corpo. Dal giorno alla notte. Gli occhiali ritrovati, rotti e poi aggiustati, potrebbero essere uno squarcio. E quando cala l’oscurità, ecco alcuni dei momenti più belli del film: l’arrivo dei ragazzi in motorino. Con quei fari nella notte come i motociclisti sul racconto in Roma di Fellini. Altra traiettoria di un cinema illusionista e imprendibile.

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di L.D.F. 

     

    1) “Il bene mio” di Pippo Mezzapesa, con un grande Sergio Rubini, è un film intriso di poesia, legato alla figura di un uomo, Elia, che, dopo il terremoto che ha distrutto Provvidenza, il suo arroccato paese tra i monti, è l’unico che si rifiuta di lasciare quelle strade scomparse e quelle case diroccate. E’ nato lì, Elia e vuole vivere lì. Per lui non c’è il timore che un altro terremoto lo cancelli, con il resto del suo paese, pieno di macerie. Perché Elia non vuole andarsene? 

    2) Si potrebbe dire che, per Elia, rimanere nella Provvidenza distrutta, significa continuare a respirare l’aria della sua terra, sentire, dentro di se, i ricordi di un passato che, per tutti coloro che se ne sono andati, non ha il valore che ha per lui che in ogni sasso in ogni rudere ritrova una parte di se.

    Secondo voi è questo il motivo per cui Elia non vuole lasciare la sua casa anche se questa non c’è più?

    3) Elia non vuole dimenticare Provvidenza anche se il sindaco va da lui per ingiungergli di lasciare quel paese che non c’è più e di scendere in pianura dove si sta costruendo una nuova Provvidenza. Perché Elia rifiuta di muoversi? 

    4) Un paese, è vero, è fatto anche da chi vi abita e non da case e strade pur se diroccati. Perché per Elia ha più valore ciò che è rimasto e non la gente che se ne è andata e lo attende in pianura?

    5) Si potrebbe dire che, per Elia, il suo paese viva ancora al punto che, con l’amico Gesualdo, organizza gite nella piccola città fantasma. Cosa spera Elia, organizzando queste gite? 

    Che qualcuno degli abitanti, sceso a nuova Provvidenza, se sale su, almeno una volta, gli possa venire il desiderio di ritornare e costruir Provvidenza, lì dove il terremoto l’ha distrutta?

    6) Forse Elia non vuole abbandonare il suo vecchio paese. Perché durante il terremoto, ha perso la sua giovane moglie tanto amata? Questo è ciò che pensano coloro che si sono salvati ed è vero? 

    7) Elia, in effetti, non vuole abbandonare quei ruderi perché teme che i ricordi della sua vecchia piccola città possano svanire con l’abbandono degli altri, ed egli no, questo non lo farà mai, perché, per lui, significherebbe abbandonare non il suo vecchio paese ma il suo cuore. Secondo voi è giusta questa considerazione, legata al fatto che a Elia non importa vivere, solo nel silenzio, perché è in quel silenzio che egli ritrova se stesso e la sua vecchia Provvidenza?

    8) Quando e come Elia si rende conto della presenza di un’altra persona nella sua vecchia cittadina?

    9) Chi è e perché è rimasta dopo il terremoto?

    10) Alla fine, ricerca dopo ricerca, Elia trova la persona nascosta: è una ragazza straniera, Noor. Come mai si è trovata a Provvidenza durante il cataclisma?

    11) Noor è in fuga, cerca di ritornare al suo paese di origine ed è il simbolo del muoversi verso un altro luogo, verso la sua terra lontana mentre Elia rimane lì, legato a ciò che resta del suo paese. Quanto Noor, con il suo desiderio e il suo entusiasmo, legati ai ricordi del suo paese, porta a Elia come una sorta di consapevolezza per esorcizzare il dolore? Noor fa comprendere all’uomo che la vita continua, anche in mezzo alle macerie e ai ricordi dolorosi e che valga sempre di più continuare a viverla pur ricordando ciò che è stato. E’ il carattere di Noor e le sue convinzioni che mettono Elia di fronte a una scelta che non potrà più eludere?

     

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