Il primo Re In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

     

    Due fratelli, soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. 

    Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. 

    Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda. 

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Matteo Rovere
  • Titolo Originale: Il primo re
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Produzione: Groenlandia con Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 31 gennaio 2019
  • Durata: 119’
  • Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
  • Direttore della Fotografia: Daniele Ciprì
  • Montaggio: Gianni Vezzosi
  • Scenografia: Tonino Zera (a.s.c. – usa 829)
  • Costumi: Valentina Taviani
  • Attori: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabricio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Michael Schermi, Max Malatesta, Vincenzo Pirrotta, Vincenzo Crea, Lorenzo Gleijeses, Gabriel Montesi, Antonio Orlando, Fiorenzo Mattu, Martinus Tocchi
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA

    La leggenda di Romolo e Remo, pur lontanissima nel tempo, ha qualcosa di molto vicino a noi. È una materia solo apparentemente semplice, lineare, ma che racchiude in realtà un’enorme quantità di simboli e significati, che fondono l’origine della nostra civiltà con qualcosa di intimo e insieme complesso, ineffabile forse, ma che sicuramente guarda dentro tutti noi. 

    La prima difficoltà è che questo mito fondativo ( che si pensi a Livio, a Plutarco o a Ovidio) è una storia narrata molto tempo dopo. Un mito appunto, e l’etimologia di mito, mythos, significa in primo luogo racconto, non la storia dunque, ma un racconto costruito ex post, donatore di senso per chi lo ha elaborato. Con gli sceneggiatori abbiamo quindi approfondito questa narrazione così antica, tentando di interrogarla, cercando gli elementi maggiormente ricorrenti: due fratelli gemelli, Albalonga, un tradimento, un cerchio sacro, un segno degli dei. Abbiamo studiato il racconto leggendario e il contesto, facendoci conquistare dallo strapotere della natura sulle esistenze umane: trenta o più tribù separate nel basso Lazio, e l’effetto dirompente di un uomo che porta una visione in grado di unificarle; una città che custodisce il fuoco, e il fuoco che incarna Dio. Così facendo il mito ha iniziato a muoversi sotto i nostri occhi, a interrogare dalla sua matrice più arcaica un nodo dell’Occidente, il nostro rapporto con il silenzio violento, inquietante, inquisitore di Dio. Siamo noi in grado, da soli, di reggere il peso delle nostre esistenze? Questo racconto apparentemente semplice ci ha ricondotto a un dilemma primario, viscerale: cosa prediligere nella vita, la sopravvivenza del nostro gemello, ovvero della parte più intima di noi, o la sottomissione a un potere più grande, poiché non tutto ci è dato di sapere? Le nostre vite ci appartengono fino in fondo? È amore o hybris quella che ci fa pensare di poter essere noi gli artifici del nostro destino? Abbiamo iniziato a far rimbalzare gli elementi l’uno sull’altro perché la storia interrogasse il mito e il mito tornasse a svelarci la sua potenza primordiale, parlasse all’oggi, ci raccontasse la radice oscura e dolorosa di un atto così potente come la fondazione del più grande impero di sempre. Due gemelli, dunque, l’uomo e il suo doppio. Il fuoco sacro che unisce, ma chiede sacrificio. L’uomo e Dio. Il vaticinio, e quello che ne deriva: sottomissione al destino o libero arbitrio? Romolo ha la capacità di compiere un atto empio, rubare il  fuoco, ma  un  atto che allo stesso tempo riesce a far muovere il Dio dalla sua inesorabile immobilità, portandolo nel mondo, è un atto folle che sposta il potere dalla violenza alla persuasione. 

    Perché tutto questo si rivelasse con la più grande potenza emotiva, è stato necessario che la narrazione ruotasse su se stessa e assumesse un punto di vista nuovo, quello che più mi interessava, quello dello sconfitto, di Remo, di colui che ama suo fratello più di ogni cosa. Remo è colui che reca il dilemma eterno: è più divino chi si ribella al Dio per difendere l’amore, o il Dio che quell’amore chiede di sacrificarlo? 

    Il mondo de “Il Primo Re” è un mondo che andava costruito interamente. Ogni decisione presa, ogni scelta fatta, è stata il frutto di un enorme lavoro sia tecnico che su me stesso e sulla mia idea di cinema. Avevo una responsabilità complessa ma anche un gruppo di lavoro straordinario, composto dalle più grandi eccellenze italiane, animate in più da uno straordinario desiderio di mettersi in gioco in questa sfida, per dimostrare una volta ancora che il nostro cinema vive sempre di più dentro una gabbia, una gabbia con sbarre invisibili, che si vedono solo quando tentiamo di aprirle. 

    Matteo Rovere 

     

    LA RICOSTRUZIONE STORICA

    In qualità di archeologi del gruppo di ricerca in Etruscologia e antichità dei popoli italici dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, siamo stati chiamati a verificare gli aspetti storici inerenti la ricostruzione del Lazio di epoca preromana. Da un punto di vista accademico mistificazione, disinformazione e mancanza di accuratezza  sono caratteristiche riscontrabili in numerosi film storici, dove la spettacolarizzazione della narrazione prevale  sulla  realtà. Al contrario, “Il Primo Re” (pur trattando temi legati al mito delle origini di Roma), ricostruisce con fedeltà l’ambiente naturale e gli oggetti materiali che caratterizzavano il territorio e la società del Lazio nell’VIII secolo a.C. Il paesaggio è dominato dalla costante presenza del Tevere, circondato da fitti boschi e paludi mefitiche. La città di Roma, infatti, sarebbe sorta  in prossimità del fiume dalla progressiva riunione di più villaggi sparsi sulle alture limitrofe, assicurandosi il controllo sui guadi e sulle vie di comunicazione, che consentivano gli scambi commerciali tra i diversi popoli dell’Italia centrale. 

    Un’estrema accuratezza scientifica è riscontrabile non solo nell’utilizzo del “protolatino”, ma anche nella realizzazione del materiale di scena. Esatta è la  riproduzione dell’equipaggiamento bellico utilizzato nelle scene di combattimento corpo a corpo. Tra i manufatti duplicati spiccano soprattutto la spada ad antenne e il cardiophylax. La prima, così denominata per la particolare forma spiraliforme dell’impugnatura, era utilizzata da alcuni popoli italici dell’età del Ferro e costituiva l’elemento distintivo del guerriero. Il secondo, invece, era una corazza formata da una piastra metallica (dal profilo circolare o quadrato) che, legata con delle strisce di cuoio, era posta a protezione del cuore. Fedeli alle ricostruzioni archeologiche sono anche le diverse capanne, fulcro dell’attività umana nel villaggio, costruite con materiali deperibili: pali di legno per la struttura portante, canne palustri per il tetto, o rivestite d’argilla quando usate per le pareti.   Coerente al racconto di alcune fonti antiche è anche l’istituzione, ad opera del primo re di Roma, del collegio delle vergini vestali. Le sacerdotesse erano consacrate alla dea Vesta e, per trenta anni, avevano l’obbligo di mantenere sempre vivo il fuoco sacro, simbolo del focolare domestico e del benessere dello Stato. Da un punto di vista antropologico, un altro aspetto coerente dell’opera sta nell’aver scelto di raccontare, seguendo il mito, la realtà “caotica” e ferina che precede la fondazione dell’Urbe, dove la nascita di Roma si ascrive come un evento che stabilisce un ordine fondato sul rispetto delle leggi divine, poste alla base della costruzione politica del potere. Tale evento è rappresentato allegoricamente nel mito attraverso la lotta tra i due fratelli: Remo, pur primeggiando per vigore fisico, soccomberà alla forza dei sentimenti di devozione religiosa e di compassione per il prossimo espressi da Romolo, come spesso riportato dalle fonti di età imperiale. In conclusione, “Il Primo Re” si rivela un’opera non solo destinata all’intrattenimento, ma anche un’utilissima fonte per gli accademici, unica nel suo genere, di trasmissione del sapere con importanti finalità didattiche e divulgative. 

     

    Professoressa Donatella Gentili: docente di Etruscologia e antichità dei popoli italici presso 

    l’Università di Roma “ Tor Vergata”; membro del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca in Archeologia e Etruscologia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma “La Sapienza”. 

     

    Dott. Alfredo Moraci, Dott. Damiano Portarena, Dott.ssa Emanuela Rascaglia: Archeologi – Università di Roma “ Tor Vergata”. 

     

    LA LINGUA

    La lingua del Primo Re, il linguaggio che i personaggi parlano, è latino arcaico ricostruito attraverso fonti contemporanee al periodo storico in cui si immagina che Romolo e Remo siano vissuti. Con un gruppo di semiologi dell’Università La Sapienza è stato fatto un lungo studio sul latino fondativo, pre-romano. Un lavoro molto appassionante di costruzione di una lingua che prende le parti di latino arcaico dalle fonti che ci sono pervenute: epigrafi, scritte sulle tombe e su oggetti utilizzati all’epoca. 

    Non essendoci una stele di Rosetta del latino arcaico, dove mancavano i filamenti, è stato innestato l’indoeuropeo, una lingua di codice, mai realmente parlata in qualche regione ma una sorta di lingua di base dalla quale un po’ tutte quelle del ceppo indoeuropeo si sono dipanate. Un lavoro di ricerca e ricostruzione fonema per fonema. Questo crea una lingua incredibile, estremamente eufonica che ci porta alle radici dell’Europa, come una lingua madre, una lingua della fondazione. Che aiuta lo spettatore a calarsi nella realtà  del film. 

     

    LOCATION E SCENEGGIATURA

    La scelta delle location riveste un ruolo di primaria importanza per la realizzazione di questo film. L’ambientazione naturale è fortemente caratterizzante: paesaggi incontaminati e selvaggi sono lo scenario principale in cui si svolgono le vicende raccontate. 

    È stata spontanea la scelta di guardare al Lazio come area di ricerca principale, dove storica- mente si è svolta la vicenda. E proprio in questa regione sono state individuate tutte le tipologie di paesaggi in cui si muovono i personaggi del film: zone paludose, greti di fiumi, montagne rocciose, foreste e boschi mediterranei, spiagge, saline, zone termali e sulfuree. Aree  naturali protette che ci riportano a quella tipologia di ambienti incontaminati in cui l’intervento dell’uomo e le costruzioni moderne sono assenti o occultabili. 

    Il paesaggio non è solo la cornice delle vicende ma è un elemento imprescindibile con cui i personaggi devono confrontarsi, a tal punto da diventare personaggio esso stesso: complice, nemico o divinità a seconda delle circostanze. 

    Il legame che c’è tra gli ambienti naturali e le popolazioni del tempo, basato sulla necessità terrena della sopravvivenza, è così forte che coinvolge anche tutta la sfera spirituale e  diventa elemento fondante delle religioni pagane dominanti. Anche la mitologia e i simboli chiave della leggenda della nascita di Roma non prescindono dalla natura, siano essi il fuoco sacro di Vesta, il fico ruminale, la lupa o il Tevere, per citare i più noti. 

    Proprio il fiume e le zone paludose dove esso esonda sono la culla della storia e punto nevralgico in cui essa si articola. 

    La natura è fonte di cibo e sopravvivenza, rifugio ma anche ostacolo da superare e piegare alle proprie esigenze. Le intemperie si abbattono sui corpi spesso malconci dei protagonisti come nuovi colpi che causano ferite. Lo sporco, la fatica, il fango e il sudore sono onnipresenti. 

    Per quanto riguarda gli scenari montuosi e boschivi sono stati individuati luoghi di straordinaria bellezza nel parco regionale dei Monti Simbruini (ricchi per altro di  piccole cascate  e laghetti), nel parco dei monti Lucretili, il monte Cavo con la sua via sacra che già nell’VIII secolo a.C. veniva usata per raggiungere il tempio di Giove, il monte Ceraso, nel parco di Veio.

    L’Aniene e tutta la riserva naturale annessa ci  riportano a  quello che poteva essere l’aspetto del Tevere al tempo della fondazione della città capitolina. Paesaggi marittimi incontaminati si trovano invece nella riserva di Decima Malafede e del Circeo con la selva di Circe e il lago dei Monaci. Unica, suggestiva e variegata è la Riserva di Tor Caldara, vicino ad Anzio.

    L’archeologia è la fonte usata per la ricostruzione dei villaggi e degli edifici presenti nel film. Gli insediamenti urbani precedenti alla fondazione di Roma sono piccoli agglomerati di capanne di fango con tetti di paglia, circondati solo da trincee e montarozzi di terra per difendersi da attacchi improvvisi. Capanne ovali al di  fuori delle quali si  potevano incontrare strumenti e oggetti di un artigianato piuttosto primitivo utili per compiere le attività principali quali la coltivazione del farro e l’allevamento delle pecore. 

    Città più strutturate, quali Alba Longa, sono poco più che un insieme di abitazioni, questa volta però più solide, in muratura come le mura che le circondano. I luoghi di culto sono separati dalle città e facilmente raggiungibili attraverso le strade esistenti all’epoca. Come la via Sacra che conduce al santuario di Giove Latiaris vicino ad Alba, la Salaria porterà invece al santuario di Vesta, che Romolo farà costruire fuori dalle mura capitoline, accanto alla capanna regia. Templi simili alle strutture abitative dell’epoca, ancora molto diversi da quelli marmorei greci. 

     

    I COMBATTIMENTI

    I nostri personaggi si muovono all’interno di un mondo selvaggio e faticoso. La lotta per la sopravvivenza è dura quanto quella per la conquista del potere. Lo sforzo fisico è costante, lo scontro all’ordine del giorno e  la  devastazione l’attività più praticata: duelli fra  singoli, lotte  o vere e proprie battaglie. Nell’ VIII secolo avanti Cristo le strategie militari delle popolazioni italiche sono ancora poco raffinate, gli scontri sono prevalentemente uno a uno, corpo a corpo, pochi i cavalieri di solito di nobile rango.

    Inizialmente la difesa delle comunità era affidata precisamente alle classi più ricche che possedevano un armamento individuale completo, composto sia di armi da difesa che da offesa. Successivamente si rese necessario armare anche le classi meno abbienti, equipaggiate in maniera più povera. Le protezioni erano ridotte: i guerrieri più facoltosi possedevano in genere un elmo di bronzo, una piastra protettiva sul petto e uno scudo, mentre i più poveri solo pellami o protezioni di cuoio, raramente scudi di legno.

    L’ascia era sicuramente una delle armi più in voga: non richiedeva nessun particolare addestramento, un’arma di tipo istintivo, quasi un naturale prolungamento del braccio. Gli scontri erano violenti e ravvicinati, le armi da lancio venivano utilizzate più per la caccia che per il combattimento. Prima della fondazione di Roma l’aspetto che avevano i guerrieri è quindi molto lontano dalla classica iconografia romana o greca. Forse più grezzi, sicuramente meno protetti, coperti di pelli e cuoio recuperate dalle prede che cacciavano nelle foreste del Lazio, combattevano in una maniera quasi animalesca, feroce e brutale. I nostri personaggi si muovono nei boschi e combattono istintivamente come branchi di lupi da cui sembrano aver mutuato le tattiche di attacco.

     

    LA COLONNA SONORA

    Nota del compositore

    La colonna sonora de “Il Primo Re” si può dividere in 3 mondi sonori differenti: il mondo scuro e inquietante dell’elettronica, realizzato con dei sintetizzatori analogici degli anni 70/ 80 che ben si fondono alle ambientazioni sonore e a gli effetti; l’universo arcaico delle percussioni, realizzato registrando in un grande auditorium tamburi, lastre e ferri per creare una sonorità astratta che rimandasse alle armi e alla vita degli schiavi; e infine l’orchestra sinfonica per i momenti più ampi ed epici del film. Questi tre mondi sonori si mescolano insieme cercando di creare una tensione emotiva che porta lo spettatore in una realtà immaginaria e tribale.

    Per il canto dei bambini nel bosco, non essendoci documentazioni storiche sulla musica di quel periodo, ho pensato di ispirarmi alla musica popolare italiana di tradizione orale, quella tramandata di padre in figlio. La stabilità dei canti popolari, non contaminati nel corso dei secoli, mi ha offerto la possibilità di attingere a un materiale archetipico che assume caratteristiche astratte ed eterne.       

    Andrea Farri

     

    NOTA DEL REGISTA

    Quando abbiamo iniziato a immaginare la musica di questo film con il Maestro Farri, siamo partiti in termini molto astratti da una sonorità che fosse un corpo unico, venuto fuori dalla totale fusione di immagini e melodia. Serviva una composizione strumentale che rimandasse a un’epoca lontana, ma che fosse suggestiva, aerea, quasi inclassificabile: la storia che avevo davanti – la leggenda di Romolo e Remo – aveva bisogno di un sostegno musicale sia negli aspetti più intimi che in quelli ritmici, propri dell’azione. La scelta è stata precisa: niente repertorio ma orchestrazione strumentale a fare da tappeto sonoro per una trama in cui personaggi e pubblico devono calarsi in una dimensione nuova, realistica, lontana, sicuramente altra da qualsiasi cosa a cui il mito o la Storia possono allu- dere. In questo racconto di lotta e ribellione, di accettazione del destino e recupero della fede smarrita, abbiamo lavorato su suoni primitivi, materici, fatti di pelli, percussioni, materiali antichi. Abbiamo cercato un suono non omologato da un punto di vista melodi- co, capace di rimandare a un mondo immaginario dal sapore antico, ma in qualche modo vicino a noi, alle nostre radici. 

    Matteo Rovere

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    Narra il mito…….      di LDF

    In tempi lontani, esisteva, in uno dei colli vicino al fiume Tevere (allora Tibur), la città di Albalonga. (1) Albalonga era, forse, nella zona in quel periodo protostorico, una piccola città ma cinta da mura e, quindi, considerata più forte e potente degli altri insediamenti, soprattutto di pastori che vivevano allora nella valle del Tevere. 

    Da sempre, cioè da quando si perdono i ricordi, il mito, legato a due gemelli e alla fondazione di Roma, narra che, a quel tempo, regnava, in Albalonga, Numitore, un re buono e saggio che aveva una figlia molto bella, di nome Silvia. Fratello di Numitore era Amulio che voleva impadronirsi del trono del fratello per regnare sulla città. Violento e crudele, Amulio depose Numitore, ma prima di diventare re, costrinse Silvia, (conosciuta dalla leggenda come Rea Silvia) a divenire vestale, sacerdotessa custode del fuoco sacro e, quindi, obbligata a mantenere intatta la sua verginità (2). Amulio prese questa decisione, perché essendo Rea Silvia, unica figlia di Numitore, come sacerdotessa, non avrebbe potuto sposare alcuno e perciò non ci sarebbe stato il pericolo di nuovi eredi che ambissero al trono di cui egli si era impadronito.

    Narra sempre il mito che il Dio Marte, vedendo un giorno la giovane Silvia addormentata accanto a una sorgente si innamorò di lei e la fanciulla, da quell’amore, ebbe due gemelli. Amulio appena lo seppe fece imprigionare la donna e diede ordine (la storia di Mosè insegna!) di mettere i due gemelli, appena nati, in una cesta da affidare alle acque del Tevere, certo che i due bambini vi avrebbero trovato la morte: fatto che non avvenne perché una lupa (3) li salvò e li allattò fino a che due pastori Augustolo e Acca Laurenzia, sua moglie, li trovarono e li portarono alla loro capanna, dove i due gemelli, Romolo e Remo, crebbero. Divenuti grandi, scoprirono quanto aveva fatto Amulio e, con un gruppo di giovani pastori come loro che li seguivano con entusiasmo, attaccarono Albalonga, vinsero, dopo dura lotta  con i guerrieri nemici, deposero Amulio, lo uccisero, e misero sul trono Numitore, fino ad allora tenuto prigioniero dal fratello e liberarono anche la loro madre (4).

    Desiderosi, narra sempre il mito, di fondare una propria città, Romolo e Remo, dopo aver rimesso sul trono il nonno, lasciarono Albalonga e con i loro uomini, quasi tutti fuoriusciti da altri insediamenti vicini, si stanziarono all’altezza dell’Isola Tiberina (dove ancora ci sono i ruderi del vecchio Ponte Cestio), nel punto in cui era più facile attraversare il Tevere per cui Romolo, Remo e  i loro seguaci si facevano pagare un pedaggio da tutti coloro avessero la necessità di passare da una sponda all’altra. Romolo, narra la leggenda, (Remo ormai non c’era più), divenuto re, aveva ormai un suo insediamento ma formato da soli uomini per cui c’era la necessità di trovare donne cui si unissero i suoi compagni, formando famiglie, primo nucleo di  ogni  società  e quindi  di  ogni  nuova città. Romolo le  trovò  con  un inganno:  in  occasione di una festa, le “centinaie”, invitò il popolo sabino (5) a partecipare. I sabini, non fiutando la trappola, accettarono e i protoromani si impadronirono delle loro donne. Ci furono molte lotte tra sabini e protoromani fino a che Romolo li riappacificò (pare anche per l’intervento delle donne), facendo salire al trono, accanto a lui, con uguali diritti e doveri, il capo sabino Tito Tazio. 

    Romolo, divenuto re di Roma, non poteva però dimenticare il momento in cui si creò la città cui i gemelli avevano pensato da quando avevano lasciato Albalonga. E Romolo ricorda: la sede scelta fu sull’alto di un colle, vicino all’isola Tiberina, conosciuto, poi con il nome di Palatino. Romolo e Remo, alla presenza del loro popolo, tracciarono sul colle con un aratro, tirato da un bue e da una vacca bianchi, un solco, corrispondente alla futura cerchia delle mura. Sorse una contesa tra i due fratelli, forse sul nome da dare alla città, forse su chi ne sarebbe stato il re che originò uno scontro, determinato dal gesto di scherno di Remo che saltò oltre il solco, quel solco che Romolo, ormai, considerava sacro. Ci fu un duello tra i gemelli. Remo fu ucciso dal fratello e Romolo divenne il primo re di Roma. 

    Il film di Matteo Rovere narra, a questo proposito, una storia diversa, che assume un punto di vista nuovo (sono le parole del regista), cioè quello di Remo, “dello sconfitto di colui che ama il fratello più di ogni cosa. Remo è colui che reca il dilemma eterno: è un divino che si ribella al Dio per difendere l’amore o il Dio che quell’amore chiede di sacrificarlo? “

    Non si può non chiederci citando queste parole di Rovere: perché Remo ha saltato il solco,  pur cosciente dello scontro che sarebbe seguito e perché, pur consapevole di essere più forte del fratello si è lasciato battere, morendo? Perché Roma nascesse o perché egli sapeva o “sentiva” che Roma, per divenire grande, aveva bisogno di un solo re e, per questo motivo, amando tanto il fratello, si sacrificava per lui?

     

    (1) Si ipotizza fosse sui Colli Albani 

    (2)  Ai tempi della Roma imperiale se una vestale tradiva il proprio impegno a rimanere intatta, veniva condannata a morte e a essere murata viva.

    (3) Nell’epoca della Roma del III, II e I secolo A.C. e anche più avanti nella storia, si usava chiamare una prostituta con il termine di lupa.

    (4) Qui la leggenda un po’ si confonde: c’è chi ha narrato che Rea Silvia era stata uccisa appena avuto i bambini per ordine dello zio e chi sostiene che a liberare la loro madre, dopo anni di prigionia, furono Romolo e Remo.

    (5)  La distanza tra l’insediamento protoromano e quello sabino era molto limitata, come limitato era il calcolo delle distanze. Basti pensare che molti scrittori ponevano il villaggio sabino sul colle che, divenuto romano, prese il nome di Esquilino. 

     

    di LDF

     

    1) La Professoressa Donatella Gentili, docente di Etruscologia e Antichità dei popoli italici, presso l’università di Roma Tor Vergata, con i suoi collaboratori, ha verificato gli aspetti storici, legati agli studi che, finora, sono stati fatti in relazione a scoperte e a conoscenze che sono state approfondite nel corso dei secoli sul Lazio, la sua storia e la sua società nel VII secolo a.C. 

    In base a questi studi, si è giunti alla conclusione che la città di Roma è nata all’altezza dell’odierna isola Tiberina e dei ruderi del vecchio ponte Cestio, ancora, per metà esistente. Lì vi era un guado che permetteva, facilmente, l’attraversamento da una riva all’altra, controllato da un gruppo di fuoriusciti dagli insediamenti stanziati nella valle del Tevere che si faceva pagare per l’attraversamento del fiume. Pare anzi che questo gruppo (dire banda forse sarebbe offensivo ma, in effetti, era una banda) gestisse anche altri guadi sulle rive del Tevere in altri luoghi dove il fiume si restringeva, al punto che essi potevano controllare qualsiasi scambio commerciale si svolgesse nella zona. Questi uomini pare avessero un capo, anzi due, due gemelli, Romolo e Remo. 

    Non vi sembra che a questo punto della vicenda che stiamo narrando, la storia stessa si coinvolga col mito dei due fratelli, figli del Dio Marte che decisero, insieme, di fondare una nuova città?

    2) Parlare di città nel Lazio, in quel periodo protostorico, è forse un po’ esagerato. Comunque, sempre da approfondite ricerche, si è giunti a conclusione che si considerava città, rispetto a tutti gli altri insediamenti, formati da capanne, le une vicino alle altre, sedi, come Albalonga, fornita, a difesa, di bassi muri di pietra con case costruite, sempre con pietre e un tempio dove si conservava il fuoco sacro che mai avrebbe dovuto spegnersi (1). Ecco di nuovo la leggenda che si confonde con la storia! Albalonga, effettivamente esistita re Numitore, Amulio e Rea Silvia e i due gemelli Romolo e Remo. E’ veramente la storia che si confonde con e nel mito, o l’ “habitus” che è stato dato alla nascita dei due fratellli Romolo e Remo non è fantasia ma una lontanissima realtà?

    3) C’è un momento narrativo, nel mito sui famosi gemelli, in cui entra in campo una divinità (ogni religione non può fare a meno dei padri e dei propri santi!), il dio Marte da cui Rea Silvia, figlia del re Numitore, vestale, custode del fuoco sacro ha due gemelli che il crudele zio Amulio condanna a morire, affidandoli al Tevere. Solito discorso legato alla domanda precedente: di nuovo il mito che si confonde con la realtà e allora perché non credere che Rea Silvia, vergine vestale condannata alla verginità, abbia ceduto a un uomo, un normale uomo e che, dal loro rapporto, siano nati i due gemelli?

    E poi la cesta nel fiume con centro i due bambini destinati a essere risucchiati dalle onde del Tevere non vi fa pensare all’Antico Testamento e alla storia di Mosè?

    G. Manford nella sua “Città nella storia” sostiene che tutte le religioni, anche le più lontane, hanno elementi in comune come la Santissima Trinità per i cristiani e la Sacra Trinurti (Brahma, Siva e Visnù) per gli induisti. Allora, sempre Manford scrive, “perché anche nel “mito” non può esserci la realtà dei “fatti avvenuti” senza interventi divini?

    4) Matteo Rovere e i suoi scenografi hanno visitato anche i posti più sperduti del Lazio per trovare, in essi, elementi (piante, sassi, alberi) che potessero riportare, nelle scene del film, la situazione dei terreni, dei monti e dei fiumi laziali com’erano allora. E’ bello constatare che non si siano mossi dalla regione da cui tutta la storia è nata, come se ciò fosse un omaggio alla realtà lontana da cui nacque Roma, il suo impero e la sua grande storia. Siete d’accordo?

    5) Sempre il mito di Romolo e Remo narra che mentre il loro cesto stava affondando nelle acque del Tevere, vennero salvati da una lupa che li allattò. Questo è quanto dice il mito: un animale salvò i gemelli ma la realtà storica dice anche che, con il termine di “lupae”, venivano indicate, ancora in età imperiale, le prostitute, quindi, perché non pensare che i due bambini furono salvati da una donna che esercitava quello che si definisce, ancora oggi, “il mestiere più antico del mondo” e che fu lei ad affidare i piccoli al pastore e ad Acca Laurenzia, sua moglie, che li crebbero?

    6) Romolo e Remo, divenuti grandi, divennero i capi di un folto gruppo di giovani che li seguivano entusiasti. La leggenda ci dice che, catturati dai guerrieri di Albalonga reagirono, uccidendoli, occuparono la città, uccisero lo zio Amulio, l’usurpatore, liberarono la madre (2) rimisero sul trono il vecchio nonno Numitore e lasciarono la città perché ne volevano fondare una nuova. Perché? Perché sentivano di dover fondare una nuova città? A loro non bastava Albalonga che avevano battuto e che poi, con Roma, ebbe una serie lunghissima di guerre e di battaglie (basti pensare allo scontro che vide sul ponte Cestio battersi, fino alla morte, gli Orazi, Romani e i Curiazi, difensori di Albalonga)? (3)

    7) Quando lasciarono Albalonga chi dei due fratelli rubò il fuoco sacro e rapì la sacerdotessa? 

    8)  Romolo e Remo, dopo questo fatto e dopo che Remo pensò di poter coinvolgere, nel loro gruppo, gli abitanti dei boschi, decisione che incontrava il rifiuto di Romolo, non si trovarono più d’accordo e, forse, anche in altre situazioni non trovarono l’accordo su cui, fino a quel momento, agivano come un solo uomo? Noi usiamo il “forse” avverbio dubitativo, in quanto nulla si sa si è potuto narrare dei loro rapporti. Matteo Rovere, invece, sostiene che fu Remo a cedere di fronte al gemello (Romolo era, sempre non sapendo, quello che ora chiamiamo il gemello dominante?) Ed è per questo motivo che fu Remo a decidere di morire, affinchè il gemello vivesse per diventare re?

    9) La decisione dei gemelli sulla fondazione di una nuova città era stata presa di comune accordo e, fino a quel momento, i due fratelli avevano condotto, insieme, ogni impresa. Perché, narra la leggenda, davanti al solco tracciato da un aratro, tirato da un bue e una mucca bianchi, avvenne il loro scontro? Perché, visto che, sempre, si erano amati come fratelli, condividendo tutto insieme? Perché quell’offesa di Remo a Romolo di saltare quel solco, come per scherno? Remo non poteva non sapere che Romolo, offeso avrebbe reagito!

    Matteo Rovere ci dice, nel suo film, che la scelta di Remo (più forte di Romolo) di saltare il solco, voleva dire sacrificarsi per l’amore che portava nei riguardi di suo fratello cui mai avrebbe fatto del male. Se fu così allora Romolo amava meno Remo perché l’uccise. Ma per Rovere non conta, nella narrazione del film, il perché spinse Romolo a uccidere suo fratello ma perché Remo accettò la morte, come un sacrificio necessario e si fece uccidere. Qual è la vostra opinione in merito? 

    10) La lingua protolatina con cui Rovere ha scelto di far parlare i suoi personaggi si basa su un’attenta ricerca dell’indoeuropeo, un linguaggio che ancora si parla in alcune regioni del nord e dell’ovest dell’Asia da cui poi si sono dipanate tutte le lingue che nacquero da quel ceppo. E’ dallo stesso ceppo, con l’aiuto dei docenti e di esperti che Rovere ha fatto rinascere, come lingua indoeuropea, la protolatina parlata nel film?

     

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    1. Rituale vivo anche nell’età della Roma imperiale per cui il fuoco sacro veniva affidato a vergini, dette vestali che venivano condannate a morte e murate vive se perdevano la loro verginità e se il fuoco sacro si spegneva, massima iattura per Roma e per il popolo romano. 

    2. Anche il mito così certo nelle sue narrazioni indimostrabili tentenna riguardo alla figura di Rea Silvia. C’è che ha narrato che, dopo la nascita dei gemelli, fu mandata a morte dallo zio Amulio e che invece che dopo anni di prigionia, venne liberata dai figli.

    3. Gli Orazi e i Curiazi si batterono in uno scontro mortale nonostante fossero legati da affinità (parentela acquisitia) in quanto, reciprocamente; avevano sposato le sorelle degli altri.

     

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