Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 63

Giallo a Milano

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

    DOSSIER SCUOLE

    27° Torino Film Festival

    Bifest International Film e TV Festival (Bari)

    Visions du réel Film Festival (Nyon, Svizzera)

    Mediawave Film Festival (Ungheria)

    Future Film Festival (Bologna)

     

    Una ballata sulla comunità cinese a Milano – una delle più grandi d’Europa - con una struttura gialla: all’inizio ci scappa sempre il morto.

    E deve finire con una confessione.

    I Cinesi come non li avete mai visti prima: con i loro occhi.

    Un film con un accesso diretto alla comunità cinese, con un regista italiano…che parla cinese. Chi ha detto che i Cinesi sono chiusi? La “struttura gialla” coinvolge Cinesi di ogni età e vocazione. Tutti, rigorosamente, abitanti a Milano. È l’occasione per conoscere finalmente i loro sogni e la loro odissea: un anziano calligrafo, una ginnasta, l’interprete presso l’ambulatorio ginecologico dell’ospedale Buzzi, miss Cina in Italia 2007, un attore, una cantante di opera lirica, la tenutaria di un dormitorio abusivo, gli universitari cinesi di seconda generazione, gli studenti cinesi di Brera, più un collaboratore di giustizia in animazione – per rispettarne l’identità e far volare la fantasia.

  • Genere: Documentario
  • Regia: SERGIO BASSO
  • Produzione: ALESSANDRO BORRELLI Una produzione La Sarraz Pictures in co-produzione con CSC Production srl. In collaborazione con RAI CINEMA. Realizzata con il contributo del MiBAC – Direzione cinema “film di interesse culturale”. Con il sostegno di Bando Filmmaker – Provincia di MilanoFilm Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund
  • Direttore della Fotografia: DANIEL ARVIZU
  • Montaggio: DAVIDE VIZZINI (a.m.c)
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    SCHEDA METODOLOGICA DI LETTURA

    Il film, come un romanzo, un racconto, è un testo, e può contribuire a rendere banale il nostro modo di "sentire", di pensare, di essere noi stessi, oppure può arricchirci, può contribuire a migliorare la nostra vita, a farci, in qualche modo, crescere.


    Perché UN FILM-DOCUMENTARIO? Ragioni di opportunità didattica:

    In un'epoca complessa, caratterizzata da una grande rapidità di mutamenti, la didattica nella scuola non può che ripensare se stessa, misurarsi con i nuovi linguaggi, arricchirsi di nuovi strumenti per la comprensione della realtà. L'insegnamento deve confrontarsi con una caratteristica peculiare della contemporaneità: la diffusione dei mezzi audiovisivi.

    Il film- documentario permette di raccontare la realtà utilizzando diversi canali comunicativi e quindi valorizza la comunicazione nel processo di insegnamento/apprendimento.

    Il mezzo audiovisivo risulta inoltre maggiormente familiare allo studente. Allo stesso tempo si pone la necessità di aiutare lo studente a difendersi dalla fruizione passiva delle immagini, nella prospettiva di sviluppo di processi di lettura critica e di educazione all’immagine, di una più agevole comprensione delle tematiche trattate.

    Modalità di lettura del Film-documantario:

    L'utilizzo in situazione didattica di un film-documantario segue in parte le modalità di approccio al testo scritto ma se ne differenzia per aspetti significativi.

    La presentazione alla classe:

    Per tutte queste ragioni, strutturali e didattiche, pare opportuna una presentazione del testo audiovisivo alla classe da parte dell'insegnante. Essa fornirà le indicazioni essenziali per la fruizione, comunicando agli studenti in ogni caso gli obiettivi all'interno del progetto complessivo, ed eventualmente le coordinate di natura storico - culturale e tematica, insieme ad un inquadramento del testo nella produzione dell'autore e nelle caratteristiche del genere.

    A questo proposito forniamo il materiale di supporto alla fruizione del film GIALLO A MILANO, e alcune domande utili alla realizzazione di una scheda di lettura.

    MATERIALE DI SUPPORTO ALLA FRUIZIONE DEL FILM.

    Introduzione al progetto.

    Milano si spaccia nell’immaginario mondiale come capitale della moda e del design. Milano è però anche il centro di una delle più consistenti comunità cinesi in Italia e in Europa, che può vantare cinque generazioni di immigrati, giù giù fino agli anni Venti. Da fare invidia a Parigi.

    Il 12 aprile 2007, a Milano, in pieno centro, in seguito a un diverbio tra tre vigili urbani e una donna cinese incinta, è scoppiata una vera e propria guerriglia urbana tra 300 cinesi e 20 gazzelle della polizia accorse in aiuto dei vigili.

    Come si è acceso questo astio tra milanesi e cinesi? E come è possibile indagarlo e raccontarlo? È poi così vero che la comunità cinese è chiusa e refrattaria?

    Gli scontri del 4 aprile 2007.

    Il 12 aprile 2007, a Milano, in pieno centro, una donna cinese incinta con una bambina di due anni accosta l’auto malamente contro un marciapiede di via Paolo Sarpi, senza rispettare le norme di sicurezza del codice stradale.

    Scende a fatica dall’abitacolo insieme alla sua bambina di 2 anni, e tenta di raggiungere il negozio di alimentari più vicino, per la spesa dell’ultimo minuto.

    Sulla soglia del negozio tre vigili urbani la fermano per farle la multa. Lei tenta di obiettare che ha fatto in fretta per la bambina, è un’urgenza, questione di cinque minuti. Secondo le testimonianze rilasciate dai presenti, uno dei vigili avrebbe tentato di introdurre la donna nella macchina di ordinanza, utilizzando maniere un po’ troppo forti. Anche la bambina di 2 anni che la signora portava con sé sarebbe stata strattonata, se non addirittura colpita.

    "La picchiavano, ho visto io che la stavano picchiando", racconta Lisa, commerciante cinese che ha assistito all’episodio. "Picchiavano lei e la bambina piccola, poi l’hanno portata via nella macchina, ce l’hanno spinta dentro a forza". Un altra commerciante, Bao, dice che negli ultimi tre mesi la polizia municipale ha reso la vita impossibile ai cinesi. "Gli italiani che girano con i carrelli non vengono fermati, noi cinesi sì". Stefania, che ha un bar in via Paolo Sarpi 17, ha raccontato che dal 15 aprile la strada verrà chiusa, e il traffico limitato ai soli bus e alle auto dei residenti, lasciando solo alcune fasce orarie per il carico e lo scarico. "Si tratta di un tentativo non solo di cacciare i cinesi che hanno bisogno di caricare e scaricare la loro merce negli esercizi lungo la strada, ma anche di cacciare via noi italiani rimasti, che abbiamo bar e negozi qui e dobbiamo fare lo stesso". Le fa eco Mario, dal banco del caffè: "Tutta colpa di Vivisarpi, sono loro i veri razzisti, noi con i cinesi andiamo d’accordo, sono di indole tranquilla e non danno problemi. Ma loro di Vivisarpi sono xenofobi". Vivisarpi è un comitato di cittadini nato alcuni anni fa per contrastare la vendita all’ingrosso dei commercianti cinesi e ripristinare la ’legalità e l’ordine’ nel quartiere.

    A quanto pare Il comportamento brusco dei vigili con una donna incinta si è trasformato così nella goccia che ha fatto traboccare il vaso per i cinesi residenti in zona.

    Trecento cinesi sono usciti dai negozi e dalle case per difendere la neo-mamma.

    I tre vigili hanno rischiato il linciaggio.

    In cinque minuti trenta auto della polizia sono arrivate in rinforzo, creando un’atmosfera da guerra civile in pieno centro.

    Dovrà intervenire il console cinese per placare gli animi.

    Ora il punto è: come si è acceso questo astio tra milanesi e cinesi? È la proiezione su piccola scala della paura degli Europei verso la schiacciante potenza cinese? Forse i cittadini milanesi si sentono “minacciati” dalla convivenza con una popolazione che sembra più industriosa ed efficiente di loro?

    La polizia aveva da tempo intensificato i controlli del carico-scarico, fondamentalmente per scoraggiare l’attività di vendita all’ingrosso dei Cinesi, nella speranza che decidessero di cambiare zona.

    La creazione della ZTL nel marzo 2009 fu percepita dagli abitanti del quartiere come un’ulteriore prova della volontà di allontanarli dalla zona. I giovani cinesi, per reagire a questa politica, stavano da tempo pensando a un evento di sensibilizzazione: intendevano realizzare una manifestazione, che sarebbe anche stata una delle prime “uscite pubbliche” della società civile cinese in Italia. Per questo avevano acquistato bandiere cinesi nei negozi, e per questo furono tanto pronti a sventolarle quando successero i tafferugli. Circolarono fotografie di alcuni agenti di polizia che calpestano la bandiera cinese.

    La Chinatown milanese.

    La Chinatown milanese si è sviluppata vertiginosamente dagli anni Ottanta. Nel 2006 i cinesi sono 24 volte quelli del 1984.

    I dati ufficiali sui residenti (dunque persone in regola con il soggiorno al momento dell’iscrizione in anagrafe) aggiornati al 31.12.2008 – ultimo dato disponibile, ed è un dato ISTAT compilato in base alle comunicazioni delle anagrafi comunali), danno questo quadro:

    • Milano comune: 15.244
    • residenti Milano provincia: 21.175
    • residenti Regione Lombardia: 37.454
    • residenti In Italia il totale dei cinesi residenti ammonta a 170.265.

    A Milano il dato andrebbe completato da una stima della popolazione irregolare e regolare ma non iscritta in anagrafe. Una stima prudente può essere quella di circa 20.000 cinesi presenti sul territorio comunale.

    Stupisce notare che - degli oltre 15.000 cinesi a Milano - solo il 10% vive in Sarpi, una via dove convivono una maggioranza dominante (quella italiana, benestante) e una minoranza svantaggiata (immigrata, economicamente subalterna, marginalizzata).

    LE STORIE DEI NOSTRI PROTAGONISTI.

    I coniugi Yin

    Yin Fang e la moglie sono venuti a cercare fortuna in Italia. Hanno dovuto rinunciare a stare con il loro bambino, affidato alle cure dei nonni in Cina.

    Vivere una vita migliore è un diritto dell’uomo. Ma hanno speranze di far arrivare il bambino qui?

    Nel 1986 arriva la prima sanatoria: 1824 sono i permessi di soggiorno erogati ai Cinesi.

    Nel 1987, a regolarizzazione avvenuta, ammontano a 9880. É proprio in questo periodo, e in virtù della prospettiva della regolarizzazione, che molti cinesi si trasferirono in Italia da Francia e Olanda.

    Il Decreto Dini del 1995 pone limiti alla regolarizzazione dei lavoratori autonomi: conviene inquadrarsi come dipendente.

    Fino a metà degli anni 2000 i Cinesi aprivano quelle in gergo si chiamano “ethnic business”: il ristorante cinese o il bazaar di cianfrusaglie orientali.

    Negli anni Ottanta i ristoranti cinesi conobbero un boom notevole: oltre a soddisfare una voglia nuova di cucina esotica, funzionavano da centri di accoglienza per i neo-immigrati, per i parenti pronti a dare una mano.

    Il ristorante è, per gli immigrati, un modo per sopravvivere in un mondo che non capiscono e in cui si muovono a tentoni. Il primo ristorante cinese di Milano venne aperto nel 1962, e godette della recensione di Buzzati!

    Tra il 1990-1996 la ristorazione esotica entrò in crisi, e i Cinesi immigrati si buttarono sulla lavorazione conto terzi; per le strade si assistette al ritorno all’ambulariato cinese.

    Tra il 1996 e il 2002 entrò in crisi anche la lavorazione in conto terzi, con una contrazione del settore tessile dell’asse Sempione, nel Gallaratese.

    I Cinesi puntarono allora sui servizi etnici (ad esempio, finanziarie per aprire mutui ai connazionali), sul commercio all’ingrosso, sulle imprese “mimetiche”: si sono cioè lanciati a gestire esercizi che non sono mai stati loro appannaggio specifico, come i bar e le tabaccherie.

    I Cinesi a Milano si spostano anche da Paolo Sarpi: si irradiano nuovi assi di sviluppo, come via Padova e viale Monza.

    MIAZI

    Nella cultura cinese veste un ruolo fondamentale il mianzi, la “faccia”: è un deterrente cruciale per non tornare in patria a mani vuote. In nome della riuscita sociale gli immigrati sono pronti a chiku, “mangiare amaro”, sopportare le avversità e lavorare pazientemente.

    Molti immigrati in realtà, quando arrivano in Italia, non hanno alcuna preparazione imprenditoriale. La “fase di inserimento” dura , quindi , molto tempo. A volte tengono duro fino alla maggiore età dei figli, confidando nel loro “capitale umano” e nel fatto che saranno automaticamente fluenti in entrambe le lingue.

    Gli imprenditori “che ce l’hanno fatta” hanno impiegato mediamente non meno di 4-6 anni a far decollare l’impresa.

    Mettiamoci nei panni di un Cinese appena arrivato in Italia. Non sono panni comodi. Per prima cosa punterà alla rete di solidarietà dei conterranei, i tongxiang.

    Con i risparmi messi da parte magari aprirà una piccola impresa, getihu, spesso manifatturiera; all’uopo, più imprese familiari si consorziano per smaltire commesse più grosse. La concorrenza tra conto-terzisti cinesi è tuttavia feroce.

    Bisogna ammettere che oggi i lao huaqiao, i vecchi emigrati, faticano a capire gli investimenti lavorativi della nuova media borghesia giovane cinese. Un esponente tipico di questa nuova generazione è Steven Luo, il giovane imprenditore che ha ideato “Miss China in Italy”: ogni anno a Ca’ Noghera, la filiale del Casinò di Venezia sulla terraferma, si elegge la ragazza italo-cinese più affascinante della penisola.

    Su tutt’altro versante è l’impegno di Gianni Lin, che con Associna, l’Associazione dei Giovani Cinesi di Seconda Generazione, cerca un’integrazione quotidiana tra cultura cinese e cultura italiana.

    Scontro generazionale. 

    È palpabile il conflitto tra i giovani cinesi di seconda generazione e i propri genitori. I genitori, pur volendo offrire un futuro migliore ai figli, vogliono spesso rimanere fedeli alla tradizione cinese che impone una particolare visione delle relazioni familiari.

    Per esempio, per gli adulti sembra del tutto legittimo aspettarsi l’aiuto incondizionato dei figli nella gestione della attività di famiglia (spesso un ristorante), o rifiutare l’ipotesi di matrimoni misti.

    Ma i giovani cinesi, crescendo in Italia, si misurano con un mondo culturalmente diverso, che determina le loro aspirazioni, e che offre opportunità nuove. Confrontandosi ogni giorno con i loro compagni di scuola, o di università , sono costretti a cercare un punto di incontro tra due filosofie di vita diverse, quella cinese e quella occidentale.

    Anche la padronanza della lingua italiana può diventare un problema, se in ambito famigliare si usa per comunicare il dialetto d’origine, che non ha sempre le sfumature per esprimere le esperienze cui vanno incontro quotidianamente.

    Abbiamo trovato questa poesia, di una ragazza cinese di un istituto tecnico di Bologna, Jingjing:

    “Sono stanca di dire chi sono

    La mia città è il mio ricordo

    Ogni suo edificio è costruito dal mio passato, è piena di calore, è il mio porto permanente

    Quando sono stanca di navigare

    So che c’è un posto dove posso riposare.

    La mia città si chiama Rui’an,

    ma adesso si chiama Memoria,

    Anche se Rui’an è cambiata,

    lei non cambia.”

    Tante le frasi degne di riflessione, che balzano all’attenzione ogni volta che incontriamo questi ragazzi:

    • “Non esiste una comunità cinese. Esistono tante famiglie - sebbene un’identità comune ci sia sicuramente.”
    • “A me piace l’arte in generale, e l’arte delle mie origini, figurati... solo che non riesco a trovare il tempo per studiarla. “
    • “Qui non sono né carne né pesce, ma non sono io a essere così, sono gli altri a farmi sentire così.”
    • “Io alla mattina frequento l’istituto tecnico. I miei compagni mi ripetono con rispetto le domande che sentono fare dai loro genitori. E sai cosa mi chiedono? ‘Ma perché i Cinesi lavorano tanto? Non hanno nulla di meglio da fare? E’ nel loro DNA?’. Io cerco di far capire loro che i miei genitori stanno costruendo il mio futuro. Poi un po’ è vero, mio papà pensa solo al lavoro, e mia madre è un po’ stufa di questo, vede le altre mogli italiane e vorrebbe passeggiare con lui, fare shopping, andare al cinema. Lui non capisce tutte queste esigenze. Ma a me piacerebbe chiedere ai genitori dei miei compagni se loro si domandano mai come ci ha accolto Milano. Noi cerchiamo solo l’opportunità di avere una vita migliore rispetto al posto da dove veniamo. È un delitto?”

    Molte famiglie giunte a Milano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta lavorano per anni in piccoli laboratori di finissaggio di borse di tela, senza reali prospettive di crescita economica. Grazie ai propri risparmi, riescono però a creare le premesse per un dignitoso ritorno in patria, acquistando terreni e costruendo case nei luoghi di origine, spesso anche nei capoluoghi di distretto. La nostalgia per la Cina si mescola, in questo caso, alla consapevolezza che in patria ora è il momento delle grandi opportunità, e non pochi vorrebbero approfittarne ora dello status di cinesi d’oltremare, che consente loro una maggiore libertà d’azione. Ma i figli, cresciuti e scolarizzati in Italia, scelgono il più delle volte di rimanere e tentare la fortuna qui.

    I bambini e il cinese.

    A Chinatown in Paolo Sarpi abbiamo sentito bambini cinesi di cinque anni litigare fra loro…in italiano! È un indizio sintomatico del fatto che la lingua è percepita assolutamente come propria: quando vogliamo offendere qualcuno, usiamo sicuramente la lingua in cui ci sentiamo più a nostro agio.

    Lavorando come mediatrice tra le famiglie cinesi, Caterina Faragò si è resa conto che molti parlavano solo dialetto, e non putonghua, il mandarino.

    In Cina, infatti, convivono ben 56 etnie, che usano come lingua comune quella della maggioranza, gli Han. Ma le famiglie immigrate in Italia provengono per lo più dalla provincia di Wenzhou, dove si parla un dialetto molto diverso dal mandarino. I figli rischiano pertanto di perdere la lingua dei genitori, o di non coltivarla più. Caterina ha avuto allora un’idea geniale: organizzare dei corsi di mantenimento del cinese…per Cinesi! Oggi lei e il suo staff tengono corsi alla scuola Trotter, la scuola elementare “Casa del Sole”, in via Padova, ogni sabato. Sono proprio i bambini della scuola di Caterina a raccontarci la storia dell’immigrazione cinese in Italia: a loro la insegnano come materia di scuola!

    L’emigrazione cinese rimonta indietro nei secoli:

    la diaspora inizia nel 1300. Dalla seconda metà dell’800 fino alla prima guerra mondiale nel sud-est asiatico esisteva una vera e propria tratta dei “coolies” cinesi, braccianti dequalificati che vivevano in condizioni terribili. Negli Stati Uniti, la mitica costruzione della ferrovia da costa a costa si realizzò nel XIX proprio con il sangue di migliaia di operai cinesi e giapponesi.

    Con il crollo dell’impero cinese (1912) e poi più tardi con la proclamazione della Repubblica comunista (1949), cambia la composizione del “popolo emigrante”, che da quel momento sarà costituto anche da studenti ed attivisti politici, o da profughi di guerra.

    La lingua cinese distingue in maniera piuttosto dettagliata i vari emigranti:

    • Huiqiao, cinesi d’oltremare rimpatriati in Cina;
    • Huaqiao, cinesi all’estero;
    • Haiwai huaren: Huayi, discedenti di emigrati cinesi;
    • Waiji huaren cinesi d’oltremare ormai naturalizzati in altri paesi

    A Milano in realtà le prime presenze cinesi risalgono agli anni ’20: alcuni Cinesi, che risiedevano a Parigi, si trovavano in viaggio in Italia e vennero sorpresi dallo scoppio della prima guerra mondiale; le frontiere si chiusero, e loro rimasero bloccati al di qua delle Alpi. Ne approfittarono per costruirsi una vita qui.

    La società cinese a Milano ha anche un quotidiano, l’Ouzhou qiaobao, fondato da due immigrati dello Shandong ex-ricercatori universitari in Italia. Le Milan huaqiao huaren gongshanghui o associazioni cinesi in Milano sono ben diciotto: e non è un dato che denota il frastagliamento della comunità, quanto piuttosto un segno evidente della sua lunga ed articolata storia.

  • Spunti di Riflessione:
Letto 7132 volte

Video

Altro in questa categoria: « Gomorra Garfield il supergatto »

Indice dei Film

I Più Visti negli ultimi 6 mesi