Vivere In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    In una periferia fatta di villette a schiera vive la famiglia Attorre: Luca, giornalista free-lance molto free, “confezionatore” di articoli di colore che piazza a stento sui giornali, Susi, ballerina che insegna danza a signore in sovrappeso, e Lucilla, la loro bimba di sei anni quieta, ricca di fantasia e affetta da una grave forma d’asma. Dentro una Roma magnifica e incomprensibile, stratificata, materna e matrigna, arriva Mary Ann, irlandese e studentessa di storia dell’arte, ragazza alla pari per la piccola Lucilla.
    Un anno nella vita della famiglia Attorre che si rivelerà denso di legami leciti e illeciti, di amicizia e d’amore, un anno in cui Mary Ann scoprirà che il bene e il male hanno confini negoziabili.





  • Genere: Drammatico
  • Regia: Francesca Archibugi
  • Titolo Originale: Vivere
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Produzione: Lotus Production una società di Leone Film Group con Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 26 settembre 2019
  • Durata: 103’
  • Sceneggiatura: : Francesca Archibugi, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
  • Direttore della Fotografia: Kika Ungaro
  • Montaggio: Esmeralda Calabria
  • Scenografia: Alessandro Vannucci
  • Costumi: Valentina Taviani
  • Attori: Micaela Ramazzotti, Adriano Giannini, Massimo Ghini, Marcello Fonte, Roisin O’Donovan, Andrea Calligari, Elisa Miccoli, Valentina Cervi, Enrico Montesano
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA
    “Un regista è uno a cui vengono fatte in continuazione domande. Domande su qualsiasi cosa. A volte lui sa la risposta, a volte no.” dice Ferrand, il regista di Nuit americaine di Truffaut.
    Le domande le pongono i preziosi collaboratori e altrettante ne poni a te stesso. Che lavoro fa? Quanto guadagna? Dove vivono? Che piano? Quanta luce? In affitto o hanno un mutuo? Come si sono conosciuti? Pioveva? Che vita intima hanno?
    Le risposte sono strade, tacchi, tinta alle pareti, pettinature, ombrelli, mutande, traffico. Rispondendosi a tutte le domande interne, emerge un nuovo mondo, immaginato. Assomiglia a quello reale, ma non lo è. Il realismo non è il naturalismo, è vita stilizzata, nei dialoghi, nei tagli di luce, nei tempi.
    Spesso a noi registi ci vengono fatte domande sociologiche, cosa rappresentano le famiglie contemporanee, che significa il tradimento, o essere genitori oggidì, e ho sempre pensato che proprio queste siano le risposte che Adolphe Ferrand non sa fornire.
    I personaggi sono pezzi unici, non rappresentano altro che loro stessi. Sono come cocci di bottiglia abbandonati su un prato spennato: forse, se sei fortunato, se sei stato capace, quei frammenti di vetro riflettono la luce della vita che li sovrasta.
    È più facile parlare di come realizzi le cose, il tuo metodo lo chiamava Rossellini, piuttosto che gli intenti.
    La mia ambizione è annullare la macchina da presa. Non far sentire quel poderoso artificio che gira dietro a ogni immagine. Che pure è spasmodicamente accurata. Ma non lo deve sembrare. Che la storia sembri raccontata da sé stessa.
    Gli spettatori hanno tre occhi. Due in faccia e un terzo seppellito. Inquadro per quel terzo occhio, che non si accorge di niente ma vede tutto.
    Incalzato da una televisione sempre più bella, sembra che il cinema per avere la legittimità di esistere debba magnificare la grandezza dello schermo con immagini extraordinarie.
    Sempre più raramente si vedono film di grandiosa semplicità, che sprigionino la complessità dell’esistenza, del bene e del male, senza averne l’aria.
    Con un po’ di testardaggine difendo una idea di cinema, di racconto. Forse un po’ fuori moda. Nessuno rapina, nessuno ammazza, nessuno vola, nessuno muore di overdose. Eppure, vivere non fa meno male.

    Francesca Archibugi
     

    NOTE DI SCENEGGIATURA
    Vivere vuol dire svegliarsi sapendo di avere un appuntamento alla mattina con Francesca e Paolo, e sentirsi allegri per questo. Poi arrivare lì, bere subito un altro caffè, vederli fumare accanitamente la sigaretta elettronica, parlare in mezzo a fumi di un vapore acquoso, con vari profumi ogni giorno. Poi sentirsi estranei quando parlano dei liquidini da mettere nella sigaretta, quanta nicotina, fammelo ricaricare. E poi parlare dei fatti nostri, e dei fatti degli altri, e poi senza accorgersene stare dentro la storia che stiamo scrivendo, come se il passaggio dalla nostra storia alla vita dei personaggi fosse naturale.
    Vivere, così, è stare lì a parlare di Susi che balla, parla da sola ma in realtà sta parlando con sua madre. Parlare di lei già vedendo Micaela che piange, ride, salta, guida, corre. Parlare di Luca e della sua debolezza, della sua furbizia fallimentare, del fascino fragile che provoca. Parlare di Mary Ann, del suo modo di parlare italiano, delle chiese che sembrano uguali ma non lo sono. Pensare a Lucilla e a tutti i bambini dei film di Francesca.
    Vivere è pensare ai lavori che fanno, a dove vivono, a dove si svolge quella scena, in quale bar, e come si incontrano, e come dormono, e perché non dormono, e cosa si dicono quando non hanno voglia di parlarsi.
    Vivere è tessere fili, scene, cancellare, riscrivere, inventare un personaggio che guarda gli altri vivere, e che vorrebbe vivere anche lui.
    È dire vabbè, per oggi basta, andiamo, ci vediamo domani, e poi domani torna il caffè, il fumo dei liquidi, quel pezzo di scaletta che ancora non è chiaro, un film che hai visto e ti fa pensare a questi personaggi, anche se non c’entra niente - ma quando scrivi qualche storia, tutto ti porta sempre lì, anche le chiacchiere a cena, le notizie sul quotidiano.
    Vivere è sapere che Francesca si stacca a un certo punto, ci lascia lì, si riprende la storia che ci aveva lasciato e se la studia da sola, come fanno i registi, sempre, che ti lasciano lì.
    Vivere è comprare anch’io la sigaretta elettronica, mandare una foto nel gruppo di WhatsApp. Io che fumo pochissimo, e che adesso metto liquidini e ricarico così il prossimo film che scriviamo insieme, partecipo anche alle disquisizioni sui liquidini e contribuisco a quel vapore, e sento di vivere di più noi tre.

    Francesco Piccolo

    Avevo proprio voglia, da spettatore, di vedere di nuovo un film di Francesca che scaturisse da un suo soggetto.
    Nei suoi ultimi tre film si era divertita ad utilizzare come base di partenza il racconto di qualcun altro, digerendolo e risputandolo fuori trasformato in qualcosa di personale, nella sostanza e nello stile.
    Aveva usato un romanzo di Umberto Contarello in Questione di Cuore, e nel bel film che ne era venuto fuori sentivi dappertutto “il tocco Archibugi”: nel personaggio di Rossana, la giovane moglie del carrozziere, in quei due figli, Perla e Ayrton, nello spirito affettuosamente canzonatorio verso l’autore del libro che aveva reso personaggio principale.
    Poi le era stato offerto di adattare in Italia la commedia francese Le Prenom e anche in quest’occasione Francesca aveva adoperato con disinvoltura una cena tra amici parigini per metterci dentro, oltre al suo stile ironico e dolente, temi che le stanno a cuore da sempre: le classi sociali, il conflitto élite-popolo, un certo modo di essere, o di esser stati Comunisti Italiani. Aveva insomma trasportato quella pièce, oltre che nel nostro territorio geografico, nel suo personale territorio romanzesco: il film che ne era venuto fuori sembrava imparentato con certi altri suoi film, in particolare con il bellissimo Verso Sera.
    Quindi le era stato proposto di portare al cinema il best-seller di Michele Serra Gli Sdraiati e lei aveva preso quel pamphlet spiritoso dove un padre intellettuale guarda con disperato amore il mistero del figlio adolescente e aveva raddoppiato il punto di vista, mettendo a fuoco nel film soprattutto il ragazzo, esasperato da quel padre intelligentissimo, perfezionista, generatore di ansia e aggiungendo, com’è nello stile, nel metodo di Francesca, una bella dose in più di trama (nel libro non c’era questa esigenza) ed una nutrita e vivida platea di personaggi secondari.
    Questa volta Francesca è partita da un suo racconto, come fu per i suoi primi tre film. Molto più di un soggetto, direi quasi un romanzo, che portava il titolo Un Anno in Italia.
    Mi pare si trattasse almeno di un centinaio di pagine, scritte peraltro con la sua consueta penna sapiente, e lì dentro c’era già tutto il film ed anche qualcosa in più. Ho avuto già occasione di dire, ma lo ribadisco qui, che trovo sia davvero un peccato che il godimento di leggere i testi di Francesca (i suoi soggetti, i suoi trattamenti) sia privilegio di poche persone: agenti, produttori, qualche selezionato amico. Se Francesca accettasse, finalmente, di far pubblicare da Einaudi o da Feltrinelli, per dire, quel che scrive per il cinema, avremmo un’autrice in più per la cinquina dello Strega. Ma con Francesca è un argomento inaffrontabile, se uno ci prova lei si tappa le orecchie e fa “ba-ba-ba- baaa!”, per una forma di pudore, di ostinata riservatezza, e per altre misteriose idiosincrasie che non sono mai riuscito a sondare.
    Il lavoro di sceneggiatura questa volta era davvero solo tecnico: prendere quel bel testo corposo e provare ad adattarlo in scene. C’era già lì dentro tanta di quella trama e di sostanza narrativa, e di temi (in particolare lo sguardo di una ragazza cattolica irlandese sull’Italia che aveva idealizzato da lontano e che invece vista da vicino è quel bailamme che sappiamo, quel luogo dove il bene ed il male hanno confini negoziabili) che farlo diventare la sceneggiatura di un film è stato un processo piuttosto semplice: qualche divertente riunione insieme, lei Francesco Piccolo ed io, per fare la scaletta, per aggiungere qualche dettaglio sui personaggi, per provare anche metterci dentro un po’ dello spirito affannoso di questi nostri giorni, e poi Francesca a macinare scene da sola che mandava a noialtri due via mail.
    Adesso il film si chiama Vivere, come la parola che pronuncia nell’ultima scena il vicino di casa e direi anche come il senso sotterraneo del film, ma Francesca un po’ si vergogna di questo titolo perché le viene in mente un capolavoro di Kurosawa del 1952, e le sembra di profanare il suo culto per il cinema giapponese. Ma quando, con la sua dolcezza che nasconde in realtà un temperamento indomito, ha provato ad obiettare pronunciando a produttori e distributori la parola Kurosawa ha avuto come replica solo spalle alzate e occhiate vaghe.
    Francesco ed io l’abbiamo incoraggiata a non farsi troppi scrupoli cinefili, perché non c’è niente come il cinema di Francesca Archibugi, coi suoi personaggi in bilico tra virtù e sciaguratezza, col suo tono umano, tenero e brillante, con la sua grazia di mescolare il lato ridicolo e quello tragico dell’esistenza, col suo sguardo acutissimo sulle relazioni tra le persone, che abbia dentro di sé il significato di quella parola netta, quotidiana, elementare, biologica: vivere.

    Paolo Virzì


    FRANCESCA ARCHIBUGI
    Il primo approccio di Francesca col mondo del cinema avviene per caso, scritturata per strada appena sedicenne per interpretare il ruolo di Ottilia ne Le affinità elettive di Goethe diretta da Gianni Amico. Finito il liceo si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia. Contemporaneamente frequenta la facoltà di Psicologia a Roma. Nel 1983 si diploma in regia con il cortometraggio La Guerra è appena finita premiato in numerosi festival internazionali.
    Lavora come sceneggiatrice e gira cortometraggi come Il Vestito più Bello per la Rai, La Piccola avventura per il Comune di Roma e Un Sogno Truffato prodotto da Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi. Nel 1985 vince il Premio Solinas di sceneggiatura.
    Da quel riconoscimento inizia la preparazione del suo primo lungometraggio, Mignon è partita, opera prima con la quale vince cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento. La carriera di Francesca conta dieci lungometraggi oltre a docufilm, cortometraggi e sceneggiature.


    LE INTERVISTE
    A cura di Fabrizio Corallo

    INTERVISTA A FRANCESCA ARCHIBUGI
    Come è nato questo ulteriore capitolo della "commedia umana" che lei porta in scena fin dal suo esordio con Mignon è partita?
    La genesi si deve ad un racconto che risale a qualche anno fa, che si chiamava Un anno in Italia. L’ho scritto in un periodo in cui non stavo lavorando e non lavorare per me è mortale, devo lavorare tutti i giorni e quindi scrivo. Aveva la sciocca ambizione di essere quasi ottocentesco, momenti di vita all’apparenza trasparenti ma che possono avere un eco esistenziale e distruttivo. 
    Che cosa si racconta in scena?
    Mary Ann, irlandese cattolica, studentessa di storia dell’arte, viene a Roma a vedere i grandi capolavori che ha studiato sui libri. Ha un ingaggio da ragazza alla pari in una famiglia gentile ma che, quasi senza saperlo ancora, sta per essere schiacciata dai pesi di una vita quotidiana sempre più difficile. Luca Attorre è un giornalista, bravo, ma in epoca di crisi dei giornali i free lance come lui vengono respinti, tagliati, sfruttati, guadagna sempre meno e si sente sempre più infelice. Susi era una ballerina con grandi speranze e si ritrova a mandare avanti la famiglia insegnando danza a signore sovrappeso, che non dimagriscono e se la prendono con lei. Hanno una bimba di sei anni, quieta, educata, che convive con un rospo immaginario che le salta in gola e non la fa respirare: soffre di asma bronchiale severa. Mary Ann si prodiga per tutti, da volontaria di parrocchia, anche del primo figlio di Luca, Pierpaolo, di diciassette anni, all’apparenza un pariolino cinico. Si lega a ognuno con un rapporto diverso, esclusivo e ognuno si lega a lei, come fosse arrivata una scialuppa per uscire dalla cappa di depressione che incombe sulle loro vite.
    Vivono in quelle periferie che hanno il disperato desiderio di una vita ordinata, tranquilla, con il giardinetto e la sala hobby. Volevo raccontare quanto sia difficile vivere anche in situazioni non drammatiche, i non disagiati e i non super-eroi, né i numero uno né i numero zero del mondo. La straniera che proviene da un altro mondo, che ha altri codici antropologici, scopre la diffusa amoralità di Roma. Scopre quanto sia accettato mentire, in ambito privato, in ambito pubblico, politico ed esistenziale. La menzogna è un pilastro nazionale. Mary Ann osserva, ma il suo sguardo non è esterno, non è un occhio giudicante. Legata ad ognuno dei suoi ospiti con sentimenti diversi ma ugualmente forti, viene trascinata in un altro modo di vivere. Non è più in grado di distinguere ciò che è bene e ciò che è male. Apprende che il magma più sconosciuto siamo proprio noi stessi.
    Come avete lavorato in fase di sceneggiatura con Paolo Virzì e Francesco Piccolo?
    Il lavoro di gruppo con Paolo e Francesco è una delle grandi gioie della mia vita. Ogni mattina mi ritrovo di fronte a persone che sono tra le più intelligenti e creative che abbia conosciuto. Voglio bene a loro e loro ne vogliono a me. Affrontiamo le vicende e le storie immergendole nel nostro mondo, parliamo di noi, dei personaggi, dei film degli altri, di libri, del nostro disgraziato Paese. Come adolescenti in crisi di crescenza ci interroghiamo ininterrottamente su cosa significhi vivere, qualcosa di enorme e buffo, che poi travasato nel cinema diventa scene, battute, momenti, dialoghi.
    Come e perché ha scelto i suoi protagonisti?
    Micaela Ramazzotti è stata la prima e unica scelta per il ruolo di Susi: è la terza volta che lavoriamo insieme dopo "Una questione di cuore" e "Il nome del figlio", ha un grande talento naturale, una grande verità e nonostante questo istinto benedetto sta diventando un'attrice molto tecnica, capace di studiare e preparare il personaggio in ogni dettaglio e può permettersi di vivere le scene in modo
    imprevedibile. Prima delle riprese ha studiato e interiorizzato le caratteristiche della sua Susi, ha preso lezioni di danza, si è immersa nel suo passato e quello che porta con sé nel presente.
    Adriano Giannini mi è piaciuto subito moltissimo per la cupa dolcezza che ha saputo infondere a Luca Attorre, un personaggio difficile e con pochi appigli, apparentemente immobile, imprigionato nella nevrosi, dalla paura di vivere, come fosse sempre acquattato nascondendosi da un assassino. Come spesso capita utilizza l'erotismo come una specie di droga, di anestetico.
    E per quanto riguarda gli altri interpreti?
    Per il ruolo di Mary-Ann ho incontrato e provinato molte giovani attrici irlandesi, prima a Dublino poi a Roma. Roisin O’Donovan è molto intensa e ha una bellezza inconsueta. Insieme a sé stessa Roisin ha portato l’Irlanda, mi ha raccontato di sé, del suo mondo, mi ha aiutato a rendere vera Mary-Ann senza sprofondare nello stereotipo.
    Dopo "Dogman" mi sono inginocchiata davanti a Marcello Fonte come tutto il mondo. Ho intravisto in lui il mio personaggio, molto diverso, quello di un piccolo borghese pulito e rattrappito. È un personaggio collaterale ma importantissimo, il vicino di casa, un occhio narrante solitario che li vede vivere.
    Ho voluto poi fortemente Massimo Ghini per il personaggio del primario innamorato, volevo che rappresentasse per lui qualcosa di inedito e di inesplorato, mi interessava utilizzare una certa riservatezza, una fragilità molto seducenti.
    Ho trovato per caso una foto di Enrico Montesano su un giornale e l'ho voluto incontrare. Mi era sembrato un antico romano. Avevo bisogno di rappresentare un uomo di potere discreto e mellifluo, sempre in maschera. Enrico è un bravissimo attore che ha capito bene il personaggio e il mio metodo di lavoro, si è impegnato con dedizione e scrupolo ma in modo allegro e generoso.
    E poi Valentina Cervi, un'attrice magnifica nel ruolo della prima moglie altoborghese di Luca, la figlia di Montesano. Non avevo bisogno di un'interprete che fingesse portamenti, modi e toni, Valentina ha degli occhi pieni di segreti.
    Il giovane Pierpaolo, interpretato da Andrea Calligari, l’ho conosciuto bambino: ha interpretato a nove anni il figlio di Kim Rossi Stuart nel mio film “Questione di Cuore”. Ritrovarlo cresciuto, con il suo talento intatto, è stato un regalo enorme al complesso ruolo di questo ragazzo diviso fra due mondi, quello sprezzante e potente della madre, e quello in pericolo di affogare del padre.
    Elisa Miccoli ha sei anni e ha interpretato Lucilla. Un ruolo difficile, una bambina con crisi di asma, che galleggia nelle menzogne degli adulti. Come si fa a scegliere una bambina così piccola? Niente, è lei che sceglie te. Si accende una luce al provino, e resti senza fiato davanti alla grazia e alla capacità di immedesimazione davvero inaspettate.

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Francesco Piccolo
    1)    La prima volta, nell’elaborazione degli spunti di riflessione, partiamo dalle note di sceneggiatura di Francesco Piccolo e di Paolo Virzì che con la regista, Francesca Archibugi, hanno realizzato la sceneggiatura di “Vivere”.
    2)    “Vivere” per Francesco Piccolo è parlare “dei fatti nostri e poi dei fatti degli altri e poi, senza accorgersene, stare dentro la storia che stiamo scrivendo, come se il passaggio tra la nostra storia alla vita dei personaggi fosse naturale”.
    Leggendo questa frase, vi viene forse in mente quanto i personaggi di cui gli sceneggiatori scrivono sono in loro, prima che la penna inizi a scrivere?
    3)    Altra frase di Francesco Piccolo: ”Vivere è tessere fili, scene, cancellare, riscrivere, inventare un personaggio  che guarda gli altri vivere e che vorrebbe vivere anche lui”. Quest’ultima frase vi fa pensare, oltre che a  un personaggio del film allo stesso sceneggiatore che, in quel personaggio, forse, trova tanta parte di se? Sarebbe opportuno chiedergli se lo sa “a priori” oppure se lo immagina.
    4)    Un’altra frase scritta da Francesco Piccolo nelle sue “note di sceneggiatura” termina con queste parole: “Quando scrivi qualche storia, tutto ti porta sempre lì, anche le chiacchiere a cena, le notizie del quotidiano.
    Vuol dire, forse, che il personaggio che Piccolo sta creando in effetti non lo cra con la sua fantasia ma si limita a guardare sé stesso e il mondo che lo circonda?

    NOTE DI SCENEGGIATURA (E NON SOLO!) DI PAOLO VIRZI’
    5)    Il cinema sa che Francesca Archibugi ama realizzare film che nascono da un suo soggetto.
    Nell’opera filmica, tratta dal bel romanzo di Umberto Contarello “Questione di cuore” per Virzì, ovunque, si sente il “tocco Archibugi” come se Francesca avesse sì adoperato la storia del testo scritto, ma (e sono proprio le parole di Virzì)” digerendola e risputandola in qualcosa di personale nella sostanza e nello stile”.
    6)    Ricordando “Il giardino dei Finzi Contini”, film diretto da Vittorio De Sica, (Oscar come miglior film straniero nel 1972) e in cui l’autore del libro, Giorgio Bassani da cui venne tratta l’opera audiovisiva, non si riconobbe, non viene opportuno chiedersi che, forse, “il digerire e il risputare”, come scrive Virzì l’opera di Contarello da parte di Francesca, non sia stata, forse, una situazione analoga a quella di Bassani di cui l’autore del libro, forse, si sarebbe anche potuto dispiacere?
    Una volta, De Sica, in un incontro disse “l’importante è che lo spirito del personaggio sia intatto per permettere al regista di modificarlo nell’agire, nel comportarsi, nell’adeguarsi agli altri. E’ questo quello che ha fatto Francesca con il libro di Contarello oppure…

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