Maleficent 2: Signora del Male In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Il rapporto nato nel primo film tra la signora della brughiera magica e l’umana Aurora, con gli anni è cambiato e dalla vendetta si è trasformato, per loro, in un amore nonostante che i rapporti tra le creature della brughiera e gli uomini siano ancora molto tesi.
    C’è in molti, sia tra le fate e i folletti e tra gli stessi umani la speranza che il matrimonio tra Aurora e il principe Filippo porti, definitivamente, alla pace, tra due mondi così diversi.
    Il primo incontro, però, tra Maleficent e la sovrana Ingrith del popolo degli uomini, nonostante la disponibilità della signora della brughiera incantata, ad essere gentile si trasforma in una vera e propria lotta con la regina degli uomini non appena ella si rende conto che Aurora è vittima degli intrighi di Ingrith senza che Aurora stessa ne abbia consapevolezza.
    La situazione nel corso del film, diventa sempre più violenta e termina con un grande scontro tra i due popoli in cui Maleficent e Aurora si troveranno su fronti opposti, fatto che metterà alla prova il loro affetto e la loro lealtà. Troveranno, nonostante tutto Maleficent e Aurora, la forza, la capacità e l’amore che, entrambe, prima provavano l’una per l’altra per fare dei due regni quello della brughiera incantata e quello degli umani, un solo grande paese in cui tutti possano vivere felici avendo per sovrani Filippo e Aurora?

  • Genere: Fantastico
  • Regia: Joachim Ronning
  • Titolo Originale: Maleficent – Mistress of Evil
  • Distribuzione: Walt Disney Pictures
  • Produzione: Pinewood Studios, Iver Heath
  • Data di uscita al cinema: 17 ottobre 2019
  • Durata: 118’
  • Sceneggiatura: Linda Woolverton
  • Direttore della Fotografia: Henry Braham
  • Montaggio: Laura Jennings, Craig Wood
  • Scenografia: Patrick Tatopoulos
  • Costumi: Ellen Mirojnick
  • Attori: Angelina Jolie, Elle Fanning, Ed Skrein, Juno Temple, Michelle Pfeiffer, Chiwetel Ejiofor, Teresa Mahoney, Harris Dickinson, Imelda Stauton, Sam Riley, Lesley Manville, Miyavi, Robert Lindsay, Judith Shekoni
  • Destinatari: Scuole Primarie, Scuole Secondarie di I grado
  • Spunti di Riflessione:

     

    Di LDF

    Dai miti dell’antichità a Maleficent
    Le prime forme di vita religiosa per gli uomini primitivi, almeno fino al periodo neozoico, erano legate all’ammirazione o al timore che i fenomeni nella natura positivo, come il sole o negativi e paurosi, come il fulmine, generassero in loro. Con il passare dei secoli, queste elementari forme religiose si trasformarono e divennero antropomorfe. legate al fatto che l’uomo iniziò a pensare che le caratteristiche naturali come il sole e il mare potessero anche essere rappresentate attraverso un aspetto diverso, praticamente un aspetto umano, simile al loro in cui loro riconoscersi per pregarli con più partecipazione e coinvolgimento perché erano si dei, signori del mondo e di tutte le manifestazioni positive o negative della natura ma simili agli umani nell’aspetto e quindi davano loro una sorta di tranquillità con il mondo divino che prima non avevano, quand’esso si manifestava solo attraverso i fenomeni naturali.
    Si iniziò a parlare di dei, nel popolo dei sumeri, poi gli egiziani i primi a costruire con Iside e Osiride una vera e propria storia tra esseri divini che parlava di amore e di sacrificio ma furono i greci a creare un vero e proprio mondo il Monte Olimpo ove i loro dei vivevano e dove ognuno di essi rappresentava una manifestazione positiva o negativa della natura come Iuppiter (Giove) il re scagliatore di fulmini, Febo (Apollo) il signore del sole, Selene la luna, Afrodite (Venere) la dea dell’amore, Ares (Marte) il dio della guerra e tanti altri che riempivano l’Olimpo con i loro giochi, i loro amori, i loro odi e le loro vendette.
    Praticamente l’Olimpo era ormai abitato da esseri divini che vivevano esattamente come gli umani, come loro amando odiando e vendicandosi.
    Con queste caratteristiche, proprie degli dei così simili, pur se con più poteri rispetto agli uomini, non è stata difficile la trasformazione tra i racconti mitologici di indirizzo religioso in vere e proprie leggende in cui, accanto agli dei c’erano gli umani ad esempio  in storie d’amore, come tra Leda e il cigno in cui si nascondeva Giove il signore degli dei o che parlavano di delicatezza e d’affetto come ad esempio, quando Febo il dio del sole abbassò i suoi raggi per non bruciare il figlio, il semiumano Fetonte, affinchè non ne venisse distrutto.










    Potremmo raccontare tante altre storie come la lotta di tre dee tra cui scegliere tra la più bella, Era (Giunone) Pallade (Minerva) e Afrodite. Paride, il giudice, decise per Afrodite, creando anche nell’Olimpo una guerra di dee che si ripercosse sulla terra nello scontro decennale tra Troiani ed Achei che portò alla distruzione di Troia.
    Le leggende (Omero docet) venivano narrate da aedi di reggia in reggia, di casa in casa, di piazza in piazza.
    Nel II secolo a.C. si affermò un’altra tipologia di storie che avevano per protagonisti gli animali che parlavano, discutevano, trattavano gli altri co-protagonisti della storia, anche loro animali come fossero uomini e alla fine di ogni storia, conosciuta poi con il nome di favola, si faceva comprendere al lettore cosa volesse dire il rispetto, l’amicizia e l’amore.
    Alcune di queste favole ponevano in luce alcuni lati negativi del carattere dell’uomo come l’invidia nel non poter raggiungere un qualcosa che si desideri, ad esempio in “La volpe e l’uva” o come quanto possa essere pericoloso fidarsi in qualcuno che non si conosca (“La rana e lo scorpione”).
    I due autori che divennero famosi per questo tipo di narrazione furono Esopo per la Grecia e Fedro per Roma.
    Durante tutto il periodo dell’Alto e del Basso Medioevo iniziarono a diffondersi storie spesso davanti ai focolari o nelle stalle per difendersi dal freddo in cui si cominciò a parlare di fate, di magie, di streghe, di elfi e di folletti.
    Erano spesso storie paurose che, però, finivano sempre bene e, dopo molte vicissitudini, per la protagonista, in genere, una fanciulla buona e brava. Vi era molta fantasia in queste fiabe ma anche brani di storie vere in periodi in cui le guerre distruggevano città, cose e famiglie o anche la vicenda di uomini effettivamente esistiti che dimostravano, con la loro presenza, come potessero esistere gli orchi. Ad esempio del primo caso succitato, ricordiamo la fiaba di Pollicino in cui egli e i suoi fratellini vennero abbandonati, più di una volta, dal loro padre nel bosco perché il pover’uomo non aveva nulla da dar loro da mangiare e preferiva non vederli mentre morivano di fame, come in realtà accade per molti padri, in “La guerra dei cent’anni” tra Inghilterra e Francia (1335-1453) oppure, nel secolo XVIII nello scontro tra protestanti e cattolici conosciuto come guerra dei trent’anni (1619-1648). A titolo di secondo esempio, del quanto abbiamo già citato c’è stato un personaggio effettivamente esistito, divenuto protagonista di una fiaba triste e violenta, non possiamo non parlare di Barbablu, il castellano che prima violentava e poi uccideva le fanciulle che riusciva a portare nel suo tetro castello. Ebbene dietro Barbablu c’era un prode cavaliere che, da giovane, combattè valorosamente con Giovanna d’Arco nella battaglia di Orleans.
    Tra il secolo 18° e il 19° si affermarono, come famosi scrittori di fiabe, il francese Charles Perrault (1628-1703) e oltre cento anni dopo, i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, berlinesi, conosciutissimi, ancora oggi, per la loro raccolta di racconti fiabeschi e anche perché iniziatori, da filologici a storici  com’erano: della filologia romantica da cui derivarono, in seguito, tutti i moderni studi filologici. Anche Perrault fu un profondo studioso della lingua francese scrivendo opere come “I confronti degli antichi e dei moderni” e “Gli uomini illustri comparsi in Francia nel XVII secolo “ma la sua fama si legò, dal giorno della sua prima pubblicazione (1687) alla sua raccolta di fiabe tra cui spiccano i già citati “Pollicino” e “Barbablù” e poi, tra gli altri, “Cenerentola”, “Cappuccetto Rosso” e “Il gatto con gli stivali”.
    La pubblicazione della fiaba di Perrault dal titolo Les Contes di Ma mère (I racconti di mia madre) è legata a un fatto curioso. Lo scrittore non volle pubblicare il libro con il suo nome  perché riteneva fosse poco serio per lui esserne ufficialmente l’autore e la raccolta ebbe la firma del figlio, Perrault D’Armancour.
    Sia l’autore francese che i Grimm fondarono le loro raccolte di fiabe sui racconti popolari che raccoglievano, come abbiamo già scritto, andando di città in città e di paese in paese. Talvolta gli scrittori tedeschi riscrissero alcune fiabe di Perrault, come “Cenerentola” ma, tra l’autore francese e i Grimm ci fu sempre una profonda differenza (tranne forse per Barbablu di Perrault): per l’autore d’oltre alpe, infatti, talvolta esisteva il perdono per i cosiddetti “cattivi”, mentre mai, in alcuna fiaba dei Grimm, i “cattivi” vengono perdonati anzi sono sempre puniti e spesso nei modi più violenti. Basti pensare ai già citati “Cenerentola” nei riguardi delle due crudeli e invidiose sorellastre: quando Cenerentola sposa il principe, per Perrault, le due ragazze e la loro terribile madre vengono condannate all’esilio mentre per i Grimm sono accecate da due uccelli che si lanciano su di loro!

    Nel 1805 a Odense in Danimarca nacque il danese Hans Christian Andersen che viene, a tutt’oggi, considerato tra i più grandi inventori di fiabe dell’umanità. Inventore lo è senz’altro perché, mentre Perrault e i Grimm, per le loro fiabe, avevano come base i racconti popolari, per Andersen i suoi racconti erano parte della sua mente. Sono spesso narrazioni brevi (La piccola fiammiferaia non può essere considerata una fiaba!) che, talvolta, diventano fiabe come in “i cigni segni selvatici ma con un fondo di malinconia che li rende capolavori ma sempre con un finale che contiene un qualcosa di non completamente allegro, di non completamente felice per i “buoni” delle storie.
    A ciò si aggiunga che, tra le fiabe di Andersen, vengono considerati tali anche “L’ombra” o “Il compagno di viaggio” nei quali il personaggio negativo che incombe, rende tutta la storia estremamente inquietante.
    Per me Hans Christian Andersen è un grande scrittore ma non è uno scrittore di fiabe per bambini come Perrault e i fratelli Grimm che scrivono storie loro narrate dal popolo, inserendovi però come l’autore francese e i due tedeschi, maghe, streghe, orchi, folletti, gnomi, storie che hanno sempre un finale positivo, in cui i “buoni” vincono (Biancaneve ad esempio) mentre la crudele e invidiosa regina Grimilde, divenuta strega (se avvelenata la strega alla fine fugge, inseguita dai famosi sette nani della della fiaba e cade in un dirupo).
    E Maleficent? La storia narrata nei due film, realizzati sul suo personaggio, ci presentano, all’inizio, una persona spietata che vive nel suo mondo, comandando a bacchetta le fatine e i folletti che sono alla sua mercè. Maleficent, quindi, non è buona all’inizio delle due storie filmiche. E allora cos’è? Non una strega (pensiamo alla strega di Biancaneve) non una fata, nonostante i suoi ordini ci siano fatine e folletti e allora…………..è una maga, come Morgana infida compagna del mago Merlino nell’antica saga di “Artù e i cavalieri della tavola rotonda”?
    Se è una maga Maleficent non è buona ma, nel corso dei duefilm, scopriamo che non è completamente cattiva (basti pensare che alla fine delle due storie filmiche ella è dalla parte dei buoni). Allora? Cos’è accaduto a Maleficent per trasformarla così?
    C’è stato un tempo in cui ella fu una fata brava e buona perché bella lo è sempre e comunque?
    Si viene a scoprire il suo passato nel secondo film basato sul suo personaggio?

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