Dolor y Gloria In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Salvador Mallo è un veterano regista cinematografico affetto da molteplici disturbi; il peggiore dei suoi mali è l'incapacità di continuare a girare film. Le sue condizioni fisiche non glielo permettono e senza poter svolgere il suo lavoro, la vita non ha più senso.

    La miscela di farmaci che assume, insieme alla dipendenza da eroina, fanno sì che Salvador trascorra la maggior parte della giornata prostrato. Questo stato di dormiveglia lo trasporta in un’epoca della sua vita che non ha mai visto dal di fuori: la sua infanzia negli anni ‘60, quando emigrò con i suoi genitori a Paterna, un comune situato nella provincia di  Valencia, in cerca di fortuna. Sua madre è la figura centrale di quel tempo, che si è battuta per la sopravvivenza della famiglia. Appare anche il primo desiderio. Il suo primo amore da adulto nella Madrid degli anni ‘80. Il dolore della fine di questo amore quando era ancora vivo e palpitante. La scrittura come unica terapia per dimenticare l'indimenticabile, la precoce scoperta del cinema quando i film venivano proiettati su un muro imbiancato, all'aperto. Il cinema della sua infanzia odorava di pipì (i bambini urinavano dietro quel muro), di gelsomino e brezza estiva. E il cinema tuttavia era l’unica salvezza contro il dolore, l'assenza e il vuoto.

    Nel recupero del suo passato, Salvador sente l'urgente necessità di narrarlo, e in quel bisogno trova anche la sua salvezza.

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Pedro Almodovar
  • Titolo Originale: Dolor y gloria
  • Distribuzione: Warner Bros Pictures
  • Produzione: El Deseo
  • Data di uscita al cinema: 17 maggio 2019
  • Durata: 112’
  • Sceneggiatura: Pedro Almodovar
  • Direttore della Fotografia: José Luis Alcaine
  • Montaggio: Teresa Font
  • Scenografia: Antxòn Gòmez
  • Costumi: Paola Torres
  • Attori: Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano, Penelope Cruz
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    LA TRILOGIA

    Senza volerlo Dolor y Gloria è la terza parte di una trilogia di creazione spontanea che ha richiesto trentadue anni per essere completata. Le prime due parti sono La legge del desiderio e La mala educación. I tre film hanno come protagonisti dei personaggi maschili che sono dei registi cinematografici, e sempre in tutti e tre, il desiderio e la finzione cinematografica sono i pilastri della narrativa: ma il modo in cui la finzione si intreccia con la realtà differisce in ognuno di essi. La finzione e la vita sono le due facce della stessa medaglia, e la vita include sempre dolore e desiderio.

    Dolor y Gloria rivela, tra gli altri temi, due storie d'amore che hanno segnato il protagonista: due storie determinate dal tempo e dal caso che si manifestano nella finzione.

    La prima è una storia che il protagonista non era consapevole di vivere quando avvenne e la ricorda cinquant'anni dopo. È la storia della prima volta che sentì l'impulso del desiderio: Salvador aveva nove anni. La sensazione fu così intensa che cadde svenuto a terra, come colpito da un fulmine.

    La seconda è una storia vissuta nel pieno degli anni ottanta, quando il paese celebrava l'esplosione di libertà che arrivò con la democrazia. Questa storia d'amore, che Salvador scrive per dimenticare, finisce per trasformarsi in un monologo interpretato da Alberto Crespo e firmato dallo stesso attore; Salvador non vuole che qualcuno riconosca e dia la paternità all’interprete, cedendo alla sua insistente richiesta.

    Il monologo è intitolato La dipendenza e Alberto Crespo lo interpreta di fronte ad uno schermo bianco, nudo, come unica scenografia.

    LO SCHERMO BIANCO lo rappresenta in tutto: il cinema che Salvador ha visto nella sua infanzia, la sua memoria adulta, i viaggi con Federico per fuggire da Madrid e dall'eroina, la sua forgia come scrittore e come cineasta. Lo schermo come testimone, compagnia e destino.

     

    LA DIPENDENZA

    La storia de La dipendenza allude alla passione vissuta da Salvador e Federico da giovani negli anni 80, e spiega anche il motivo della loro separazione, sebbene i due continuassero ad amarsi. Il teatro, la parola interpretata davanti ad uno schermo nudo, funge da messaggero tra i vecchi amanti trent’anni dopo.

    Federico torna a Madrid dopo più di trent’anni, entra nella sala di un teatro per passare il tempo e assiste  attonito alla messa in scena della sua storia con Salvador. Hanno cambiato i loro nomi, ma il dolore, la felicità e le ragioni per le quali si è separato da Salvador sono il soggetto dello spettacolo. Narrato nella forma di un monologo da Alberto Crespo, Federico riconosce in ogni parola Salvador, anche se è proprio Crespo a firmare lo spettacolo. Il monologo consente ai due precedenti amanti di incontrarsi di nuovo. I tre attori coinvolti in queste sequenze, Asier Etxeandía (l'attore), Leonardo Sbaraglia (Federico) e Salvador (Antonio Banderas), sono folgoranti. Penso che sia una delle sequenze che mi emoziona di più.

     

    AUTORIFERIMENTO

    Se si scrive la storia di un regista (e il tuo lavoro è quello di dirigere film), è impossibile non fare riferimento alla propria vita e alle proprie esperienze. Era il modo più pratico: la mia casa è la casa in cui vive il personaggio di Antonio Banderas, i mobili della cucina - e il resto dell'arredamento - sono i miei o sono stati replicati per l'occasione, i quadri appesi alle pareti, l'immagine di Antonio, soprattutto i capelli, abbiamo cercato di renderli simili ai miei, le scarpe e molti dei vestiti appartengono a me. Anche il colore degli abiti è lo stesso. Laddove c'era un angolo del set della casa da riempire con decorazioni, l'art designer mandava il suo assistente a casa mia per prendere alcuni dei tanti oggetti con cui convivo. Questo è l’aspetto più autobiografico del film, ed è stato un vantaggio per la troupe: José Luis Alcaine è venuto diverse volte a casa per vedere la luce in diversi momenti della giornata per riprodurla sul set. Ricordo che durante le prove ho detto ad Antonio: “Se pensi che in qualche sequenza ti possa aiutare imitarmi, puoi farlo”. Antonio rispose di no, che non era necessario. E aveva ragione, il suo personaggio non ero io, ma lui era dentro di me.

     

    SALVADOR

    Nel corso della storia vediamo il veterano regista Salvador Mallo in tre periodi della sua vita: la sua infanzia negli anni ‘60, la sua età adulta negli anni ‘80 a Madrid dove Salvador si è formato durante il movimento di rinascita culturale  madrilena di quel decennio, e infine appare Salvador nel presente, isolato, depresso, vittima di vari disturbi, separato dal mondo e dal cinema. Io mi identifico con tutte queste epoche, conosco i luoghi e le sensazioni che il personaggio attraversa, anche se non ho mai vissuto in una grotta né mi sono innamorato di un muratore da bambino, ad esempio, sebbene entrambe le cose sarebbero potute succedere.

    All'inizio ho preso me stesso come riferimento ma, una volta che inizi a scrivere, la finzione stabilisce le sue regole e diventa indipendente dall’origine, come mi è sempre successo quando ho affrontato altri argomenti con riferimenti reali; la realtà mi dà le prime battute ma il resto devo inventarlo io, almeno questo è il gioco che mi piace giocare.

     

    IL SUDARIO

    Anni prima di morire mia madre aveva spiegato a mia sorella maggiore come voleva essere avvolta nel lenzuolo funebre. Mia sorella l’ascoltava con la stessa naturalezza con cui mia madre parlava di sé stessa da morta. Ho un rapporto puerile e immaturo con la mortalità, ho sempre ammirato la naturalezza che mia madre ha inculcato in mia sorella riguardo alla morte e ai suoi riti, come si addice a una buona “manchega”. Nella mia terra c’è una cultura della morte molto forte, che riesce a umanizzare il trapasso senza perdere di spiritualità. Purtroppo non ho ereditato questa cultura, anche se il mio cinema ne è impregnato.

    Ogni volta che scrivevo e riscrivevo la sequenza in cui la madre Jacinta dice a Salvador “se vedi che mi legano i piedi – di solito si fa per evitare ai piedi di aprirsi lateralmente -, scioglili e dì che te l’ho chiesto io. Nel posto dove andrò, voglio entrarci delicatamente ”, finivo per piangere davanti al computer.

    Ho chiamato Julieta Serrano per interpretare Jacinta ad ottantaquattro anni. Da tempo volevo lavorare con lei e tornare a farlo ha suscitato lo stesso piacere delle riprese che abbiamo condiviso negli anni '80.

    La vecchiaia ha trasformato Jacinta in una donna un po’ acida e inaridita. Non rende facile la vita a suo figlio Salvador.

    Quando ho affrontato la quarta parte dello script, nella sequenza in cui Salvador sistema la sua assistente Mercedes nella stanza che aveva precedentemente occupato la madre, è Jacinta che in effetti emerge in quella parte della sceneggiatura, e con lei l'idea della morte. La morte  perseguitava già la madre, ma inizia a vagare nella vita di Salvador quando la narrazione diventa contemporanea. Salvador si siede sulla poltrona dove fino a quattro anni prima si sedeva sua madre, e chiede a Mercedes una scatola di latta dove lei teneva un sacco di cianfrusaglie.

    Pensando a mia madre a quell'età ne avevo già fatto una versione amichevole e divertente ne Il Fiore Del Mio Segreto, ma questa volta ho avuto la sensazione che sarebbe stato più interessante mostrare che le cose tra madre e figlio non andassero bene, e che le loro ultime conversazioni fossero state amare; Jacinta era diventata una donna dura e infelice col passare degli anni e parla a suo figlio con quella stessa crudeltà, senza reale cattiveria, con cui le persone anziane ed ammalate trattano i loro cari.

    L'interpretazione di Julieta Serrano è stata fin dal primo momento precisa e genuina tanto da abbagliarmi, e volevo che i suoi dialoghi avessero una storia più lunga alle spalle. Così durante le riprese ho scritto, improvvisando davvero, diverse nuove sequenze nate dal piacere di vederle interpretare dall’attrice, e che in qualche modo erano nascoste inconsapevolmente dentro di me: sequenze che sono diventate essenziali per il film, e che hanno lasciato perplesso sia me che  Salvador; mi riferisco alle sequenze del corridoio e della terrazza.

    Dopo averle scritte e filmate, le ho percepite così reali che mi chiedo se tra me e mia madre ci fosse stato qualcosa simile a questo oscuro oceano.. Ho l'impressione che queste sequenze improvvisate dicano molto di me, del rapporto con i miei genitori e con La Mancha, dei luoghi in cui ho vissuto la mia infanzia e adolescenza, di tutto ciò che ho detto in proposito fino ad ora.

     

    L’ACQUERELLO / IL PRIMO DESIDERIO

    Mentre aspettano nella sala d’attesa  di un radiologo, Mercedes mostra a Salvador un invito ad una mostra d'arte popolare anonima. Sull'invito appare un acquerello con un bambino seduto in un cortile interno imbiancato, circondato da vasi, mentre legge un libro su un pavimento di piastrelle idrauliche con disegno “matissiano”. Salvador è scioccato dall'immagine, vuole parlarne con Mercedes, ma in quel momento l'infermiera lo chiama: è il suo turno per farsi una TAC al collo.

    Salvador scivola all'interno della macchina della TAC come se stesse entrando in un velivolo, e superata la claustrofobia iniziale, l'enorme macchina sotto forma di gigantesche ciambelle metalliche funge da tunnel temporale. Solo con i suoi ricordi, Salvador evoca il momento in cui l'acquerello che ha appena visto è stato realizzato. Quel bambino è lui, aveva nove anni e viveva con la sua famiglia in una grotta a Paterna, una località levantina dove era emigrato con la famiglia in cerca di fortuna. Erano gli anni ‘60, gli spagnoli si trasferirono dentro e fuori dal paese. Era domenica, sua madre era andata a cucire presso la perpetua del paese, suo padre era al bar e lui era rimasto nella grotta in compagnia di un giovane muratore che stava finendo un lavoro nel lavello della cucina.

    Salvador è seduto sotto il lucernario, l'unico respiro della grotta, colpito direttamente da un fascio di luce e produce un’immagine molto bella stile impressionista accanto ai vasi, sulle pareti imbiancate di calce e sul pavimento idraulico. Il giovane muratore - appassionato di pittura – si ferma un momento a contemplarlo affascinato dall’immagine, tanto che decide di disegnarla su un sacco di cemento e di portarsi il disegno a casa per finire di colorarlo.

    Questa scena si inserisce tra le radiazioni della TAC come una rivelazione: la scena è perfettamente chiara, i due personaggi agiscono con totale innocenza, ma a cinquant’anni di distanza ora che si ritrova intrappolato nella macchina per la TAC, Salvador scopre i suoi primi impulsi sessuali verso un altro uomo, il giovane muratore. Il momento, travolgente e magico, si cristallizza in quell’acquerello che il muratore gli avrebbe mandato mesi dopo, quando nessuno dei due si trovava più a Paterna. Salvador studiava in seminario per conseguire il diploma, e sua madre non gli disse  mai dell’arrivo di quell’acquerello che riportava una tenera nota sul retro scritta dal giovane muratore. Lei fù  l'unica a notare che tra quei due ragazzi stava nascendo un sentimento che doveva interrompere prima che prendesse forma e li travolgesse. E intercettò le comunicazioni dei due. L'acquerello finì in un mercatino di Barcellona dove venne acquistato da un collezionista di opere anonime che lo espose in una piccola galleria di Madrid, dove Salvador ebbe la possibilità di comprarlo cinquant'anni dopo.

    Salvador riprova  una pulsione così potente come  il desiderio vissuto nel passato; questa volta è il desiderio di narrare l'origine e le circostanze in cui è stato dipinto l'acquerello e la sua vita nella grotta, così come ha insegnato a leggere e scrivere al muratore, sotto lo sguardo vigile di sua madre, in cambio dell’imbiancatura della grotta e la sistemazione del lavandino. Un periodo di difficoltà per la famiglia, che ricorda sempre immerso nella luce del lucernario che collegava la grotta con l'estraneo esterno.

    Salvador si butta sul computer quando tornano a casa sua, e prova ancora l'ebbrezza di calarsi nella scrittura, disposto a vivere l'unica avventura che per tutta la vita gli ha procurato piacere ed emozioni.

     

    GEOGRAFIA E ANATOMIA

    Ridurre il tutto ad una lista di città e malattie, per quanto riguarda i capitoli chiamati Geografia e Anatomia, rispettivamente, mi è sembrato il modo più sintetico di definire la cattiva educazione ricevuta da Salvador da bambino, e la sua scoperta della geografia (attraverso i viaggi promozionali  come regista), e dell’anatomia attraverso il dolore e la malattia.

    In sole tre pagine ho riassunto la mediocre scolasticità dell’infanzia del protagonista e introdotto la sua professione di regista cinematografico di successo, che gli ha dato modo di viaggiare per promuovere il suo lavoro; allo stesso tempo, in quelle stesse pagine ho riportato i suoi molteplici problemi di salute, dedicando il tempo minimo necessario al problema, senza dover tornare sull'argomento. Il dolore è molto passivo, non molto cinematografico e noioso da raccontare, ma ho dovuto menzionarlo in qualche modo per definire il protagonista e spiegare la sua eventuale reazione autodistruttiva, la sua malinconia e misantropia.

    La forza narrativa di queste due sequenze (Geografia e Anatomia) si basa sulla musica dinamica e teatrale composta da Alberto Iglesias, e sugli elementi animati in modo pedagogico e originale da Juan Gatti.

    Oltre a questi, mi sono permesso di mettere in evidenza due paragrafi di due libri che Salvador sta leggendo: Il libro dell’inquietudine di Pessoa, e Dal chiaro di luna non cresce nulla di Torborg Nedreaas, per indicare cosa bolle nella sua testa. Non è un uso chiaro e vistoso quanto i capitoli di Geografia e Anatomia, ma spero che aiuti a capire lo stato mentale depressivo del protagonista.

     

    LA MUSICA

    Alberto Iglesias ha composto la colonna sonora, come ha fatto per Il fiore del mio segreto (1995).

    In questa occasione ha diviso la sua partitura in tre diverse sonorità o ambientazioni. La prima è legata al passato del protagonista. I pezzi derivano dalla luce del soffitto della grotta, tutti sono collegati con la luce del sole di Paterna e quella del lucernaio che illumina l'esistenza del bambino Salvador nella grotta.

    La seconda sonorità è legata a momenti di dolore e isolamento. Le frasi musicali sospese coprono i silenzi e convivono all'interno dei dialoghi più drammatici, come parte di essi. Anche questa seconda sonorità adotta schemi più veloci e ripetitivi (nella discussione tra Alberto e Salvador, per esempio), movimenti musicali più frenetici o piccoli vibrati. La prima accezione ci evoca il personaggio in sospensione (in solitudine e prostrazione) e la musica stessa appare sospesa, quando il ritmo cresce e si offusca, la musica si connette con l'ansia del personaggio.

    La terza sonorità avvolge le scene della madre e del figlio più adulti, a Madrid. La musica assume lo spirito della madre prima della morte: non è un preambolo funebre ma naturale e in qualche modo luminoso nella sua semplice spiritualità ("Dove sono non fa freddo né caldo", dice in ospedale riferendosi a una vicina defunta. Oppure "Ovunque vada, voglio entrare a passo svelto"). È inevitabile che la musica contenga una certa melanconia (felice) per raggiungere un luogo utopico, il preambolo di una morte accettata senza paura.

    La colonna sonora è scritta per un sestetto d'archi, con piano e clarinetto. Ci sono momenti di maggiore significato sonoro e orchestrale ma senza oltrepassare i limiti dell'intimità. Alberto Iglesias, come sempre, ha creato una musica che nasce dalle immagini di sfondo come qualcosa di organico, che le avvolge e le accompagna nel loro percorso narrativo.

    Ancora una volta sono rimasto sorpreso dalla sua originalità, dalla sua versatilità, dalla sua competenza e dalla sua dedizione.

     

    LE CANZONI

    Rosalía canta a cappella il brano A tu vera nel fiume, insieme ad un coro di lavandaie. È uno dei ricordi più felici di Salvador. Osserva sua madre esultante di gioia stendere la biancheria tra  giunchi e cespugli di menta, sulla riva del fiume.

    La vie en rose, nella mitica versione di Grace Jones nel pieno splendore della musica da discoteca, compare nel monologo di Alberto Crespo.

    Cómo pudiste hacerme esto a mí di Alaska e Dinarama accompagna i titoli di testa di Sabor, il film di Salvador Mallo proiettato alla Cineteca. Il tema serve a datare il film, a metà degli anni '80, così come a rendere omaggio al suo autore Carlos Berlanga, una delle grandi icone di quel periodo, nonché un caro amico.

    Ho cercato artisti (attori, pittori, musicisti) con i quali ho familiarità e con cui, nella maggior parte dei casi, sono cresciuto insieme. Sono ben presenti le opere dei pittori Guillermo Pérez Villalta, Sigfrido Martín Begué, Jorge Galindo, Manolo Quejido, Miguel Ángel Campano, Dis Berlín, ecc. Tutti appartenenti alla fine degli anni settanta e che hanno contribuito alla mia formazione in tutti i sensi. Questo è uno degli aspetti più autobiografici del film. Tutto mi è familiare. E ovviamente,  tornando alla musica, la presenza di Chavela Vargas e di Mina fanno parte del mio patrimonio emotivo e artistico.

    Di Mina ho scelto Come sinfonia per accompagnare l'intera scena del bozzetto dell’acquerello. È un brano del 1960 pieno di delicatezza, e dà la sensazione di un’estate oziosa e piacevole.

    Chavela irrompe nel pieno del monologo con un verso de La noche de mi amor, eccessivo ed infinito nel suo clamore: Voglio la gioia di una barca al ritorno, e il rintocco di mille campane di gloria, per brindare alla notte del mio amore.

     

    GLI  ATTORI

    È stata una sorpresa e una scoperta lavorare con Asier Etxeandía e Leonardo Sbaraglia. Posso solo esprimere la mia ammirazione per la loro interpretazione di due personaggi importanti senza i quali il film non reggerebbe. Ma il fulcro intorno a cui ruota la storia è Antonio Banderas nella sua interpretazione del tormentato e isolato Salvador Mallo. Penso che questo sia il miglior lavoro di Antonio dopo Legami! 

    Dolor y Gloria presuppone, a mio avviso, una sua rinascita come attore e l'inizio di una nuova fase. Spero di non esser frainteso. Antonio continua ad essere uno degli attori che più ascolta e osserva i suoi compagni di scena, ma in questa occasione il fuoco nei suoi occhi viene dal profondo. Tutti noi che abbiamo assistito alla sua interpretazione, giorno dopo giorno, ne siamo rimasti impressionati. Ha scelto, di pari passo a me, lo stato d’animo opposto a quello che ha caratterizzato le sue opere più importanti, perché il respiro del personaggio è l'opposto della bravura dei personaggi che finora ha interpretato.

    Profondo, sottile, con una varietà di piccole gestualità, ha dato vita ad un personaggio molto difficile e pieno di rischi.

    Penelope Cruz interpreta la madre da giovane, negli anni ‘60. Da più adulta, come ho già detto, è interpretata da Julieta Serrano.

    Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme ho sempre visto Penelope come il prototipo della madre spagnola in versione cinematografica. In Dolor y Gloria la madre che interpreta è diversa, ad esempio, dalla madre di Volver : entrambe hanno origini rurali ed una capacità infinita di combattere per sopravvivere, ma le loro vite sono ambientate in epoche diverse. In Volver era una madre contemporanea e in Dolor y Gloria una madre del dopoguerra. Mal vestita, spettinata e appartenente ai primi anni '60 è inevitabile non pensare a Sophia Loren, la madre di tutte le madri. Ma in Dolor y Gloria oltre alla lotta quotidiana per la sopravvivenza, come tutte le donne della sua generazione, c'è una mite amarezza, qualcosa che assomiglia all’umiliazione, che Penelope ha risolto con eleganza e senza particolari problemi. Conosco quel tipo di donne, sono cresciuto con loro. Anche se l’abbiamo spogliata di tutto il glamour, la bellezza di Penelope emerge ancor più e con più forza.

    Ringrazio con l’occasione Raúl Arévalo, che interpreta il marito di Penelope Cruz, in un cameo che difende come se fosse il protagonista. E Nora Navas, Susi Sánchez e Cecilia Roth, perfette nei loro ruoli di assistente, perpetua della cittadina e attrice.

    Il film ha la fortuna di essere stato il battesimo di due attori a cui auguro un futuro brillante. I due debuttanti di Dolor y Gloria: mi riferisco al bambino Asier Flores – che interpreta Salvador da piccolo - e al giovane César Vicente.

    Beneficiare di un bambino-attore di nove anni è una benedizione, e contemplare la spontaneità, la profondità e la purezza di César Vicente, un privilegio. I due trasudano verità e la macchina da presa li adora. Scoprire la nascita di due attori ed essere il primo testimone del loro emergere è uno dei grandi doni dell’essere un regista cinematografico.

     

    LA FOTOGRAFIA

    Ancora una volta ho potuto contare su José Luis Alcaine come direttore della fotografia. José Luis è il direttore della fotografia a cui sono rimasto più fedele: più della metà dei miei film sono stati realizzati con lui. Forse è per questo che non parliamo molto prima di fare i test per la macchina da presa, comunque, gli propongo in anticipo la gamma di colori dei set che voglio predominino in ogni film. La verità è che abbiamo gli stessi parametri, senza bisogno di parlarne molto.

    Per Dolor y Gloria gli ho dato due indicazioni: i chiaroscuri, per sottolineare non solo la notte ma anche l'oscurità in cui vive il protagonista, e la profondità della messa a fuoco. Volevo che la seconda e la terza condizione (così come gli sfondi) avessero la massima messa a fuoco possibile. Il personaggio di Antonio Banderas vive isolato e, se gli elementi che lo circondano e gli sfondi appaiono a fuoco, la sensazione di solitudine è maggiore.

    Oltre al chiaroscuro occasionale, per quanto il protagonista attraversi un periodo molto buio, gli oggetti che lo circondano sono pieni di colore, ed è contornato da bellezza e arte. Questo indica che prima di entrare in crisi il personaggio ha avuto successo nel suo lavoro (questo è il mio unico riferimento alla “Gloria” del titolo), che è un personaggio dai gusti eclettici, cresciuto negli anni della Madrid post moderna.

    Alcaine si è sempre ispirato alla pittura per illuminare i suoi film. Concordiamo sui riferimenti a Velázquez, Rembrandt, Edward Hopper ... In Dolor y Gloria ha fatto riferimento anche alla luce di Bacon ed ai suoi uomini solitari.

    Sono entusiasta di questa collaborazione.

     

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di LDF

    1) Salvator Mallo, regista di mezza età si sente (e forse lo è) in crisi: vive legato ai suoi ricordi, ricordi della sua infanzia che gli parlano di allegria ma anche di dolore e che, soprattutto. sembrano sopraffarlo con la nostalgia di quei tempi lontani. Perchè tanta sofferenza nel ricordare? Perchè egli ormai è diverso o si sente diverso per gli anni che passano o per il successo che sembra abbandonarlo?

    2) E’ così che Salvator si affida ai suoi ricordi per non ricordare come egli pensi di essere oggi? Secondo voi è giusto legarsi al passato per cercare “di dimenticare il futuro” che, comunque, abbiamo davanti, sia esso di tanti anni, di un’ora, oppure di un solo minuto?

    3) Nel 1960, Salvator emigra, con i suoi genitori, nei dintorni di Valencia. Perchè questo momento lontano della sua vita ispira a lui tanta tenerezza? Per il ricordo di sua madre che è vissuta allora avendo, come casa, una grotta e che ora non c’è più o per il ricordo di quel giovane che egli era, pieno di sogni e di speranze, pur in mezzo a tanta miseria?

    4) E Salvator ricorda …… momenti piacevoli e amari della sua vita, momenti di Gloria, che ora, per lui e in lui, sembrano non esserci più fino a che, dal passato, emerge il suo grande amore che egli non ha mai dimenticato e che, quando è finito, ha lasciato in lui qualcosa di “interrotto” com una ferita che non si è più risanata.E’ questa perdita, così sofferta e mai superata che fa nascere in lui il desiderio di scrivere, scrivere e scrivere….. per dimenticare o per ricordare ancora?

    5) Molti critici hanno detto che, con questo film, Pedro Almodovar si è messo a nudo, forse per chiudere i conti con il passato, forse per vedere chi egli sia ora, narrando agli altri (ma per se, solo per se) cosa abbia significato, per lui, dover ricordare il passato bello e doloroso per guardare in se stesso, per trovare ciò che egli ora senta di essere. E’ giusta secondo voi questa osservazione?A Cannes dove, “Dolor y gloria” è stato presentato con grande successo, molti hanno visto, nel film, un legame con Fellini “Otto e mezzo” del nostro grande regista. Dopo aver visto “Dolor y Gloria” di Almodovar e ricordando l’opera felliniana, trovate sia giusto questo accostamento?Certo è evidente come i due protagonisti del film, Marcello Mastroianni per Fellini e Antonio Banderas per Almodovar, entrambi siano stati rivestiti dai registi con i loro sogni interrotti, le loro speranze irrealizzate, i loro amori finiti in un caleidoscopio in cui si coglie tanta nostalgia, forse la nostalgia di un qualcosa che non si è mai avverato per nessuno dei due grandi uomini. Eppure sia Fellini che Almodovar hanno avuto tanto, sia nel ricordo per il regista italiano, sia nella realtà per l’autore spagnolo.Perchè allora sembra apparire questo confrontarsi con se stessi nei loro due film, dove nostalgia del passato e realtà del presente si circonfondono portando a un futuro stanco e fumoso in cui, forse, entrambi si sono chiesti: “Quanto valore ha la Gloria, quanto ha la fama rispetto al dolore?”

     

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