La paranza dei bambini In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Napoli 2018. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l’illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Nell'incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà a una scelta irreversibile: il sacrificio dell'amore e dell’amicizia.

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Claudio Giovannesi
  • Titolo Originale: La paranza dei bambini
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Produzione: Palomar con Vision Distribution
  • Data di uscita al cinema: 13 febbraio 2019
  • Durata: 110’
  • Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Roberto Saviano, Claudio Giovannesi
  • Direttore della Fotografia: Daniele Ciprì
  • Montaggio: Giuseppe Trepiccione
  • Scenografia: Daniele Frabetti
  • Costumi: Olivia Bellini
  • Attori: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Pasquale Marrotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Aniello Arena, Roberto Carrano, Adam Jendoubi, Renato Carpentieri
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA

    La paranza dei bambini racconta il rapporto tra adolescenza e vita criminale: l’impossibilità di vivere i sentimenti più importanti dell’adolescenza, l’amore e l’amicizia, nell’esperienza del crimine.

    Il film mostra la perdita dell’innocenza di un quindicenne e dei suoi amici coetanei. La scelta criminale di Nicola, il protagonista, diventa passo dopo passo irreversibile e totalizzante e impone il sacrificio del primo amore e dell'amicizia.

    Vivere i sentimenti fondamentali dell’adolescenza nella vita criminale è impossibile: è un bisogno che esplode nel protagonista ma che non può essere più vissuto.

    Anche se il percorso di malavita non è un desiderio innato nei ragazzi, ma nasce come conseguenza di una condizione di illegalità diffusa, il film non vuole avere un punto di vista sociologico. Scegliamo il punto di vista dei ragazzi, senza giudicarli, e mostriamo i loro sentimenti di adolescenti in relazione all’esperienza del crimine e all’ambizione del potere: la narrazione della parabola criminale è sempre in funzione del racconto delle loro emozioni, delle storie di amicizia e di amore che proprio a causa della vita criminale sono destinate a morire.

    Nonostante i quindici anni dei protagonisti, i ragazzi sono costretti al rapporto quotidiano con la morte, al pensiero di essa come possibilità reale: vivono l’ambizione della conquista e scelgono la guerra nell’incoscienza. Nel desiderio di potere dei nostri ragazzini c’è anche il paradosso ingenuo, proprio della loro età, di voler fare il bene attraverso il male: il sogno di un potere giusto, l’illusione di una camorra etica. I figli uccidono i padri, si sostituiscono a loro e per farlo sono costretti ad abbreviare il tempo della loro crescita, a sacrificare la spensieratezza, a considerare la morte o la galera come una realtà vicina e quotidiana.

     

    PREPARAZIONE E RIPRESE

    Anche se ispirato da fatti di cronaca, il film non vuole essere la descrizione di eventi realmente accaduti. L’obiettivo del film non è la ricostruzione puntuale di un evento di cronaca accaduto in un determinato quartiere, né il racconto della delinquenza minorile nella città di Napoli. Napoli è solo l’ambientazione, ma il tema del film è oltre il luogo della sua messa in scena: quello che è al centro del nostro racconto è l’età dei protagonisti in relazione a una scelta criminale irreversibile. Un’età innocente nella quale si vive l’esperienza della scelta di cosa è il bene e cosa è il male.

    Questi argomenti sono stati il cuore del lavoro che ho fatto con i miei giovani attori nella preparazione dei personaggi e delle scene. I desideri reali sono quelli che la società dei consumi propone: i vestiti firmati, gli orologi preziosi, le moto, il tavolo in discoteca, le bottiglie di champagne. Il bisogno di soldi, subito, per realizzarli. La possibilità reale, a portata di mano, di guadagnare con il crimine, l’incoscienza di non considerare le conseguenze.

    Questo è il percorso dei personaggi: la soddisfazione immediata dei desideri, l’euforia, l’ambizione, i reati, il superamento del punto di non ritorno, l’impossibilità di tornare indietro, la caduta.

    La costruzione dei personaggi si è basata sulla condivisione di questi temi, sulla riflessione collettiva nel gruppo degli otto ragazzi protagonisti, portando l’attenzione sui sentimenti dei personaggi: l’amicizia, il primo amore, il rapporto con la famiglia. Come si vive a quindici anni un percorso criminale? Quali sono le rinunce? I sentimenti ritenuti puri, i legami di fratellanza, gli amori che sembrano eterni e assoluti, quando iniziano a perdersi, a distruggersi, a entrare in conflitto con l’ambizione, con la lotta per il potere? 

    Queste sono state le riflessioni tematiche che ho portato avanti con Francesco e gli altri ragazzi durante la preparazione e le riprese del film.

    Abbiamo scelto di ambientare il film nel Rione Sanità e nei Quartieri Spagnoli, perché Napoli, a differenza di Roma e di molte altre città italiane, conserva ancora un centro storico popolare, che mantiene viva la sua identità e non è stato ancora divorato dal turismo, dalla messa in scena del folclore.

    Il rione è protagonista del film insieme ai ragazzi: il mercato, la folla, i negozi, l’appartenenza a un quartiere in cui si è nati e cresciuti.

    Le riprese sono durate nove settimane e sono avvenute in sequenza: il primo giorno di riprese abbiamo girato l’inizio del film e l’ultimo giorno di riprese abbiamo girato il finale.

    Nessuno dei ragazzi protagonisti ha letto la sceneggiatura, né il romanzo da cui è stata tratta: questo perché i ragazzi dovevano vivere l’esperienza dei loro personaggi, giorno dopo giorno, dall’inizio alla fine. Non dovevano conoscere le conseguenze delle loro azioni, dovevano semplicemente viverle: vivere la nascita della fratellanza, il divenire un gruppo, il significato della guerra, l’illusione dell’ambizione, della conquista del potere, le conseguenze irreversibili delle azioni criminali, la perdita dell’innocenza, l’impossibilità di tornare indietro, di restare adolescenti spensierati, vivere la sconfitta.

    Claudio Giovannesi

     

    NOTE DI ROBERTO SAVIANO

    Qual è il nostro punto di vista e la prospettiva da cui guardiamo il mondo che ci circonda? Quali sono le nostre paure? Cosa vorremmo cambiare? È la visione del mondo che ciascuno di noi ha che, inevitabilmente, finisce per essere la sostanza di ciò che produciamo. E se il nostro mestiere è quello di scrivere, il racconto risponderà a un desiderio, quello di modificare, attraverso le parole, ciò che vediamo attorno a noi e che crediamo non funzioni. Quando da giovane iniziai a scrivere, mandavo i miei racconti a un intellettuale italiano che stimavo molto. Glieli mandavo stampati su carta, via posta ordinaria. E lui con una lettera, che conservo ancora, mi rispose: “Scrivi bene, ma scrivi stronzate. Ho visto il tuo indirizzo: apri la finestra, guarda fuori e scrivi ciò che vedi”. Così feci, e iniziai a scrivere di criminalità organizzata, e non perché guardando fuori dalla finestra fosse l’unica cosa che vedessi, ma perché era forse l’unica cosa a non essere visibile a occhio nudo, ma a essere comunque presente in ogni aspetto della vita non solo di chi campa in certe province del sud Italia.

    E quello sguardo, il mio sguardo sulla criminalità non era il primo, non era il migliore, ma era sicuramente nuovo. Nuovo perché ho provato a non fare cronaca, a non essere asettico ed equidistante, ma a raccontare con empatia la storia di terre martoriate dai clan, dagli affiliati e dai boss che non erano e non sono diversi da noi, ma identici a noi e spesso indistinguibili. E allora servivano strumenti per identificarli, serviva capire che la criminalità organizzata non è solo pistole e onore, ma anche e soprattutto soldi, soldi e ancora soldi.

    Poi è accaduta, presso certi ambienti che osservano il mondo senza la dovuta lucidità, una cosa assolutamente normale e che accade a chiunque racconti ciò che non si vuol vedere, ciò che ci si vergogna ad ammettere, ciò che fa male pensare che possa rappresentare un popolo e una nazione verso altri popoli e altre nazioni: hanno accusato i miei scritti di infangare, di volta in volta, la mia terra, il nord Italia, Spagna, Francia, Germania, perché responsabile non è chi appicca l'incendio, ma chi spegnendolo rende visibili le macerie lasciate dal fuoco; perché il problema non è il cancro che uccide, ma l’oncologo che, curandolo e facendo il suo lavoro, si “arricchisce” sulle disgrazie altrui.

    In questo clima nasce il libro La paranza dei bambini, in un contesto che non voleva ammettere, nonostante una violenza inaudita, arresti, omicidi e condanne, che nei vicoli di Napoli l’età degli affiliati ai clan camorristici si fosse drasticamente abbassata, che le vecchie famiglie erano state marginalizzate da giovani imprenditori del crimine il cui obiettivo era solo fare soldi, ottenere potere e regnare sulla città. E per ottenere soldi e potere qualunque mezzo sarebbe stato lecito.

    Se la consuetudine criminale, ovvero l’esistenza di un know how criminale diffuso, è alla base della presenza delle paranze di giovanissimi a Napoli, è vero anche che l’adolescenza distrutta dalla fame di potere e soldi è un tratto comune di tutte le periferie del mondo. Osservando più da vicino ciò che accade, il sillogismo banale secondo cui sei figlio di camorrista, sarai camorrista, oggi cade. A compiere azioni efferate e inspiegabili sono spesso ragazzi che non appartengono a famiglie criminali, con buona pace di chi vorrebbe che vi fosse una separazione netta tra i per bene e i per male. E questo accade essenzialmente perché l’invenzione della violenza senza alcun fine predatorio è la risposta al vuoto. A un vuoto che è pressoché totale, che non è solo percepibile, ma anche tangibile. Non c'è sistema, non c'è attenzione. Non c'è Stato in nessuna delle forme sotto cui lo conosciamo, stabilito che arresti e repressione non sono la cura, non sono la soluzione. E cosa significa questo? Significa che dopo non aver imparato a scuola, si sta in strada senza far nulla. Si sta in strada e si sperimenta la solitudine. Da qui bisognerebbe ripartire: innanzitutto nella cura delle persone. Se si vuole arginare un fenomeno come quello delle bande di ragazzini, si cominci con l’interrogare questi giovanissimi, conoscerne le difficoltà, comprenderne i bisogni profondi.

    Dove c’è educazione si rinuncia alla violenza, dove c’è vuoto di cultura c’è violenza. E in un dibattito che si vuole costruttivo non si dovrebbe parlare mai di emulazione, di violenza vista e quindi riprodotta. E non se ne dovrebbe parlare non perché l’emulazione non esista, ma perché la censura non è la soluzione. Sapete cosa significa censurare? Significa dire questo: "Dal momento che riteniamo una parte di voi incapace di discernere cosa sia bene e cosa non lo sia, meglio che non abbiate accesso a determinati contenuti. Se vedrete prostitute in televisione inizierete a prostituirvi, se vedrete criminali al cinema commetterete crimini. Non dovete sapere, non dovete vedere, non dovete conoscere. Vi devono mancare strumenti, perché quando vi vengono dati li usate male". Ma chi sono i censori per decidere cosa mostrare e cosa vietare? Chi sono i censori per sapere preventivamente quali effetti produrrà la censura?

    E così, nel passaggio da Paranza libro a Paranza film, dalla parola concepita per essere letta a quella concepita per essere rappresentata, il faro che ha guidato me, Claudio Giovannesi e Maurizio Braucci è stato il racconto della strada e dei ragazzi che la popolano. Del modo in cui ci stanno dentro, di come se la sentono addosso, di  come la penetrano, la feriscono e ne vengono a loro volta feriti. Di come    si trovano immersi in qualcosa che prescinde da loro e che prescinde perfino dalle loro famiglie. Ma che non prescinde da tutti noi, dall’insieme delle persone che dovrebbero prendere atto dell’esistenza di una piaga per dare attenzione e trovare insieme una cura, senza nasconderla per vergogna.

    Di Giovannesi mi aveva colpito lo sguardo di Fiore sui ragazzi e sulla loro precarietà, precarietà nei sentimenti prima ancora che materiale. La loro incapacità di immaginarsi nel futuro. Questo mi sembrava il tassello che alla mia analisi andava aggiunto, necessariamente. Un approccio emotivo che mostrasse come, prima di essere criminali, i paranzini siano ragazzi che, in conseguenza della loro scelta criminale, hanno smesso di essere adolescenti e bambini per diventare qualcos’altro. E cosa nessuno lo vuole davvero capire, né le famiglie, non la comunità cui appartengono, tantomeno la società civile, che archivia le loro esistenze come effetti collaterali di una società che non può avere tutto sotto controllo: vittime e carnefici allo stesso tempo. Maurizio Braucci ha fornito alla mia analisi dei fatti criminali e all'indagine sui sentimenti di Claudio Giovannesi la malta, i mattoni, le travi, le impalcature. Maurizio Braucci è stato il collante tra me e Giovannesi, tra il mio modo di studiare e descrivere le paranze di camorra e la vicinanza emotiva di Claudio al mondo degli adolescenti. Questo è stato il lavoro fatto per La paranza dei bambini: un lavoro che ha avuto come obiettivo portare attenzione non solo sulle dinamiche criminali, ma anche e soprattutto sul complesso universo della criminalità giovanile. E Napoli? Napoli ancora una volta funge da laboratorio a cielo aperto, da ferita, una ferita attraverso cui guardare per capire ciò che sta accadendo, in questo preciso istante, agli adolescenti nelle periferie di Berlino, di Parigi, di Londra, di Johannesburg, di New York, di Città del Messico.

    Roberto Saviano

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di LDF

    1) Quando gli angloamericani, durante la II guerra mondiale, arrivarono, nel 1943, a Napoli,  trovarono una città distrutta ma con tanta voglia di vivere e tanta, tanta fame. I napoletani si vendettero per la sopravvivenza perchè la faccenda era, allora, “deinde vivere”; bisognava vivere. E ci riuscirono; donne e uomini, disposti a tutto per la sopravvivenza e bambini, molti rimasti orfani che facevano qualsiasi cosa, oltre i famosi “sciuscià” del film di Vittorio De Sica dall’omonimo titolo. 

    Sono passati 75 anni da quel momento in cui Napoli riuscì a sopravvivere: ben quattro generazioni di napoletani si sono succedute ma, da allora, dal vendersi per campare è tutto cambiato nel cuore e nella vita dei napoletani. Perchè cos’è accaduto a quella Napoli che gli anziani ancora ricordano?

    2) Gli sciuscià di allora, oltre a pulire le scarpe, erano piccoli borsaioli: si limitavano a rubare un portafoglio a un soldato ubriaco  e, tutto al più, avevano in tasca, un piccolo coltellino non con l’intento di ferire ma caso mai di sbucciare un frutto o di difendersi qualora se ne presentasse la necessità.

    Ora tutto è cambiato. Girano per Napoli le cosiddette paranze dei bambini, bande di giovanissimi che, armati di pistole, vanno, di quartiere in quartiere, pronti ad assalire giovani e anziani e pronti e disposti a uccidere.

    E’ possibile che ragazzi, ancora così giovani, siano disposti a  compiere ogni azione delittuosa fino all’omicidio come se ogni atto da loro compiuto, anche il peggiore, li porti a una sorta di esaltazione che li faccia sentire come eroi? Eroi? Ma di quale mondo? E in difesa di quali principi? E in nome di che?

    3) Le paranze che girano per Napoli, oggi, provocano la lite, vogliono offendere e fare del  male. Perchè questi ragazzini cercano la morte degli altri, forse perchè temono la propria?

    4) La tragedia delle giovanissime bande napoletane è tutta nella consapevolezza che i loro componenti hanno la convinzione di morire giovani, anzi sono consapevoli che la vita che, ora vivono, niente gli potrà dare nel futuro se non una morte giovane che è quella che loro vogliono! E’ come se avessero la certezza di avere poco tempo per vivere e sfidano la morte, non temendola come fosse a loro sorella. Tragedia nella tragedia. E’ vivere questo?

    5) I personaggi

    A) Francesco di Napoli è Nicola. Perchè il regista Giovannesi gli ha chiesto di mantenere, nella recitazione, un volto aggraziato, un non so che di angelico che lo allontanasse dall’immaginario commune del baby gangster?

    B) Ar Tem è di origini ucraine. E’ un pugile promettente ed entra nel gruppo perchè è da tutti giudicato il più forte e perciò anche il più temibile. E poi egli perchè ucraino non vuole sentirsi diverso dagli altri della paranza che lo hanno accolto e perciò è felice di fare parte del gruppo.

    C) Biscottino è il più allegro della banda ed è, forse, quello che ha più consapevolezza di quanto sia pericoloso far parte di una paranza come quella dove egli è entrato.

    D) Agostino è nato e vive a Scampia. E’ abituato a qualsiasi cosa come gli ha insegnato il quartiere in cui è nato. Se tocca a lui uccidere o offendere malamente non si tira mai indietro.

    E) Simone è il più anziano del gruppo. E’ nato e vive nei quartieri spagnoli e, finchè non ha fatto parte della paranza, ha aiutato suo padre, venditore di abbigliamento nei mercati. Cos’ha spinto Simone a entrare nella banda? La pochezza della sua vita o l’aspirazione di sentirsi diverso anche se con e per il male?

    F) Lollipop nonostante i suoi anni, è un pupone dall’aria indifesa. E’ questa caratteristica che lo rende utile alla paranza quand’essa decide di attaccare, per rubare, per fare a botte, colpendo un innocente o per uccidere?

    G) O Russ, chiamato così per i suoi capelli, vive in uno dei vicoli di rione Sanità e saper vivere in quei luoghi significa saper sopravvivere. E O Russ lo sa bene!

    H) Briatò è nato nei Quartieri Spagnoli. E’ un ragazzo estroverso e coinvolgente. Quali furono i fattori che lo spinsero, con quel suo carattere così allegro e amichevole, a entrare a far parte della paranza?

    I) Letizia pur se unica donna del gruppo, fa parte della paranza. Perchè vi è entrata? Per amore o perchè si sentiva simile agli altri nel momento in cui offendevano, si battevano e uccidevano?

    J) Christian e tutti gli altri bambini del film sono  in attesa di arrivare all’età giusta per far parte della paranza, la paranza che per loro è vita, una fantastica vita, senza sapere che potrebbe portarli alla fine di tutto!

     

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