Il Sindaco del Rione Sanità In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Antonio Barracano,  “uomo d’onore” che sa distinguere tra “gente per bene e gente carogna”, è “Il Sindaco” del rione Sanità. Con la sua carismatica influenza e l'aiuto dell'amico medico amministra la giustizia secondo suoi personali criteri, al di fuori dello Stato e al di sopra delle parti. Chi “tiene santi” va in Paradiso e chi non ne tiene va da  Don  Antonio,  questa  è  la  regola. Quando gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello, il figlio del fornaio, deciso a uccidere il padre, Don Antonio, riconosce nel giovane lo stesso sentimento di vendetta che, da ragazzo, lo aveva ossessionato e poi cambiato per sempre. Il Sindaco decide di intervenire per riconciliare padre e figlio e salvarli entrambi.

    Mario Martone porta al  cinema Il  sindaco del  rione Sanità di  Eduardo De Filippo con un  film   di forte attualità capace di raccontare l'eterna lotta tra bene e male.

     

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Mario Martone
  • Titolo Originale: Il Sindaco del Rione Sanità
  • Distribuzione: Nexo Digital
  • Produzione: Indigo Film e Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 30 settembre e 1 e 2 ottobre 2019
  • Durata: 115’
  • Sceneggiatura: tratta integralmente dalla commedia di Eduardo De Filippo IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ messa in scena nel 2017 con la regia di Mario Martone
  • Direttore della Fotografia: Ferran Paredes Rubio
  • Montaggio: Jacopo Quadri
  • Scenografia: Carmine Guarino
  • Costumi: Giovanna Napolitano, Ursula Patzak
  • Attori: Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto Di Francesco, Adriano Pantaleo, Daniela Ioia, Giuseppe Gaudino, Gennaro Di Colandrea, Lucienne Perreca, Salvatore Presutto, Viviana Cangiano, Domenico Esposito, Ralph P., Armando De Giulio, Daniele Baselice, Morena Di Leva, Ernesto Mahieux
  • Destinatari: Scuole di ogni Ordine e Grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA

    Questo film è stato girato in quattro settimane ma la sua storia viene da lontano: nel gennaio del 2017 mi sono ritrovato in una sala di cento posti nella periferia di Napoli a lavorare con un gruppo, un vero gruppo, come quelli a cui avevo dato vita negli anni '80 (da Falso Movimento a Teatri Uniti) e questo mi dava la sensazione di un nuovo inizio. Gli attori del Nest, a cominciare da Francesco Di Leva, non aspettano che la sorte venga loro incontro, con chiamate dall'alto, attraverso i provini, ma si rimboccano le maniche, trovano un senso nel confronto collettivo, sviluppano idee e si attrezzano perché queste idee in un modo o in un altro prendano forma. "Fare con quello che c'è" diceva Antonio Neiwiller, e mai come in queste zone abbandonate da Dio e dalla politica, tali parole prendono un significato che va oltre il fare teatro per allargarsi a una possibilità di esistenza e di convivenza. È grazie a questa tenacia che il Nest è riuscito a trasformare una palestra abbandonata in un teatro ed è questa stessa tenacia che ha convinto Luca De Filippo a mettere nelle mani di un attore di trentotto anni un personaggio tra quelli mitici di Eduardo: il "sindaco" Antonio Barracano, che da copione di anni ne prevede settantacinque.

    Il sindaco del rione Sanità è il mio primo Eduardo. Mi sono sempre tenuto alla larga perché mettere in scena i suoi testi significa assumere inevitabilmente non solo quanto c'è scritto sulla carta ma anche (e in troppi casi soprattutto) il macrotesto delle messe in scena di De Filippo, attore e regista, tramandato e codificato attraverso le innumerevoli recite e le varie versioni televisive. Sgomberare il campo, impedire alla radice che questo accada con un così deciso spostamento d'età del protagonista, consente di mettere il testo alla prova della contemporaneità (oggi i boss sono giovanissimi) e di leggerlo come nuovo. Non aspettatevi le illusioni del vecchio Barracano nato dell'800, che ancora consentivano di tracciare dei confini morali: qui affiora un'umanità feroce, ambigua e dolente, dove il bene e il male si confrontano in ogni personaggio, dove le due città di cui sempre si parla a Napoli (la legalitaria e la criminale) si scontrano in una partita senza vincitori. Perché è inutile fingere di non vederlo, la città è una e, per quanta paura faccia, nessuno può pensare di tagliarla in due.

    Mario Martone

     

    IL SINDACO DEL RIONE SANITA’ DAL TEATRO AL CINEMA

    Con la messa in scena teatrale de Il sindaco del rione Sanità Mario Martone si confronta per la prima volta con un testo di Eduardo De Filippo. Nel 2017 Martone ha scelto, infatti, di curare la regia di un progetto del gruppo di giovani attori indipendenti del NEST di San Giovanni a Teduccio, che hanno immaginato di mettere in rapporto questo testo, tra i più sofferti del grande autore napoletano, con la realtà difficile che vivono nel quotidiano.

    Uno spettacolo, prodotto da Elledieffe, NEST Napoli Est Teatro, Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, che nasce quindi come gesto politico, in sintonia con quanto Luca De Filippo aveva voluto fare prima della sua scomparsa, avviando un importante progetto di recupero per giovani emarginati attraverso una scuola di teatro: non è dunque un caso se lo spettacolo nasce come coproduzione con la compagnia Elledieffe di Luca De Filippo.

    Al centro del cast c'è Francesco Di Leva, nei panni di Antonio Barracano e intorno a lui sono schierati tutti i protagonisti del NEST, che da più di un decennio agiscono sul territorio a favore delle categorie ritenute socialmente più deboli, ma potenzialmente più forti dal punto di vista del cambiamento e della creatività: i bambini e i giovani.

    Il sindaco del rione Sanità, rappresentato nella stagione 2017/2018, ha ricevuto il Premio “Le Maschere”, come miglior spettacolo in prosa della stagione.

     

    NOTE BIOGRAFICHE

     

    MARIO MARTONE, regista e sceneggiatore, ha realizzato otto lungometraggi, Morte di un matematico napoletano, L’amore molesto, Teatro di guerra, L’odore del sangue, Noi credevamo,

    Il giovane favoloso, Capri-Revolution, Il sindaco del rione Sanità. Ognuno di questi film è connesso a una serie articolata di spettacoli teatrali, documentari, cortometraggi, messe in scena di opere liriche che costituiscono l’insieme del suo lavoro. Ha fondato i gruppi “Falso Movimento” e “Teatri Uniti” e diretto i teatri stabili di Roma e di Torino.

     

    FRANCESCO DI LEVA ha cominciato la sua carriera di attore con Mario Martone nel 2001, in un laboratorio alla Colombaia di Luchino Visconti a Ischia. Accanto alle sue interpretazioni al cinema e in teatro, tra cui spiccano quelle nei film Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, Pater familias di Francesco Patierno e in Napoli milionaria e Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, messe in scena da Francesco Rosi, ha sviluppato, negli anni, un’intensa attività sociale e culturale col NEST di San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia di Napoli dove è nato e dove vive.

     

    MASSIMILIANO GALLO inizia la sua carriera teatrale nel 1988 nella compagnia di Carlo Croccolo. L’anno successivo fonda la Compagnia Gallo. Nel 1997 Carlo Giuffrè lo chiama ad interpretare il ruolo che fu di Peppino De Filippo in Non ti pago e successivamente di Nennillo in Natale in casa Cupiello. Nel corso degli anni al teatro alterna radio, televisione e cinema dove ha lavorato, tra gli altri, con Marco Risi, Ferzan Özpetek, Edoardo De Angelis, Ivan Cotroneo, Maria Sole Tognazzi, Giuseppe Gaudino e Matteo Garrone nel suo prossimo Pinocchio.

     

    ROBERTO DE FRANCESCO ha cominciato con Mario Martone nel 1986 ed è stato protagonista di numerosi suoi lavori a teatro (Operette morali, Carmen, Morte di Danton) e al cinema (Teatro di guerra, Noi credevamo). Volto amato del cinema d’autore italiano, ha lavorato, tra gli altri, con Giuseppe Piccioni, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino, Gianni Amelio, e in teatro con Toni Servillo. È stato il protagonista di diversi film di Francesco Calogero, tra cui Cinque giorni di tempesta, Neve di Stefano Incerti e Le ultime cose di Irene Dionisio.

     

    Gli attori ADRIANO PANTALEO (un esordio precocissimo, al suo attivo numerosi ruoli tra cinema e televisione in successi popolari come Io speriamo che me la cavo, Ci hai rotto papà, Ferdinando e Carolina) e GIUSEPPE GAUDINO sono anch’essi di San Giovanni a Teduccio e guidano il NEST insieme a Francesco Di Leva. Con loro, nel gruppo, figurano anche GIUSEPPE MIALE DI MAURO, regista e scrittore, che è stato regista collaboratore per la messa in scena teatrale del Sindaco del rione Sanità di Martone, lo scenografo CARMINE GUARINO (Indivisibili, Gomorra-La serie), la costumista GIOVANNA NAPOLITANO.

     

    SALVATORE PRESUTTO, tra i protagonisti del progetto teatrale Dieci storie proprio così di Emanuela Giordano, è uno dei principali attori che si sono formati al NEST, e come lui DOMENICO ESPOSITO (giovanissimo protagonista nella serie TV Assunta Spina), ARMANDO DE GIULIO, DANIELE BASELICE e la piccola MORENA DI LEVA, figlia di Francesco, che affianca all’impegno scolastico un’intensa attività tra cinema e teatro.

     

    DANIELA IOIA dopo essere stata scelta da Mario Martone per la messa in scena teatrale del Sindaco del rione Sanità, è entrata a far parte del cast di Gomorra-La Serie di cui è una delle protagoniste nel ruolo di Tiziana Palumbo.

     

    GENNARO DI COLANDREA è tra gli attori principali della compagnia di Mimmo Borrelli, ha lavorato con Andrea De Rosa e Mario Martone e alterna cinema e teatro, collaborando spesso anche col NEST.

     

    VIVIANA CANGIANO è attrice e cantante, con il duo “Ebbanesis”, insieme a Serena Pisa, realizza brani da 400000 visualizzazioni sul web. Ha lavorato in teatro con Mario Martone, Carlo Cerciello, Arturo Cirillo. È protagonista del corto di Adriano Pantaleo Sensazioni d’amore.

     

    LUCIENNE PERRECA, di Pozzuoli, si è formata alla Civica Scuola d’arte drammatica di Milano e ha lavorato con Mimmo Borrelli. Ha avuto un ruolo anche in “Capri-Revolution” di Mario Martone.

     

    RALPH P (Raffaele Bonuomo), di Scampia, non aveva mai recitato. Ha sostenuto un provino per  “Il sindaco del rione Sanità” e Martone, dopo aver ascoltato un suo brano, lo ha voluto non solo come attore ma anche come autore della colonna sonora dello spettacolo e poi del film.

     

    IPPOLITA DI MAJO ha scritto, con Mario Martone, le sceneggiature di “Il giovane favoloso” e di “Capri-Revolution” e del suo prossimo progetto cinematografico, “Qui rido io”. Ha scritto il “corto” “Pastorale cilentana” realizzato da Mario Martone per l’Expo di Milano e, per Iaia Forte, il testo teatrale “E ccà ce sto io”, dalle figure femminili del teatro di Eduardo De Filippo.

     

    FERRAN PAREDES RUBIO ha firmato la fotografia di documentari e lungometraggi lavorando tra gli altri con Edoardo De Angelis (“Mozzarella Stories”; “Perez”; “Indivisibili”; “Il vizio della  speranza”), Alessio Lauria, Alessandro D’Alatri, Valerio Attanasio, Laura Luchetti, Matteo Oleotto, Marco Danieli. Sua la fotografia della prima stagione della serie tv “Non uccidere”.

     

    JACOPO QUADRI ha montato numerosi film di autori come Marco Bechis, Daniele Ciprì e Franco Maresco, Paolo Virzì, Bernardo Bertolucci, Zang Yuan, Francesca Archibugi, Renato De Maria, Alessandro Rossetto, Agostino Ferrente e tutti i film di Mario Martone e di Gianfranco Rosi. Ha realizzato da regista, diversi documentari, tra cui Lorello e Brunello.

     

    MAURIZIO ARGENTIERI ha lavorato sia come fonico di presa diretta che come sound designer. Ha firmato molte serie TV come “Catch 22”;  “Trust”: “Il rapimento Getty”, “Suburra”, e, al cinema, ha lavorato, tra gli altri, con Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Marco Bellocchio, Daniele Luchetti, Sergio Castellitto e anche con Woody Allen, Spike Lee, Mel Gibson.

     

    SILVIA MORAES ha montato il suono di numerosi documentari e film di autori come Paolo Sorrentino, Bernardo Bertolucci, Roberto Benigni, Matteo Garrone, Abel Ferrara, Paolo Virzì, Carlos Saura, Giorgio Diritti, Antonio Capuano, Pappi Corsicato, Michele Placido, Guido Chiesa, e con Mario Martone “Il giovane favoloso”, “Noi credevamo”, “Teatro di guerra” e “L’amore molesto”.

     

    LO SPETTACOLO TEATRALE DI EDOARDO

    Sopraggiunge l'alba in una notte di settembre. Da una quinta laterale comincia a penetrare una luce, che poi si focalizza su un grande stanzone, dalle cui finestre è possibile intravedere la campagna vesuviana. Prima la serva di casa, Immacolata e, successivamente, Geraldina, la figlia più giovane del padrone di casa, ciabattando, tra sbadigli e stiramenti di membra, cominciano ad allestire uno strano spettacolo: unendo i tavoli della stanza, e coprendoli, poi, con lenzuoli bianchi, portano delle forti luci; in breve, stanno installando un'improvvisata postazione chirurgica casalinga. Gennarino, altro figlio del padrone di casa, ancora in pigiama, porta nella stanza un set di strumenti chirurgici. Dal fondo entra in scena il dottor Fabio Della Ragione, anche lui in pigiama, con al seguito tre personaggi; due di loro, Catiello, il servo di casa, e 'o Nait, sorreggono il terzo, Palummiello, gravemente ferito ad una gamba per una sparatoria intercorsa proprio con 'o Nait, che ora l'assiste. Mentre il dottore gli opera la ferita, i due raccontano l'accaduto; il ferito grida per il dolore, venendo prontamente rimproverato dal dottore perché, così facendo, potrebbe svegliare il padrone di casa, Don Antonio Barracano, una distinta figura conosciuta a Napoli come il "sindaco" del rione Sanità, una sorta di capofamiglia camorrista, con cui i due malavitosi vorrebbero parlare per risolvere il loro contenzioso. Don Antonio, intanto, dorme, del tutto ignaro che la moglie Armida, nel medesimo periodo dell'azione in corso, è stata morsa da uno dei cani da guardia della proprietà e, portata al pronto soccorso in città, è ora ospitata nella casa di città del terzo figlio, Amedeo. 

    Alla comparsa di don Antonio, un uomo "alto di statura, asciutto, nerboruto", dalla più che evidente umile estrazione sociale ma fermo ed onesto nei propri principi, il dottore lo informa dell'accaduto e dell'incidente occorso alla moglie, addossando la colpa alla ferocia del mastino Malavita. Don Antonio ascolta imperturbabile il resoconto, continuando a fare colazione con pane e latte. Il dottore riferisce inoltre a Barracano la sua intenzione di lasciarlo: egli vorrebbe emigrare negli Stati Uniti da un suo fratello, interrompendo così la loro amichevole collaborazione che dura ormai da trentacinque anni, a causa dell'inesorabile constatazione del fallimento del loro progetto di offrire aiuto e protezione ai delinquenti del rione Sanità, unicamente colpevoli, secondo Barracano, di essere poveri ed ignoranti e. quindi, incapaci di giostrarsi tra le maglie della legge. Don Barracano non è dello stesso avviso e, alquanto contrariato dalla notizia, avverte il dottore delle "spiacevoli" conseguenze che potrebbe avere se insistesse nella sua decisione. Al dottore scoppia la febbre per la rabbia e la paura e si ritira nella sua camera.

    Don Antonio quindi inizia le "udienze" giornaliere dei disperati che si rivolgono a lui in cerca di giustizia e protezione. Schiaffeggiati e liquidati due delinquenti, dando torto ad entrambi perché si sono sparati senza il suo consenso, chiedono di essere ricevuti da lui Rafiluccio e Rituccia, sua compagna in avanzata gravidanza. I due sono malmessi ma dignitosi nella loro estrema povertà: addirittura la povera giovane si sente male per la fame. È subito soccorsa e sfamata da don Antonio che però rimanda l'ascolto di quanto Rafiluccio gli deve dire perché nel frattempo è tornata da Napoli Armida, che, come il dottore, incolpa il mastino di averla azzannata senza motivo. Don Antonio, che sente vivo il senso della giustizia, assolve invece il cane perché la moglie, imprudentemente e nel cuore della notte, sarebbe furtivamente entrata nel pollaio; il cane dunque avrebbe soltanto adempito al suo dovere. Don Antonio vorrebbe rimandare ad altra occasione l'incontro con Rafiluccio ma questi l'avverte che se non lo ascolta, l'indomani stesso, ucciderà suo padre. Di fronte a questa decisione, che don Antonio intuisce irremovibile, si decide ad ascoltare Rafiluccio che gli racconta come il padre, Arturo Santaniello, ricco panettiere, vedovo, invaghitosi di un'altra donna, lo ha diseredato e cacciato di casa.

    Don Antonio prima di dare però il suo parere vuole sentire l'altra campana: il padre, che, convocato, si presenta con un atteggiamento rispettoso ma conscio della sua dignità. Nel corso del colloquio, Don Antonio si lascia andare ad una confidenza, raccontando quanto gli era accaduto quando faceva il capraio. Si era addormentato e le capre erano sconfinate nella tenuta sorvegliata dal guardiano Giacchino. Questi, cogliendolo nel sonno, lo aveva massacrato di botte, ferendolo gravemente. Da quel momento Barracano aveva avuto un solo pensiero: «uccidere Giacchino». Se non avesse soddisfatto quell'irresistibile impulso sarebbe morto lui stesso: «O lui o io». Così fece alla prima occasione, uccidendo a coltellate Giacchino. Scappato in America dove fece fortuna al servizio di un mafioso locale, era tornato nella natía Napoli e, servendosi di un famoso avvocato e corrompendo vari testimoni, era stato pienamente assolto per legittima difesa nella revisione del processo.

    Barracano invita il padre a riconciliarsi con il figlio, ma il panettiere rifiuta, invitando il vecchio a farsi gli affari suoi. A questo punto don Antonio mette da parte ogni prudenza e, profondamente offeso dalla mancanza di rispetto di Santaniello, lo ucciderebbe sul posto se non lo trattenessero i suoi congiunti e il fatto che il panettiere è disarmato. Barracano riferisce il colloquio a Rafiluccio, cercando di convincerlo a non uccidere il padre, che va comunque rispettato. Il giovane, quasi ripetendo le stesse parole del racconto di don Antonio, afferma, però che ormai non può più fermarsi: «O lui o io».

    Allora Barracano, accompagnato dal dottore, decide di andare a Napoli per avvertire il panettiere - non l'ha potuto fare durante il colloquio - dell'intenzione irremovibile di Rafiluccio di ucciderlo. Santaniello, spaventato dall'improvvisa visita del vecchio malavitoso non gli lascia neppure il tempo di parlare e l'accoltella, prontamente, all'addome. Don Antonio decide di non uccidere il panettiere per evitare una catena di morti per vendetta e, ormai moribondo, organizza una cena nella casa di Napoli, col pretesto di festeggiare l'imminente viaggio del dottore in America, dove due suoi uomini trascinano con la forza anche Santaniello, obbligato poi da Barracano a versare al figlio una grossa somma.

    L'ex-boss muore ed il dottore, stravolto dalla scomparsa dell'amico, decide di tornare nella legalità, deluso da quell'umanità rozza e primitiva che don Antonio non è riuscito a cambiare, e di redigere il referto medico denunciando la vera causa del decesso, contrariamente a quanto stabilito con Barracano, il quale avrebbe voluto farlo passare per una morte naturale.

     

    CRITICA

    Alcuni critici, nell'analisi della commedia, espressero la loro perplessità e quella degli spettatori per la contraddizione, che emergeva dalla trama, tra la soluzione escogitata dal sindaco per ristabilire la giustizia per Rafiluccio e quella del dottore che rivelava apertamente l'inganno illegale orchestrato dal suo amico ormai morto.

    Luciano Codignola, considerando la commedia nell'ambito più generale del pessimismo di fondo di Eduardo, vedeva nel personaggio di Barracano, semplicemente, un capocamorrista legato alla sua "famiglia" criminale e non credeva nel gesto finale del dottore, cioè che «una coscienza nuova fosse nata in lui», «come può darsi lo stesso Eduardo pensi».

    Giorgio Prosperi rilevava semplicemente l'aspetto napoletano rispecchiato dalla commedia. Napoli ha «un cuore con una sistola paternalistica e una diastola radicale». La commedia rappresentava quindi la crisi del paternalismo "alla Antonio Barracano" da cui nasceva il gesto radicale del dottore, che esprimeva l'«accettazione della responsabilità individuale di fronte alla morale del gruppo, cioè all'omertà» tipicamente criminale a cui anche il sindaco apparteneva col «suo errato concetto della giustizia»[5].

    Prosperi non sembra però cogliere che Antonio Barracano ha invece ben chiaro il senso della giustizia, egli non è nemico della legge poiché, come dice: «La legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro».

    Renzo Tian sembra invece aver colto il significato profondo della commedia rilevando nella sua analisi che: «Don Antonio è qualcosa di assai diverso di quel capocamorra che all'inizio sembrerebbe che fosse: egli è un visionario che cerca di ristabilire nel mondo un ordine andato fuori sesto».

    Lo stesso Eduardo, in occasione della trasmissione televisiva del 1979 dell'opera, volle esprimere, rispondendo alle critiche, qual era stato il significato che egli aveva voluto attribuire alla storia narrata. A Napoli, racconta Eduardo, videro, erroneamente, nel Sindaco un capo camorra, tant'è vero che «il pubblico si identificava con lui, lo scambiava per un “mammasantissima” e non lo voleva morto». Don Antonio Barracano, chiariva Eduardo, non è un "padrino" ma un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l'ingiustizia e che, per amore della giustizia e sfiducia negli uomini, se la fa da sé con i mezzi a propria disposizione.

    La commedia esprimeva, secondo l'autore, la crisi della giustizia della società italiana di quegli anni, per cui chiedeva: «Non è forse per la mancanza di giustizia che ci troviamo in questa condizione?».

    Il vero, unico personaggio positivo della commedia era il dottore, il quale esprimeva la giusta soluzione per ogni atto derivato da un malinteso senso di giustizia «Noi possiamo rivalutare le nostre azioni ma solo dicendo la verità». Non si può costruire la giustizia se non con il rispetto della legge.

    Il dottore, diceva Eduardo, è il vero erede di don Antonio Barracano, di cui vuole continuare l'impresa ma seguendo una via del tutto diversa: in nome della verità e della legalità, che, sola, assicura nel 

    tempo i giusti risultati, sperando che si realizzi alla fine un mondo che sia «meno rotondo e un poco più quadrato».

     

    CINEMA E TELEVISIONE

    Poco dopo il debutto dell'opera, una major statunitense propose a De Filippo di realizzarne un adattamento sia teatrale che cinematografico con protagonista l'attore Anthony Quinn: l'autore tuttavia declinò l'offerta perché, nelle intenzioni dei produttori, la struttura drammaturgica del testo sarebbe stata alterata al fine di rendere il tema della criminalità organizzata il perno centrale dell'opera mentre, per l'autore, esso era solo un pretesto per descrivere il protagonista. 

    Una versione teleteatrale dell'opera, diretta ed interpretata dallo stesso De Filippo, andò in onda sulla RAI il 29 aprile 1964 interpretata anche da Ugo D'Alessio, Antonio Casagrande, Pietro Carloni, Luisa Conte, Hilde Renzi, Enzo Cannavale, Franco Camera, Carlo Lima e Gennarino Palumbo. Nel 1979 si ebbe un'ulteriore versione teleteatrale RAI interpretata da De Filippo, Ferruccio De Ceresa, Luca De Filippo, Franco Angrisano, Hilde Renzi, Lina Polito, Cloris Brosca, Gino Maringola, Sergio Solli, Marzio Honorato e un giovane Vincenzo Salemme. 

    Nel 1996, dopo la morte di De Filippo, venne realizzata una prima riduzione cinematografica dell'opera, intitolata Il sindaco e con protagonista proprio Anthony Quinn: nel cast anche Lino Troisi (Fabio Della Ragione), Franco Citti (Arturo Santaniello), Raoul Bova (Rafiluccio Santaniello) e Maria Grazia Cucinotta (Rituccia), mentre la vicenda venne liberamente modificata e trasferita negli Stati Uniti durante gli anni quaranta. Una trasposizione cinematografica omonima è stata realizzata del 2019 da Mario Martone, con Francesco Di Leva (Don Antonio), Roberto De Francesco (Fabio Della Ragione) e Massimiliano Gallo (Arturo Santaniello): questa versione è invece di ambientazione contemporanea. 

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di LDF

    1) Per Mario Martone realizzare il film “Il Sindaco del Rione Sanità” con una compagnia, la Nest, che ha un piccolo teatro di 100 posti alla periferia di Napoli, ha dato, come egli stesso dice, “la sensazione di un nuovo inizio”. Perché e cosa vuol dire Martone quando parla di un nuovo inizio?

    2) E’ indubbio che questa piccola compagnia, la Nest, compia miracoli in un luogo come una povera periferia napoletana, dando a tutti coloro che le si avvicinino una speranza di una vita diversa, attraverso il coinvolgimento della gente, sia pubblico e sia attori, regalando con il suo entusiasmo, il desiderio e la convinzione di dare e di darsi, nel nome di un bene comune. Approfondite le vostre conoscenze su questa compagnia teatrale ed esprimete la vostra opinione in merito al fatto se per voi sia giusto o meno quanto abbiamo affermato.

    3) Fu Luca De Filippo, figlio di Eduardo, scomparso troppo presto, a dare alla compagnia Nest l’autorizzazione a interpretare, sulle tavole del loro piccolo palcoscenico, “Il Sindaco del Rione Sanità”, scritto e interpretato, varie volte in teatro e in televisione, dal suo grande padre. Con quanto timore la piccola compagnia napoletana si è avvicinata al testo?

    4) Lo stesso timore degli attori lo ha sicuramente provato Mario Martone in quanto non voleva realizzare in film un’opera teatrale come “Il Sindaco del Rione Sanità, che, dice egli stesso, è stato tramandato e codificato attraverso le innumerevoli recite e le varie versioni televisive”. E’ per questo motivo, allora che ha portato la storia eduardiana al mondo d’oggi, trasformando il protagonista, creato da De Filippo, un vecchio Antonio Barracano settantacinquenne, nell’Antonio, interpretato da Francesco, che si vede ancora giovane, ancora forte, ancora pronto a combattere?

    5) Antonio Barracano, il giovane, però è pur sempre il Sindaco di Rione Sanità e amministra la “sua” giustizia nel rispetto di ciò che è “giusto” per lui, seguito e accettato dagli abitanti del rione. Ma i tempi sono cambiati, sono diventati più duri nei quali prevale, come dice Martone, un’umanità feroce ed è la realtà dell’oggi che viene narrata nel film. Siete d’accordo su questa scelta nei tempi, nei personaggi e nell’ambientazione fatta dal regista?

    6) Il racconto teatrale di Eduardo in questa scansione di tempi diversi, non può non subire modifiche nei suoi personaggi: oggi i boss, anche i più pericolosi, sono giovanissimi. E com’è Antonio di oggi? Quanto è egli diverso dall’altro, il vecchio Barracano, settantacinquenne, ancora legato a illusioni morali, ormai completamente superate dall’Antonio di oggi?

    7) Quanto conta la figura dell’amico medico di Antonio come egli aiuta il sindaco ad amministrare la “sua” giustizia e perché vuole abbandonare l’amico e il rione?

    8) Quando e come Antonio Barracano, il giovane, si trova improvvisamente davanti un figlio che vuole uccidere suo padre? E perché, in quel giovane, egli ritrova una parte di se stesso?

    9) Barracano non vuole questo omicidio che gli ricorda una sua antica colpa e, vittima innocente, si trova a pagare per un qualcosa che egli voleva solo impedire. Perché? Cosa succede? 

    10) Barracano è ferito e, visto che nel “suo” diritto che egli usa e amministra e, in nome del quale, “vendetta chiama vendetta”, egli è ormai stanco di omicidi e di dolori che coinvolgerebbero, pure, la sua famiglia, in un continuo spargere di sangue. Prende allora una decisione per far finire la catena di uccisioni che “vendetta per vendetta” si sarebbe scatenata. Qual è questa sua decisione e, soprattutto, vi trova d’accordo?

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