Il traditore In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    IL TRADITORE è un film di vendette e tradimenti su Tommaso Buscetta, detto anche il “Boss dei due mondi”.

    Il nuovo film di Marco Bellocchio racconta il primo grande pentito di mafia, l’uomo che, per primo, consegnò le chiavi per avvicinarsi alla Piovra, cambiando così le sorti dei rapporti tra Stato e criminalità organizzata. Pierfrancesco Favino interpreta Tommaso Buscetta, il Boss dei due mondi, secondo una prospettiva inedita e mai studiata prima: sarà il “Traditore.” Un racconto fatto di violenze e di drammi, che inizia con l’arresto in Brasile e l’estradizione di Buscetta in Italia, passando per l’amicizia con il giudice Falcone e gli irreali silenzi del Maxiprocesso alla mafia. Ed è proprio nel momento in cui la giustizia sembra aver segnato un punto, che Cosa Nostra ricorda a Buscetta e all’Italia che la sua sconfitta è ben lontana. Scoppia la bomba a Capaci e Buscetta alzerà il tiro facendo il nome di Andreotti: un tragico boomerang che lo costringerà a fuggire dall’Italia per sempre.

    *****

    All’inizio degli anni 80 è guerra tra le vecchie famiglie della mafia, Totò Riina e i Corleonesi. In palio c’è il controllo sul traffico di droga.

    Alla festa di riconciliazione delle ‘famiglie’ Tommaso Buscetta sente il pericolo. Decide di emigrare in Brasile per seguire i suoi traffici e allontanarsi dai Corleonesi che si accaniranno su due dei suoi figli, il genero, il cognato, un nipote e il fratello rimasti in Sicilia, e lui stesso è braccato anche in Brasile.

    Ma prima della mafia è la polizia brasiliana ad arrestarlo. Ora ci sarà l’estradizione e la morte sicura in Italia. Ma il giudice Giovanni Falcone gli offre un’alternativa: collaborare con la giustizia. Per il codice d’onore della mafia equivale a tradire.

    Grazie alle sue rivelazioni viene istruito il Maxi-Processo con 475 imputati. Le sentenze decimano la mafia, ma Totò Riina è ancora latitante.

    La risposta è l’attentato a Falcone e alla sua scorta. Buscetta allora decide di fare nomi eccellenti della politica, è il testimone in numerosi processi e diventa sempre più popolare. Riina viene finalmente arrestato.

    Il processo contro Andreotti invece è inficiato da una campagna mediatica contro di lui, fotografato durante una crociera in nave. La sua credibilità ne risente. Buscetta lascia l’Italia. Lo ritroviamo a Miami, malato e sempre in allerta, in attesa della rappresaglia mafiosa. Ma la morte, per malattia, lo raggiunge prima della vendetta di Cosa Nostra.

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Marco Bellocchio
  • Titolo Originale: Il traditore
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Produzione: IBC Movie, Kavac Film, Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 23 maggio 2019
  • Durata: 148’
  • Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo
  • Direttore della Fotografia: Vladana Radovic
  • Montaggio: Francesca Calvelli
  • Scenografia: Andrea Castorina
  • Costumi: Daria Calvelli
  • Attori: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    Dichiarazione del regista

    “Naturalmente sono contento per l’invito a Cannes. Il concorso è una gara e posso solo accettarla cercando di fare il più bel film possibile, correndo freneticamente perché c’è veramente poco tempo.

    È un film ancora diverso da tutti i precedenti, forse assomiglia un po’ a “Buongiorno, notte” perché i personaggi si chiamano coi loro veri nomi, ma lo sguardo è più esposto, all’esterno, i protagonisti sono spesso in pubblico, per esempio nel gran teatro del Maxiprocesso di Palermo e in altri teatri di altri processi con un copione diverso, pur essendo i personaggi spesso ripresi a distanza ravvicinata, trascurando però quei tempi psicologici, quelle nevrosi e psicosi “borghesi” che sono state spesso la materia prima di molti film che ho fatto in passato.

    “Il Traditore” è anche un film civile (o di denuncia sociale come si diceva una volta) evitando però ogni retorica e ideologia.

    Ho scoperto infine in questo film, sempre da dilettante, il siciliano, lingua meravigliosa spesso storpiata, ridicolizzata, caricaturizzata anche dal nostro cinema (e televisione).

    Di altro e più approfonditamente spero si possa parlare a Cannes, dopo la visione del film (e della squadra straordinaria con cui è stato possibile farlo))”.

     

    MARCO BELLOCCHIO

    Nasce a Piacenza nel 1939. Nel ’59 interrompe gli studi di filosofia alla Cattolica di Milano e si iscrive a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tra il ’61 e il ’62 realizza i cortometraggi Abbasso lo zio, La colpa e la pena e Ginepro fatto uomo e si trasferisce poi a Londra dove frequenta la Slade School of Fine Arts. Il suo lungometraggio d’esordio I pugni in tasca, premiato a Locarno nel ’65, lo impone all’attenzione internazionale. Nel 2011 riceve il Leone d’oro alla Carriera alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Gli sono state dedicate decine di retrospettive nel mondo tra cui quella del Moma di New York nel 2014 per i 50 anni di carriera, quella della 43ma edizione del Festival International du Film de la Rochelle e quella del 2018 del British Film Institute di Londra.

    Nel 2016 Fai bei sogni è il film d’apertura della Quinzaine des réalisateurs al Festival di Cannes. Dal 2014 è presidente della Cineteca di Bologna.

     

    Filmografia:

    1965 – I pugni in tasca

    1967 – La Cina è vicina (la versione restaurata è stata presentata al Festival di Venezia del 2014)

    1967 – Discutiamo, discutiamo (episodio di Amore e rabbia) 1969 – Paola

    1969 – Viva il primo maggio rosso

    1971 – Nel nome del padre (la versione restaurata è stata presentata al Festival di Venezia del 2011)

    1972 – Sbatti il mostro in prima pagina

    1974 – Nessuno o tutti (poi noto come Matti da slegare) realizzato con Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli

    1976 – Marcia trionfale

    1977 – Il Gabbiano

    1980 – Vacanze in Val Trebbia (docu-fiction) 1980 – Salto nel vuoto

    1982 – Gli occhi, la bocca

    1984 – Enrico IV

    1986 – Diavolo in corpo

    1988 – La visione del Sabba

    1990 – La condanna

    1994 – Il sogno della farfalla

    1996 – Il principe di Homburg

    1999 – La balia

    2002 – L’ora di religione 2002 – Addio del passato

    2004 – Buongiorno, Notte

    2005 – Il regista di matrimoni

    2006 – Sorelle

    2009 – Vincere

    2011 – Sorelle Mai

    2012 – Bella Addormentata

    2015 – Sangue del mio sangue

    2016 - Fai bei sogni

     

    TV

    1978 – La macchina cinema (realizzato con S. Agosti, S. Petraglia, S. Rulli) 1997 – Sogni infranti

    1998 – La religione della storia

    1999 – Sorelle, Un filo di passione, Nina

    2000 – L’affresco

    2001 – Il maestro di coro

    2002 – Vania

     

    PIERFRANCESCO FAVINO

    Pierfrancesco Favino nasce a Roma il 24 agosto 1969.

    Diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico.

    Tra i film che lo hanno messo più in evidenza ad inizio carriera: L'ultimo bacio di Gabriele Muccino, El Alamein di Enzo Monteleone, Le chiavi di casa di Gianni Amelio. E inoltre: Romanzo Criminale di Michele Placido, La Sconosciuta di Giuseppe Tornatore, Saturno Contro di Ferzan Ozpetek e Cosa voglio di più di Silvio Soldini.

    Nelle ultime stagioni ha avuto modo di proseguire il suo percorso cinematografico con altri noti registi italiani, ne sono esempi L'industriale di Giuliano Montaldo, A.C.A.B. e Suburra di Stefano Sollima, Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, Le Confessioni di Roberto Andò, A Casa tutti bene di Gabriele Muccino e Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi.

    Tra le produzioni estere: Le Cronache di Narnia: il principe Caspian di Andrew Adamson, Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee, Angeli e Demoni e Rush di Ron Howard, World War Z di Marc Forster, Marco Polo 1° e 2° stagione (Netflix), Une Mère di Christine Carrière, My Cousin Rachel di Roger Michell e The Catcher was a spy di Ben Lewin.

    Tra le produzioni televisive più popolari: Gino Bartali l'Intramontabile, Pane e libertà e Qualunque cosa succeda di Alberto Negrin; Il generale Della Rovere di Carlo Carlei.

    A teatro in questi ultimi anni ha scritto, diretto e recitato gli spettacoli Servo per Due e La Controra. Nel corso dell’ultimo biennio è andato in scena con l’atto unico La Notte poco prima delle foreste. Spettacoli premiati dalla critica e da un importante successo di pubblico.

    Dirige la scuola di perfezionamento del mestiere dell'attore L'Oltrarno di Firenze.

     

    Maria Fernanda Candido

    Attrice e modella brasiliana, ha sfilato per Giorgio Armani ed è stata testimonial dello stilista in Brasile. In Italia è nota per aver preso parte alle telenovelas Terra nostra, Terra nostra 2 e Vento di passione. Nel 2019 ha affiancato Pierfrancesco Favino nella pellicola Il traditore, biografia cinematografica di Tommaso Buscetta, con la regia di Marco Bellocchio.

     

    Fabrizio Ferracane

    Nasce a Mazara del Vallo nel 1975. Dopo la scuola si trasferisce a Roma, dove inizia gli studi teatrali e frequenta laboratori con vari registi. La sua esperienza artistica tocca la tv, il cinema e il teatro. Nel 2004 fonda TeatrUsica partecipando a numerosi festival nazionali e internazionali con i suoi spettacoli, tra cui Sutta Scupa, realizzato con Giuseppe Massa e montato nella struttura dell’Ex Carcere di Palermo. Dalla collaborazione con Rino Marino nello spettacolo Ferrovecchio, finalista nel 2010 al premio "Dante Cappelletti", nasce la Compagnia Marino-Ferracane, con cui mette in scena anche lo spettacolo Orapronobis, con la partecipazione dei detenuti della Casa Circondariale di Castelvetrano, dove ha attivato un laboratorio teatrale. In televisione ha preso parte a numerose serie tra cui Il capo dei capi, Intelligence, Squadra Antimafia 2, Il segreto dell’acqua, Non uccidere 2, Il Commissario Montalbano, La compagnia del Cigno. Per il cinema ha lavorato con Tornatore in Malena, Leonardo Frosina in L’ultima foglia, Francesco Munzi in Anime Nere, Mimmo Calopresti in Uno per tutti, Annarita Zambrano in Apres la guerre, Andrea Segre in L’ordine delle cose.

     

    Fausto Russo Alesi

    Attore e regista, Fausto Russo Alesi ha lavorato con i più grandi autori del teatro e del cinema. Dal 2006 con Il silenzio dei comunisti e fino a Celestina vicino alle concerie in riva al fiume del 2014 è stato diretto come protagonista da Luca Ronconi in ben otto lavori. Nelle sue numerose interpretazioni è stato diretto tra gli altri da Serena Sinigaglia, Peter Stein, Gabriele Vacis. Come per il teatro anche per il cinema, ha da sempre operato scelte professionali di livello autoriale. È stato diretto tra gli altri da Silvio Soldini (Pane e Tulipani, Agata e la tempesta e Il Comandante e la cicogna), Mario Monicelli (Le rose nel deserto) Carlo Mazzacurati (La Passione), Roberto Andò (Viaggio segreto), Saverio Costanzo (In memoria di me), Marco Tullio Giordana (Romanzo di una strage), Andrea Segre (L'ordine delle cose) . Con Marco Bellocchio per il quale è Giovanni Falcone ne Il traditore, ha lavorato in La media matematica, Vincere, Sangue del mio sangue, Fai bei sogni. Per la Tv è tra gli interpreti de La porta rossa 2 di Carmine Elia e Altri tempi di Marco Turco.

    Ha vinto numerosi riconoscimenti tra cui tre Premi UBU, il premio dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il premio ETI Olimpici del Teatro per la sua interpretazione nel Grigio di Giorgio Gaber, il premio Vittorio Gassman e il Premio Landieri per Natale in Casa Cupiello di Eduardo De Filippo per la regia dello stesso Alesi, che ne è anche l’unico interprete, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano.

    Nasce a Palermo nel 1973. Nel 1996 si diploma "Attore" presso la Scuola Civica d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Nel 1996 è uno dei soci fondatori di A.T.I.R (Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca). Nel 2000 frequenta il Corso Internazionale Itinerante di Perfezionamento Teatrale, direttore artistico Franco Quadri, maestro Eimuntas Nekrosius, e per la sua regia è stato Kostja nel Gabbiano di Anton Cechov. È docente di recitazione preso il Centro Teatrale Santa Cristina di Ronconi diretto da Roberta Carlotto, presso la Scuola del Teatro Stabile di Torino e del LERT.

     

    Luigi Lo Cascio

    Nasce a Palermo nel 1967. Diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'Amico, si afferma sul grande schermo con I cento passi e La meglio gioventù diretti da Marco Tullio Giordana, Noi credevamo diretto da Mario Martone, Il più bel giorno della mia vita e La bestia nel cuore di Cristina Comencini, Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati, Buongiorno notte diretto da Marco Bellocchio, Il capitale umano con la regia di Paolo Virzì, I nostri ragazzi diretto da Ivano De Matteo, Il nome del figlio diretto da Francesca Archibugi. Di recente prende parte a Smetto quando voglio – Masterclass e al sequel Smetto quando voglio – Ad Honorem diretti entrambi da Sydney Sibilia.

    Nel 2012 debutta alla regia con La città ideale, presentato alla Settimana Internazionale della Critica della 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e per il quale nel 2013 viene nominato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento come Miglior Regista Esordiente. Vincitore di molti premi tra cui nel 2001 il David di Donatello come Miglior Attore Protagonista per I cento passi e Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile in Luce dei miei occhi, nel 2004 il Nastro d’Argento come Miglior Attore Protagonista per La meglio gioventù. Nel settembre 2018 pubblica il suo primo libro “Ogni ricordo un fiore” edito da Feltrinelli. Nella stagione 2018/2019 porta in scena due spettacoli Delitto/Castigo e Dracula entrambi diretti da Sergio Rubini.

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    PERCHE’ BUSCETTA

    Spunti di riflessione tratti dal libro “Il boss è solo” di Enzo Biagi

    a cura di L.D.F.

     

    1) Tommaso Buscetta è stato definito «Boss dei due mondi» e anche: «La prima gola profonda della mafia». Veramente ci fu una volta, più di trent'anni fa, il «caso Valachi». Joe Valachi era uno che si lasciò andare con quelli del FBI, ma un capo della DEA, Franck Monastero che si occupa di droga, considera il vecchio Joe un sillabario e, Buscetta, l'enciclopedia. Perché Buscettta si decise a parlare?

    2) Un suo fratello ha detto: «Masino ha sempre avuto in testa le donne». È vero: e quanti guai! Ci sono, nella sua storia, tre mogli e una serie non misurabile di avventure: anche attrici, anche signore. Piaceva alle donne ma non alla Mafia per questo comportamento. Perché?

    3) Gianni De Gennaro, il primo funzionario di polizia che ha raccolto le confidenze di Tommaso, appena reduce da un tentato suicidio, lo ha descritto come «un uomo pieno di dignità». La parola colpisce: vuol dire una persona che, per virtù o per merito, suscita rispetto?

    4) Buscetta, una volta, vede, in televisione, uno sceneggiato che ricostruisce, con molti arbitrii, un momento della sua vita: si sente offeso nell'onore e chiede, agli agenti che lo custodiscono, che lo portino in carcere comune, dove rischia la pelle, così non se ne parla più. Orgoglio e coraggio o coraggio e orgoglio?

    5) Conquistava sempre, la simpatia della gente; lo trattavano, in qualunque situazione si trovasse, con deferenza. Nelle prigioni dove era rinchiuso le rivolte trovavano poche truppe: don Masino, silenzioso, riflessivo, intelligente, comandava senza dare ordini. Il rispetto per se e per gli antichi codici della mafia era per lui determinante. Perché allora si pose contro la Mafia a quel tempo imperante? Perché quella mafia non rispettava più gli antichi codici a cui egli era legato?  

    6) Era un capo e lo rimase sempre. E’ per questo che la mafia non gli poteva perdonare il tradimento?

    7) «Aveva l'aria di un gentleman», ha scritto il cronista del «New York Post» che lo vide apparire in tribunale. Alto, robusto, ogni mattina, cadesse il mondo, mezz'ora di ginnastica, e la moglie di un commissario della Criminalpol gli imprestava la sua «cyclette».

    Aveva cura di sé. Quando lo accompagnavano in un negozio per comperare un abito che gli permettesse di presentarsi, con decoro, nell'aula giudiziaria, sceglieva un blazer. Non aveva mai sopportato gli amici che sfoggiavano vetture potenti o esibivano orologi costosi: «Butta quel Rolex», diceva, «lo hanno tutti i commessi viaggiatori». Perché questo atteggiamento? Perché sapeva di essere un capo e quindi di non aver nulla da dimostrare? 

    8) Lo hanno chiamato anche Robin Hood: ed è sicuro che avesse una sua idea sincera e, magari, anche crudele o generosa, della giustizia. Affrontava, per sopravvivere, molti travestimenti: si chiamava Manuel Lopez Cadena, Adalberto Barbieri, Tomàs Roberto Felice ma, in fondo, restò sempre se stesso. Secondo voi potrebbe essere un personaggio di Shakespeare?

    9) La famiglia era la sua preoccupazione più grande. Per sé, non lasciava spazio alla speranza. Era convinto che la cosa che più esistesse su questa terra era che non ci fosse ritorno. Come riuscì a sopravvivere ai suoi tanti dolori nonostante questa convinzione? 

    10) Le lenti scure lo proteggevano dalla curiosità: i suoi occhi guardavano dritto, ma senza alterigia. Aveva rispetto degli altri. Aveva la faccia devastata dal mal di denti, notti insonni e un dolore lancinante, ma non si lamentava, per non creare disagio a quelli che dovevano proteggerlo. 

    11) Una volta i militari brasiliani lo prelevarono - era il giorno dei defunti – lo portarono in una cella segreta e lo torturarono: non ottennero nulla. Cos’era la sofferenza fisica per lui rispetto al dolore della perdita degli affetti? Da dove traeva la sua forza don Tommaso?

    12) Raccontò un detenuto, che lo ha conosciuto all'Ucciardone, che don Masino non chiedeva mai favori, non alzava mai la voce, non minacciava nessuno, diceva: «C'è tempo per tutte le cose».  I magistrati di Torino ne tracciarono un ritratto lusinghiero: «Condotta irreprensibile, mai associato a manifestazioni di protesta, sempre rientrato puntuale dai permessi». Si confidò per un attimo, con un giornalista: «Non sono un santo. Ho commesso anch'io i miei peccati». Era coerente con se stesso? 

    13) Quando iniziò la deposizione col giudice Falcone, si presentò con un linguaggio esplicito, e senza sfumature: «Sono un mafioso. Non ho niente di cui pentirmi. Non sono d'accordo con chi ha scatenato la guerra tra le cosche. Sono stati uccisi innocenti che non c'entravano con i nostri affari». Parlò per quarantacinque giorni, poi scattarono 366 mandati di cattura. Perché parlò solo con Falcone? Buscetta non si umiliò mai a chiedere premi o appoggi: «Per tutte le azioni di cui mi sono riconosciuto responsabile non ho mai chiesto sconti». Era lui che aveva deciso di parlare e per questo motivo sapeva e voleva essere solo? Un testimone che assistette alla scena, Vincenzo Geraci, sostituto alla Procura di Palermo, ricorda: «Fisicamente, si vedeva, Buscetta non stava molto bene. Aveva appena trascorso una notte agitata, dormendo pochissimo. Però ci diede subito l'impressione di una forte personalità; era estremamente lucido. Fissandoci, pronunciò queste parole: “Io non sono vostro avversario”. Falcone ed io rimanemmo sbalorditi. Provai una indescrivibile sensazione di piacere e di orgoglio». Perché?

    14) A New York, Rudolph Giuliani, procuratore del Distretto meridionale, che stava indagando sul traffico di stupefacenti e sui proprietari di allegre pizzerie, commentò: «La confessione di Tommaso Buscetta è un fatto storico che consentirebbe, per la prima volta, di fare a pezzi la mafia siciliana». Perché ciò non avvenne?

    15) Tommaso Buscetta parlò e rivelò i meccanismi che regolavano la vita all'interno delle varie «famiglie»; non spiegò le ragioni di certi delitti politici, e neppure rivelò come fosse composto il «terzo livello», «la cupola», quelli che stavano ancora sopra a tutti e decidevano e non comparivano mai. Quando gli chiesero perché si fosse deciso a infrangere la legge della riservatezza, della discrezione che era, ed è, l'impegno giurato di ogni «soldato», rispose: «Non avevo altra scelta: o continuavo a tacere, come avevo fatto, oppure andavo fino in fondo. E così è stato». Sapeva che ogni sua parola era una condanna a morte e non solo per lui?

    16) Non odiava nessuno, perché considerava il rancore un sentimento sprecato che toglieva anche lucidità; aveva il senso dell'ironia, e quando gli domandavano come è stato reclutato, rispondeva: «Non ho certo compilato un modulo». E all'inquisitore che insisteva di sapere quale fosse stato il suo primo crimine rispose: «Eh, vostro onore, avevo fatto le corna a mia moglie».

    17) Non si scontrò, direttamente, con il suo grande nemico, Luciano Liggio; e nella «Guerra dei Corleonesi» (trecento caduti) Tommaso, chiamato a mettere ordine e pace, perse due figli, spariti, («lupara bianca» la chiamano), e un fratello, un cognato, un nipote, il genero, abbattuti a colpi di mitra, in un inferno di fuoco. «Piegati, giunco, quando arriva la piena», dicono dalle sue parti, e l'onda lo curvò, ma senza sradicarlo. 

    La «commissione», i dieci capi che decisero, lo aveva di sicuro condannato a morte: come «infame» e «traditore». Ma Buscetta parlò, non per vendetta ma perché vide perdente l'antica confraternita, quella specie di società di mutuo soccorso, in cui non si riconosceva più, si sentiva sconfitto. “Il boss è solo”. Durante il processo disse a quelli dietro le sbarre: “io, e non voi, sono un uomo d’onore! Commentate.

    18) I dieci capi fecero sapere a Tommaso Buscetta che, se ritrattava quello che stava ormai scritto in migliaia di pagine di verbali, e si fingeva pazzo, ci sarebbero stati per lui milioni di dollari. Non cambiò una parola: non temette il futuro, anche perché gli avevano insegnato che «chi gioca da solo non perde mai». I suoi sogni, fino alla morte, furono per i suoi figli, quelli rimasti: per tante notti dormì su un cuscino che riproduceva il volto sorridente del più piccolo, quello che aveva chiesto: «Papà, la mafia che cos'è?». Buscetta, non rispondendo aveva deciso: voleva che la mafia non avvelenasse più i suoi figli?

    19) Un giorno, come diceva lui “testimone e non pentito”, sapendo di essere nel mirino della mafia e, dopo la strage di buona parte della sua famiglia, disse a Candida, la sua terza moglie “Lasciami, puoi ancora vivere come si deve”. Ma ella non lo ascoltò e ogni giorno gli scriveva una lettera. Quanto lo amò quella donna che gli rimase accanto fino all’ultimo? 

     

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